SARDOCORSO - SARDUCOSSU

[in allestimento - contivigende]

Nota. La presente pagina accoglie saggi e articoli che non sono direttamente riferibili alle pagine "Gallurese" e "Sassarese" ma che riguardano l'interno dominio linguistico sardocorso e, in particolare, singole parlate come l'isulanu (maddalenino), il castellanese, il sedinese e altre varietà locali.

 

Carta geolinguistica dell'area sardocorsa (tavola tratta da Mauro Maxia, Fonetica storica del Gallurese e delle altre varietà sardocorse, p. 282)

 

 

Area sardocorsa

 

Legenda area sardocorsa

 

La zona grigia dell'Anglona 

(carta geolinguistica tratta da Mauro Maxia, I nomi di luogo dell'Anglona e della bassa valle del Coghinas, p. 64)

 

Anglona

 

 

INDICE

1. Piccolo dizionario castellanese e sedinese

2. Concordanze lessicali come esito di scambi culturali tra Corsica e Sardegna

3. Studi storici sui dialetti della Sardegna settentrionale (Pdf)

4. Introduzione al volume Fonetica storica del gallurese e delle altre varietà sardocorse

5. Studi sardo-corsi. Dialettologia e storia della lingua tra le due isole (Pdf)

6. L'elemento sardo del lessico castellanese e sedinese

7. La crabbitta (Sedini)

8. Li vaggianeddi di Zelgu (Tergu)

      

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1. Piccolo dizionario castellanese e sedinese

Questo Piccolo Dizionario fu predisposto poco meno di una ventina di anni fa nel contesto di un lavoro generale sulla storia, sulle strutture grammaticali e sul lessico delle parlate della cosiddetta “zona grigia” dell’Anglona ossia quell’area che si distingue per la vigenza di dialetti che si collocano, quasi come dei cuscinetti, tra i domini del sassarese a occidente e del gallurese a oriente. Per consultarlo premere questo collegamento: Piccolo dizionario castellanese e sedinesePiccolo dizionario castellanese e sedinese (307.47 KB)

 

 

Sardegna corsica e arc tosc

 

 

2. Concordanze lessicali come esito di scambi culturali tra Corsica e Sardegna

Questo articolo riflette un capitolo di un volume collettaneo uscito alcuni anni fa presso l'Università di Corsica, Per leggerlo premere questo collegamento: 

Parcours interculturels compressedParcours interculturels compressed (1020.32 KB)

 

 

 

 

3. Studi storici sui dialetti della Sardegna settentrionale (volume, Pdf)

I saggi riuniti in questo volume del 1999 costituiscono dei lavori preparatori in funzione di uno studio più vasto che ambisce a tracciare le 
linee storiche e a definire il quadro culturale entro cui il gallurese e il sassarese si radicarono in Sardegna. 
La lettura dei singoli articoli può rivelarsi utile per un primo inquadramento di tematiche che, nonostante la loro importanza, erano passate inosservate o quasi.

Per leggere il volume bisogna premere questo collegamento  Studi storici sui dialetti della sardegna settentrionaleStudi storici sui dialetti della sardegna settentrionale (990.85 KB)

 

 

 

4. Introduzione alla Fonetica storica del gallurese e delle altre varietà sardocorse [volume pubblicato dall'editrice Taphros, Olbia 2012] 

1. La linguistica italiana e quella sarda, fin dal loro sorgere come branche autonome e complementari nell’àmbito della linguistica romanza, hanno preso atto, sulla scia di osservazioni di eruditi e cultori che rimontano fino al Cinquecento,[1] dell’esistenza nella parte settentrionale della Sardegna di una zona grigia costituita da alcuni idiomi di matrice corsa. Questi idiomi si interpongono tra il sistema propriamente sardo e quello costituito dalla lingua italiana con le sue varietà regionali e, in particolare, col gruppo di dialetti che formano il sistema corso.

Una fonetica sincronica di queste varietà era stata predisposta, per una serie di aspetti non secondari, da Gino Bottiglioni col suo Saggio scritto a cavallo degli anni Venti del secolo scorso. Sul piano strumentale, poi, una fonetica di queste varietà è disponibile, di fatto, nel contesto delle osservazioni sistematiche condotte da Michele Contini.[2] Su un piano sincronico, sostanzialmente, si collocano anche gli studi del Rohlfs relativi al corso[3] e che, in certa misura, si estendono alle varietà sardocorse.

Mentre il sardo dispone del monumentale lavoro del Wagner, poi integrato da Giulio Paulis,[4] nonché da altre valide monografie,[5] sul versante propriamente sardocorso non si dispone di lavori unitari ma soltanto di contributi settoriali di vari autori, spesso nel contesto di opere a carattere più generale. Relativamente a singole varietà è da ricordare uno studio di Christian Gartmann sul dialetto di Sorso[6].   

Una fonetica storica di queste varietà appare, pertanto, giustificata e anche opportuna. Forse potrebbe sembrare sproporzionato lo sforzo richiesto da un lavoro di questo tipo rispetto alla dimensione geografica e alla posizione appartata di queste varietà che, complessivamente, sono usate da poco meno di duecentomila utenti. Gli studi su varietà assai meno diffuse dimostrano, tuttavia, che l’interesse degli studiosi non sempre è attratto dal prestigio delle varietà quanto, piuttosto, dall’opportunità che talune di esse, anche minori, offrono, specialmente nelle zone di contatto, circa la possibilità di descrivere determinati fenomeni nel loro divenire.

Non inganni, comunque, il numero relativamente modesto dei parlanti che, peraltro, in passato fu ancor meno significativo rispetto ad oggi. La complessità dei rapporti intrattenuti da queste varietà col trascorrere dei secoli contribuisce, per dirla con Primo Levi,[7] a rendere le loro strutture grammaticali non meno interessanti, e il loro studio non meno impegnativo, rispetto a sistemi linguistici più noti o prestigiosi.

Il presente volume è, nelle intenzioni, il primo di una grammatica storica delle varietà eteroglotte della Sardegna settentrionale che formano il dominio linguistico sardocorso. Un altro volume relativo alla morfologia è in preparazione.

2. Per dominio linguistico sardocorso si intende quell’insieme di varietà che, pur presentando differenze talvolta anche notevoli al loro interno, formano, comunque, un gruppo coeso sia sul piano tipologico e strutturale sia per la condivisione di quote significative di lessico patrimoniale e di prestiti, tra cui un numero imponente di sardismi e, in misura minore ma pur sempre degna di nota, di ligurismi, catalanismi e spagnolismi[8]. Gli studiosi corsi denominano queste parlate “corso-sarde” a partire, evidentemente, dalla loro origine corsa ma anche dalla diversa prospettiva con la quale essi le osservano. Qui, tuttavia, tenendo conto di una tradizione che è andata consolidandosi negli ultimi decenni anche in altre discipline,[9] si è preferito l’aggettivo “sardocorso” che, se non si distacca nella sostanza da quello usato in Corsica, prende atto che le parlate in questione, oltre che essersi radicate in Sardegna fin dal Medioevo , presentano un numero notevole di fenomeni che ne fanno delle varietà autonome rispetto al sistema propriamente corso. Non a caso questi idiomi vengono anche definiti “varietà ponte” tra il sistema sardo e il gruppo toscano-corso. Si tratta di definizioni sempre perfettibili che, tuttavia, possono contare su confronti in altri contesti della Romània dove, per esempio, esiste il sistema franco-provenzale come pure un insieme di varietà di transizione che dànno l’idea di quel continuum che dall’Atlantico al Mediterraneo centrale connette le lingue eredi del latino.

Il lessico delle eteroglossie della Sardegna settentrionale, volendo tener conto soltanto di quello patrimoniale, presenta notevoli convergenze col lessico corso e, spesso per suo tramite, con quelli toscano e ligure. D’altra parte, il non volere tener conto di quanto il lessico e le strutture del sardo abbiano intaccato quelli originari sarebbe fuorviante rispetto alla situazione che di queste varietà emerge sul piano scientifico. Vi è chi, nel tentativo di marcare la distanza del gallurese dal sardo, osserva che i galluresi chiamano gli altri sardi li Saldi ‘i Sardi’. Si tratta di un approccio riduttivo perché tralascia che, in modo analogo e da parecchi secoli, i galluresi chiamano li Còssi ‘i Corsi’ gli abitanti della Corsica.[10] Non sono pochi, peraltro, i toponimi che testimoniano questa inclinazione, specie da parte dei galluresi corsofoni[11], di rimarcare la propria specificità sia nei confronti degli altri sardi sia nei riguardi degli altri corsi. Si prendano ad esempio gli idrotoponimi Riu di li Saldi ‘Rio dei Sardi’ e Riu di li Còssi ‘Rio dei Corsi’ attestati lungo il versante orientale del Golfo dell’Asinara. Testimonianze di questo tipo si rinvengono qua e là in tutta la zona corsofona, per esempio Azza di li Cossi ‘ciglio, rupe dei Corsi’ (Trinità d’Agultu e Vignola), Carrera di li Cossi ‘via dei Corsi’ (centro storico di Sassari), Cabbu Cossu ‘rione corso’ (centri storici di Sorso e Sedini), Conca di li Cossi ‘valle dei Corsi’ (S.Antonio Gallura), Maccia di li Cossi ‘macchia dei Corsi’ (agro di Perfugas), Punta di li Cossi (Arzachena).

3. Parole, verbi e costrutti propriamente sardi sono penetrati profondamente e da lungo tempo nel lessico e nelle strutture del sassarese e del gallurese sostituendone in molti casi le forme originarie.[12] I corsofoni sardi, in generale, non sempre riescono a distinguere quali forme siano originarie e quali invece rappresentino dei prestiti dal sardo. Sebbene molti sardismi siano stati adattati alla fonetica delle singole varietà di matrice corsa, il livello di questa penetrazione è tale che in certi casi può arrivare a compromettere l’intercomprensione tra i parlanti queste varietà e i corsofoni dell’isola madre. Pochi esempi possono dare un’idea meno vaga della situazione come i lessemi abbà ‘innaffiare, annacquare’ (cor. innaffià, innacquà), acchèttu ‘cavallo da fatica’, aglióla, sass. aglióra ‘luglio’ (cor. lugliu, luɖɖu); cast.sed. aliddòni, sass. ariddòni, gall. liòni ‘pianta del corbezzolo’ (cor.gall. bacu, bagu); avru ‘campo arativo chiuso’; bàrriu ‘carico, unità di misura’; biaìttu ‘azzurro, livido’; capidannu[13] ‘settembre’ (cor. sittèmbre); chèssa ‘lentisco’ (cor. listìncu); gall. chita, cast. sed. chìdda, sass. chédda ‘settimana’ (cor. settimana, simana[14]); culìri ‘crivello’ (cor. crivéllu); currùttu ‘lutto, pianto’; èbba ‘cavalla’ (cor. ghjumenta); facchìli ‘paraocchi’; gall. faulàgghju, sass. fauràggiu ‘bugiardo’ (cor. bugiardu); filiàcu ‘girino dell’anguilla’; fittiànu ‘cliente’ (cor. cliente,-i); frìsciu ‘serratura’ (cor. serredura, sarratura); fruéɖɖa ‘germoglio’; frùsciu ‘fischio’ (cor. fischju); fulchiɖɖa ‘forcone’ (cor. furconu); fùlfaru ‘crusca’ (gall. anche brìnnu); gana ‘voglia’ (cor. ɖɖa, vóglia); gall. ghjaca, sass. giàgga ‘cancello rustico’ (cor. càtaru, càderu); gall. ghjànna, sass. giànna ‘porta’ (cor. porta); làccana ‘limite, confine’; gall. làmpata, sass. làmpadda ‘giugno’ (cor. ghjùgnu, ghjùnghju); làru ‘alloro’ (cor. lóru); lèpparu ‘lepre’ (cor. lèvura); gall. linàlvu e fustialbu ‘pioppo bianco’ (cor. piòpu, piòbbu,-a); liòni ‘corbezzolo’ (cor. àlbitru, èrbitru); lìttu ‘bosco’ (cor. bóscu); ɖɖi ‘volpe’ (cor. golpe); mannu ‘grande’ (cor. grande, grèndu); gall. matrìca, sass.cast.sed. maddrìgga ‘lievito’ (cor. lévitu); sass. muntìggiu, gall. muntìgghju ‘collina’ (cor. collina, póghju); narìli ‘muriccia’; gall. patènti ‘pianoro’; sass. póggiu,gall. pògghju, sed. póju ‘pozza fluviale, fosso pieno d’acqua’ (cor. puzzatellu); prinèttu ‘penetrazione’; gall. cast.sed. pulcàvru, sass. puχχàvru ‘cinghiale’ (cor. cignàle, signàle, signàri); rèsa ‘bestia, animale in genere’; rìu ‘fiume’ (cor. fiùm(m)e); rùju ‘rosso’ (cor. róssu, rósciu, rùssu); saltàina ‘padella, casseruola’ (cor. frissóchja); santigaìni ‘ottobre’ (cor. uttòbri); santandrìa ‘novembre’ (cor. nuvèmbre, nuèmbri); saùrra ‘porcilaia’ (cor. purcerìa); sèlima ‘senape’ e ‘varietà di cisto dai fiori gialli’; gall. cast.sed. suìlcu, sass. suìχχu ‘ascella’ (cor. ascélla); sula, sass. sura ‘lesina’ (cor. lésdina); tràu ‘toro’ (cor. tóru); trubbéa ‘pastoia’ (cor. pastoghja); ziràccu ‘servo’ (cor. sèrvu); zirignòni ‘lombrico’ (cor. lombrìculu) o come i verbi abbà ‘irrigare, annacquare’ (cor. innaffià, innacquà); agattà ‘trovare’ (cor. truvà); annattà ‘unire, aggiungere’ (cor. aghjuntà); caglià ‘tacere’ (cor. tace); cüà ‘nascondere’ (cor. piattà); gall. faìɖɖà, sass. fabiddà ‘parlare’ (cor. parlà); sciuarà ‘sciegliere’ (cor. scéglie, scéɖɖa); gall. scutì, sed.cast. ilcudì, sass. iχχudì ‘battere, percuotere, picchiare, scagliare, lanciare’ (cor. bastunà, picchjà); sulà, sass. surà ‘soffiare’ (cor. suffià); gall. sulivrà, sass. suruvrà ‘sciogliere, liquefare’ (cor. sciòglie); dìa paltì ‘io partirei’ (cor. partarìa) oppure forme tipiche come gli ordinali lu di dui ‘il secondo’, lu di tre ‘il terzo’ ecc. (cor. u sicondu, segondu[15]; u terzu); cassinnò ‘altrimenti’ dal log. ca si no (cor. altrimenti).[16] Di esempi simili se ne possono portare tantissimi. All’imponente massa di sardismi si devono aggiungere alcune centinaia di catalanismi e castiglianismi lessicali sconosciuti al corso[17] e parecchi italianismi, spesso di recente introduzione, rispetto ai quali il corso oppone dei francesismi come nel caso di gall. sìndacu, sass. sìndaggu (cor. mèru); gall. staziòni (cor. gara); gall. spassizà, sass. ippassizà ‘passeggiare’ (cor. pruminà). 

Sul piano morfologico, mentre il corso presenta tipiche concordanze con i dialetti dell’Italia mediana, specialmente per gli infiniti della seconda e terza coniugazione (per es. avene,-a ‘avvenire’, risponde,-a ‘rispondere’, scèglie,-a ‘scegliere’, vende,-a ‘vendere’ ecc.)[18], le parlate sardocorse di più antico radicamento presentano una situazione compatta con terminazioni in –é e, soprattutto, in –ì. Vi sono dei fenomeni, inoltre, che sono esclusivi di queste ultime varietà e che, come le uscite in –ési, –ìsi del perfetto, consentono di stabilire una precisa datazione storica degli influssi cui si deve la loro insorgenza. Parecchie divergenze si osservano, poi, nella forma dell’articolo determinativo (cor. u, a, plur. i, e ≠ gall. sass. lu, la, plur. li) e nella desinenza del plurale (cor. sing. –u, -a, plur. –i, -e, –a ≠ sass. gall. –u, -a, plur. –i). Basta un breve sintagma come oltr. i nósci lóca ‘i nostri luoghi’ (gall. li lóchi nòstri, sass. li rógghi nóɬtri) per dare conto della relativa situazione.

Ad eccezione del maddalenino, nelle varietà sardocorse di più antico radicamento si osserva, ancora, l’assenza di alcuni fenomeni che ne marcano l’antichità rispetto alla situazione del corso dell’isola madre che, al contrario, solidarizza col toscano e altre varietà continentali. Si tratta, in particolare, dell’assenza di alcuni suoni intervocalici di transizione come /-v-/ (cor. càvulu, Ghjénuva, véduva); /-j-/ (cor. abréju ‘ebreo’, Andréja, pajése)[19] e /-g-/ (cor. pagunazzu ‘paonazzo’).

Particolare rilievo assume, poi, l’influsso che il logudorese, ma anche il catalano e lo spagnolo, esercitarono sulla sintassi delle parlate in questione. Costituisce quasi un luogo comune, tra gli studiosi, che la sintassi del gallurese e del sassarese sia essenzialmente italiana.[20] In realtà si tratta di una opinione maturata attraverso osservazioni non sistematiche e che non sempre trova riscontro nella situazione effettiva.[21]

4. All’interno del dominio sardocorso si possono individuare due aree principali, che corrispondono, rispettivamente, ai settori nord-ovest e nord-est dell’isola, nei quali vigono, rispettivamente, le varietà sassarese e gallurese. Le due aree sono collegate da una ristretta zona intermedia in cui si parlano delle varietà che per diversi aspetti partecipano alle due aree citate ma che presentano anche dei tratti specifici. Più in dettaglio, andando da ovest verso est, la zona occidentale comprende le parlate di Sassari, Porto Torres, Sorso, Stintino e gran parte della Nurra[22].

Queste parlate formano un dominio che sul piano fonetico presenta differenze poco significative da un centro all’altro. Nella Nurra e in alcuni quartieri e appendici dell’area urbana di Sassari il logudorese contende il predominio al sassarese e in certi casi risulta maggioritario.

L’area intermedia, che corrisponde alla fascia costiera dell’Anglona e al retrostante territorio per una profondità di circa dieci-quindici chilometri, presenta due varietà principali: il castellanese, che è parlato nell’area urbana di Castelsardo, e il sedinese. Quest’ultimo, oltre che nell’intero territorio del comune di Sédini, è parlato anche nel comune di Tergu, nelle frazioni La Muddizza e La Ciaccia del comune di Valledoria e nelle frazioni Multeddu e Peddra Sciolta del comune di Castelsardo. Nella maggior parte del territorio di questo comune si parla il sedinese che contende al castellanese la supremazia persino nell’agglomerato di Lu Bagnu Altu che rappresenta un’appendice del capoluogo. Nel territorio di Tergu, che è caratterizzato da un insediamento a piccoli nuclei, vi sono dei gruppi di sardofoni che risiedono nel rione di Caldeddu e negli agglomerati situati nel settore occidentale (Pulpaggiu, La Piddraia, Bacchile Corte) dove si parlano il logudorese settentrionale e la varietà osilese che testimoniano la precedente divisione dell’odierno territorio comunale tra le comunità di Castelsardo, Nulvi e Osilo. Le due varietà di Sedini e Castelsardo presentano scostamenti significativi specialmente nel vocalismo e per alcuni aspetti del consonantismo. Il vocalismo del castellanese è sostanzialmente allineato con quello sassarese mentre quello del sedinese è solidale con quello gallurese. Viceversa, il consonantismo del castellanese odierno[23] concorda col gallurese soltanto per pochi fenomeni, tra cui il trattamento dei nessi originari kl, gl. Da parte sua, il consonantismo del sedinese tende ad allinearsi per molti aspetti col dominio sassarese.

Nella bassa valle del Coghinas la parlata di Codaruina (capoluogo del comune di Valledoria) rappresenta quasi un trait d’union tra il sedinese e il gallurese grazie alla convergenza nella stessa località, fondata durante il Ventennio fascista, di gruppi provenienti dall’area aggese e da quella sedinese che ripopolarono una località che fino ad allora era interessata soltanto da un insediamento di tipo sparso.

Nel settore più orientale dell’Anglona, nei comuni di S. Maria Coghinas[24] ed Erula e nell’agro del comune sardofono di Perfugas si usano ugualmente delle varietà di gallurese.[25] Nel territorio di quest’ultimo comune il dominio linguistico del gallurese lambisce da est il centro abitato per poi dirigersi verso gli stazzi disabitati di Su Bullone (già frazione di Chiaramonti) e ripiegare verso il settore montano del comune di Tula (v. Appendice, carta 6). Fino a qualche decina di anni fa il gallurese si parlava anche nelle località ora disabitate di Concatile e San Nicola (Bulzi), Su Crabileddu e Sa Ruinosa (Perfugas) situate a qualche chilometro da quest’ultimo centro.[26] Le varietà delle borgate di Sa Mela (Erula), Campudùlimu e Modditonalza (Perfugas), pur facendo parte insieme alla varietà erulese del dominio del gallurese comune, presentano a loro volta dei fenomeni tipici della sottovarietà bortigiadese.[27]

Il gallurese si parla in un’area relativamente vasta e, precisamente, in tutti i comuni della Gallura ma tenendo presenti alcune distinzioni. Nel comune di Luras il capoluogo rappresenta un’isola sardofona (varietà logudorese comune) mentre in buona parte dell’agro si usa il gallurese.

La definizione di “gallurese” accomuna due varietà. La prima, definita anche “gallurese comune” o tempiese, ha il proprio epicentro storico nell’abitato di Tempio. La seconda, definita “aggese” o “gallurese occidentale”, ha il proprio epicentro nell’abitato di Aggius che dista soltanto pochi chilometri da Tempio. Gli stessi galluresofoni hanno consapevolezza[28] che esistono delle varietà minori tra cui la più nota è il cosiddetto faéɖɖu di lu pasturìu lettm. ‘linguaggio delle aree pastorali’. Ma anche la parlata di Calangianus presenta alcune particolarità che la distinguono rispetto al tempiese. Nel vasto territorio che circonda Olbia si parla prevalentemente il gallurese e nello stesso centro urbano il gallurese contende da secoli il dominio al logudorese.[29] Oltre che nella città, tuttavia, anche nella zona di Rudalza (oggi più nota col nome neoconiato di Porto Rotondo), nel comune di Golfo Aranci e nella frazione di Berchiddeddu, accanto al gallurese, è usato il sardo logudorese. D’altro canto, il gallurese si parla in porzioni più o meno estese dei comuni sardofoni di Tula[30], Oschiri[31], Berchidda[32], Monti[33], Padru, Budoni[34] e Torpè[35] dove, a causa della commistione dei due elementi corsofono e sardofono[36], non sempre è agevole tracciare l’effettivo confine linguistico.     

Nell’arcipelago della Maddalena, da circa due secoli e mezzo vige una varietà di corso oltremontano influenzata dal ligure, dal gallurese e dall’italiano. Sul piano storico è proprio la varietà maddalenina che può dare un idea precisa, grazie alle molte divergenze rispetto al contiguo gallurese, di quanto possa essere antico il radicamento in Sardegna di quest’ultimo e delle altre varietà di origine corsa.

Naturalmente in tutte le zone suddette si deve tener conto di un crescente numero di italofoni costituito sia da persone giunte dalla Penisola sia da quanti, specie negli ultimi venti anni, hanno abbandonato l’uso del sardo e delle stesse parlate di origine corsa a favore dell’italiano.

Il gallurese e il sassarese sono due varietà ben distinte. Tuttavia, per una serie di fenomeni fonologici, morfologici e per un certo numero di lessemi esse presentano situazioni uniformi prive di variazioni apprezzabili. Per alcuni fenomeni, poi, il gallurese ingloba il sedinese e il castellanese spingendosi fino ai confini della Romangia. Il sassarese, a sua volta, per altri aspetti, giunge ad abbracciare tutto il settore occidentale della Gallura fino ad Aggius, cioè fino a pochissimi chilometri dal cuore del dominio galluresofono che, come si accennava, è costituito dall’abitato di Tempio (v. Appendice, carta 45).

5. Le questioni di fondo che ruotano attorno a queste varietà sono essenzialmente due. La prima, relativa alla loro collocazione nel panorama romanzo, ha costituito occasione per una lunga discussione tra filosardisti (specialmente Pier Enea Guarnerio e Gino Bottiglioni) e filoitalianisti (sopra tutti Max Leopold Wagner). Discussione che a un certo punto assunse perfino toni polemici[37]. Dopo essere approdata a un apparente punto fermo con l’attribuzione, da parte del Wagner, del sassarese e del gallurese al gruppo toscano, essa è ripresa a partire dagli anni Settanta-Ottanta con interventi di A. Sanna, M.J. Dalbera-Stefanaggi, E. Blasco Ferrer, L. Sole, G. Paulis e di chi scrive. Essa, anzi, va acquisendo nuovo vigore grazie al rinnovato interesse sulle lingue minoritarie e sulle varietà alloglotte ed eteroglotte. In questa sede l’esame in prospettiva diacronica di alcuni importanti fenomeni del vocalismo e del consonantismo consentono, finalmente, di incanalare la discussione su parametri e dati oggettivi piuttosto che su aprioristiche scelte di campo.

L’altra questione è relativa al periodo in cui il sassarese e il gallurese si sarebbero formati. Anche qui, il Bottiglioni e il Wagner furono sostenitori di due tesi contrapposte. Mentre il primo si schierava a favore dell’antichità di queste varietà, il secondo si faceva assertore di un radicamento che sarebbe avvenuto a partire dalla fine del Cinquecento e che si sarebbe consolidato soltanto nel Settecento. Questa posizione del Wagner può dirsi superata da una serie di dati storici e linguistici pubblicati specialmente in quest’ultimo decennio. Al lato opposto rispetto al Wagner si collocava il Petkanov che nel gallurese vedeva una fase più antica dell’oltremontano, addirittura precedente al periodo pre-toscano. Ora le posizioni di M. Alinei relative alle origini del corso paiono alimentare la tesi, cara ad alcuni cultori militanti, secondo cui il gallurese procederebbe addirittura dall’idioma parlato dagli antichi Corsi, i quali già prima della conquista romana erano stanziati nella parte più settentrionale della Sardegna e, più precisamente, nel settore orientale dell’odierna Gallura e del Monteacuto.

Sul piano storico il gallurese è testimone, per più aspetti, della fase più remota del sistema corso ma i suoi rapporti col toscano e la condivisione di numerosi fenomeni sono incontestabili. Vi sono dei problemi, tuttavia, che non consentono, soprattutto per l’assenza di fonti scritte, di accostarsi con sufficiente sicurezza al lungo periodo che separa l’età tardo-antica dai secoli XI-XII.

Se intorno all’insorgenza del sassarese su un preesistente fondo sardo logudorese non sussistono particolari dubbi[38], una continuità tra gli antichi Corsi e la popolazione del regno medioevale o giudicato di Gallura non può essere negata a priori. Il problema, semmai, riguarda la lingua che la popolazione protocorsa di Sardegna, ormai romanizzata, parlava nell’alto Medioevo . Se, cioè, la loro lingua potesse essere la stessa in uso nelle restanti aree sardofone dell’isola e, in particolare, il logudorese, oppure se, a partire, da un ipotetico idioma originario diverso da quello delle popolazioni circostanti (Balari, Iliesi), possa esservi una continuità storica con la varietà che oggi conosciamo col nome di gallurese. A questo riguardo le attestazioni del sostrato e la documentazione medioevale presentano un quadro abbastanza uniforme nel quale i toponimi e le grafie delle fonti mostrano quasi sempre forme logudoresi o di veste logudorese (cfr. Appendice, carta 43). A segnalare l’antica vigenza del logudorese in tutto il territorio della Gallura sono numerosi toponimi-spia che successivamente in parecchi casi furono corsizzati sotto il profilo fonetico. Per esempio, il toponimo Li Paùlisi di Bortigiadas, con la desinenza del plurale in –s e la –i epitetica,costituisce un adattamento di una precedente forma logudorese Sas Paùles (‘le paludi’). Ancora più chiaro è il caso del toponimo Budas (‘sito del biodo’) attestato nel breve spazio di pochi chilometri che separa gli abitati di Tempio e Nuchis. Ancora, presso la Fumosa, a poca distanza da Tempio, vi è una vallata denominata, in schietto logudorese, Badde ’e Chélvu (‘valle del cervo’) mentre avrebbe dovuto presentare la forma gallurese Vaddi di Zèlvu. Questa stessa vallata è delimitata da un’altura, distante solo due chilometri dall’abitato di Tempio, la quale è denominata col toponimo logudorese Lìmpas. Tra i centri abitati di Tempio e Nuchis, distanti solo alcuni chilometri, in prossimità di quest’ultimo villaggio è attestato l’orotoponimo logudorese Contra Untùlzu (‘altura dell’avvoltoio’). Nell’antico agro di Aggius residuano forme logudoresi come Puttu Naragu (anziché Puzzu Naragu), Campuesòro (anziché Campu di l’oru), Enas (anziché Vèni), Muros (anziché Muri). Una prova eloquente che in precedenza ad Aggius si dovesse parlare il logudorese proviene dal toponimo Còltis, relativo a un rione del centro abitato, che rappresenta un adattamento alla fonetica gallurese di una precedente forma log. Còrtes. In un territorio profondamente corsizzato come quello di Tempio e delle ex frazioni di Loiri e Porto S. Paolo non è difficile reperire attestazioni del sostrato logudorese come, per esempio, i toponimi Abba Fritta, Achitòra, Badu Mesina, Brottu, Campanadolzu, Carralzone, Enas, Fulcas, Ladas, Limbara, Monte Contros, Punta Conca ’e Intro, Punta de su Mandrone, S’Aghirru o Laghirru, Sasimedda, S’Ispumadolzu, Vena Suelzu e le seguenti forme già logudoresi poi adattate alla fonetica gallurese: Balisgiòni (adattamento dell’antico nome Barisone), Canale Oliòni, Chisginagghju, La Pàtima, L’Aruleddi, L’Ulpilosu, Lu Nalbuneddu, Lu Naracheddu (varie volte), Lu Naracu (15 volte), Lu Pàrisi, Lu Patènti, Lu Sambignu, Monti Cuscusgiòni, Montilittu, Naracacciu, Patru di Làmpata, Pischi, Riu di lu Patènti, Vitazzòna, Zirichiltàgghja. Ad appena tre chilometri dalle Bocche di Bonifacio è attestato l’orotoponimo Sarra Abilina e anche nel territorio di Luogosanto vige Punta Abbilina, il cui secondo elemento è formato dal logudorese àbbila ’aquila’ anziché il gallurese àcula. Una frazione di S. Teresa Gallura è denominata Ruòni, accrescitivo del logudorese rùu ‘rovo’ mentre il gallurese per il medesimo fitonimo ha il vocabolo lam(m)a. Nel territorio di Arzachena è attestato l’orotoponimo Mònti Curògnu, il cui secondo elemento, ormai caduto in disuso, costituisce un adattamento di coróngiu ‘macigno, rupe, collina’, termine logudorese che in questa forma è disusato da almeno tre secoli. A breve distanza da questo centro abitato, inoltre, è attestato il toponimo paleosardo Tìana che replica quello più noto relativo a un villaggio situato nel cuore montano dell’isola. Nella località di Vignola, presso la zona ribattezzata con l’altisonante nome di Costa Paradiso, sono attestati il toponimo paleosardo Tìnnari e il fitotoponimo bimembre Littu di Zòccaru in cui entrambi gli elementi sono logudoresi (littu ‘bosco’; Zòccaru = Ithòccor, nome medioevale di origine preromana che potrebbe risalire al re di Gallura Ithoccor de Gunale)[39]. Nella stessa zona una località è detta Labbaitòggia, denominazione che rappresenta un adattamento di un più antico toponimo logudorese S’Abba ’Idòrgia ‘l’acqua potabile’.Nella toponimia di S. Antonio di Gallura spiccano diversi toponimi logudoresi come Abba ’e Caddu, Abba ’Ia, Bulgùra, Concas, Nuraghes, Òltana, Oroséi, Piras oppure adattati alla fonetica gallurese come Li Rùisi (= log. Sos Rùos), Lu Lutu (anziché gall. Lu Lòzzu), Suldarana (= log. Sos d’Aràna)[40], Tistuinàgliu (= log. tostoinàlzu)[41]. Ora, poiché il territorio comunale di S. Antonio si interpone tra l’agro di Olbia e il territorio di Luras, cioè gli ultimi due comuni dove ancora si parla il logudorese, appare sensato supporre che in un passato non molto lontano tra queste residuali zone sardofone non vi fosse quella soluzione di continuità che si osserva nella situazione odierna. Un quadro di questo tipo, tra l’altro, spiegherebbe la vicinanza del dialetto di Luras a quello di Olbia e, grazie ai toponimi afferenti al sostrato logudorese del territorio di Tempio, anche all’estinto dialetto di Bortigiadas[42] che rappresentava il centro più occidentale della varietà un tempo in uso nell’intera Gallura.[43]

La toponimia medioevale della Gallura, come si accennava, si presenta con forme logudoresi a partire dai nomi degli stessi centri abitati, alcuni dei quali risalgono al sostrato preromano. In Gallura nel secolo XIV oltre ad Aggius (ant. Agios), Arzachena, Bortigiadas, Calangianus (oggi log. Calanzanos), Luogosanto, Luras, Nuchis (log. Nughes),[44] Telti (log. ant. Tertis, mod. Teltis)[45], Tempio, Terranova (= Olbia), Trinità d’Agultu (ant. Lagustu) e Viddalba (ant. Villa Alba) esistevano anche i centri denominati Abaguana (= log. Abba Cana), Ariàgono (odierno Agliàcana), Agugari, Arischion, Arista, Assum,Bacor, Campu de Vinyas, Canahin (odierno Canaìli), Canaran (odierno Caràna), Caresos (odierno Carési), Capichere (odierno Capichéra), Castru, Corache o Torache, Corrùera (odierno Currùaru), Cùcur, Dauno, Gardoso (odierno Caldosu), Gurgurày, Lapaliga, Lapia, Larathanos, Latinacho, Longosardo (oggi S. Teresa Gallura), Mela de Assum, Mela de Taras, Monte Carellu (odierno Monticaréddu), Montevargiu o Alvargios, Nuragi, Offilò (odierno Ovilò), Offudè (odierno Oviddè), Ortu Muratu, Oruviar, Panana, Pussolu (odierno Putzólu), Santo Stefano, Scopetu, Siffilionis (odierno Silónis), Sortinissa, Sullà, Suraghe, Tamarispa, Telargiu, Uranno, Viniola (odierno Vignóla), Villa Maiore, Villa de Verro, Vinya Maiore, Villa Petresa. A testimoniare la circostanza per cui durante il periodo giudicale il logudorese doveva essere parlato in tutta la Gallura è, tra altri dati, il nomedella curatoria più settentrionale. Questa antica circoscrizione amministrativa, che oggi corrisponde per buona parte al territorio di S. Teresa Gallura, aveva il nome di Taras, la cui veste fonetica è indiscutibilmente sarda.

Non mancano, persino nel cuore della Gallura, delle denominazioni geografiche riferibili al sostrato paleosardo. Tra esse, oltre ai citati Tìnnari e Tìana, è da comprendere lo stesso coronimo Gallùra, il quale rappresenta una toscanizzazione dell’antica denominazione di questa regione che era Gallul.[46] Questo aspetto risulta ancora più chiaro nella parte sud-orientale di questa regione dove la nuova parlata giunta dalla Corsica conquistò dei territori in cui si conservano molti toponimi la cui struttura è confrontabile con quella di analoghe forme caratteristiche dell’area centro-orientale, ossia della zona più conservativa della Sardegna. Si tratta di forme come Azzanì, Azzanidò, Bilgalavò, Burdunispa, Colcò, Limpiddu, Loccarì, Loccoli, Lóiri, Luccurrài, Luɖɖuì, Luttuni, Lutturài, Mocorra, Murgalavò, Muriscovò, Murrài, Neulavè, Oroséi (località di S.Antonio di Gallura), Osinavà, Ottiólu, Oviddè, Ovilò, Salaùna, Salvànori, Saltzài[47], Sanalvò, Solità, ant. Sollài[48], ant. Sortinissa, Strugas, Talavà, Tamarispa[49], Tiriddò, Turrutò, Zarabaddò. Non a caso il territorio comunale di Budoni, nonostante oggi risulti per la maggior parte corsizzato, presenta una percentuale di toponimi paleosardi superiore al 14%, un dato che è eccezionale rispetto alla media dei comuni sardofoni e che avvicina questa zona alle medie elevatissime dei comuni della Barbagia.[50]

Interessanti sono i toponimi formati dal fitonimo tòva ‘vetrice’ (Salix viminalis L.) che vanno col nuorese thòba, thòga, thòa, col logudorese tòa e il campidanese tzòa, sciòva, tutte varianti di un lessema attribuito al sostrato paleosardo[51]. La variante gallurese tòva è attestata anche nella Corsica sudorientale, dove denomina una grande foresta, e pare rappresentare una testimonianza da riferire alla lingua che prima del dominio romano si parlava in Sardegna e nella Corsica meridionale. Qui sono attestati dei toponimi che hanno dei confronti nella toponimia di origine preromana che caratterizza la Sardegna. È il caso delle forme Fìgari e Vintìsari relative a due centri abitati. La forma Fìgari è attestata anche nel territorio di Golfoaranci. Il suffisso di questo toponimo è molto frequente in Sardegna (cfr. Bànari, Bùnnari, Càgliari, Sàssari, Biddìsari, Simànari etc.) e nella stessa Gallura, come mostrano le forme ant. Agugari, Bunnànnari (Luogosanto), Tisiènnari (Bortigiadas). Il toponimo corso Quàsquara, che è attestato anche in Sardegna sotto forma di cognome (Càscara)[52], va con forme galluresi come Sàltara (S. Teresa Gallura), Abatìnnara, Càltara (Luras) le quali fanno parte di un gruppo di forme paleosarde in ´–ara come Àrdara, Càrcara, Nùrcara, Sàrdara e simili.

D’altra parte, la tesi che prevede la corsizzazione linguistica della Gallura a partire dal Medioevo , piuttosto che dall’Età Antica, può contare su altri riscontri di grande evidenza come la persistenza, proprio al centro della Gallura, del centro sardofono di Luras la cui fonologia testimonia gli ininterrotti rapporti che essa intrattenne sia con le estinte varietà logudoresi dei centri vicini sia con le parlate che tuttora vigono ai margini della Gallura corsofona e, in particolare, quella già citata di Olbia e quelle di Monti, Berchidda e Oschiri. Inoltre, si deve ricordare che gli antichi Corsi erano stanziati anche nel settore orientale dell’odierno Monteacuto dove, oltre ai suddetti centri abitati, il logudorese è tuttora parlato nei territori di Alà, Buddusò, Padru e nella parte meridionale del territorio di Budoni.

Una conseguenza notevole della plurisecolare interazione tra sardo e corso è costituita dall’insorgenza, avvenuta in certi casi già durante il Medioevo , di una serie di varianti di veste corsa rispetto alle antiche forme logudoresi. Sia sufficiente osservare i seguenti esempi: gall. Àgghju = Aggius (log. Azos); gall. Bilchìdda = Berchidda; gall. Bultigghjàta = Bortigiadas; sass. Cagliègga = Cargeghe; gall. Caragnàni, cast. Caragnànu = Calangianus (log. Calanzanos); sass.gall. Ciaramònti = Chiaramonti (log. Tzaramonte); Cugnàna (log. Conzanos); gall. Cuzìna, Cucìna = Coghinas; gall. Laìrru = Laerru; gall. Lùris = Luras; gall.sed. Màlti = Martis; gall. Mònti (log. Mònte); gall. Nùchis (log. Nughes); gall. Nùaru = Nùoro; gall. Pèlfica, Pèlfuca, sed. Pèlfiga, sass. Pèifigga = Perfugas; gall. Òscari = Oschiri; sed. Ósili[53]= Osilo; sed. Séddini, gall. Sétini = Sedini (log. Sédine, ant. Setin); gall. Tarranóa = Terranova = Olbia (log. Terranòa); gall. Usgìdda = Osidda; sass. Ùsini (log. ant. Usune, Usine); gall. Uziéri = Ozieri (log. Otiéri); sed.cast. Zélgu = Tergu. La casistica, che comprende parecchi altri toponimi relativi a località e insediamenti meno noti, dimostra che in alcuni casi le forme corsofone, talvolta attestate fin dal Medioevo [54], hanno sostituito quelle logudoresi. Questo processo di sovrapposizione può contare su alcune attestazioni documentarie, la più antica delle quali risale alla seconda decade del Trecento (1317-1319) ed è costituita dal toponimo Lu Narboni, che probabilmente coincide con l’odierna località di Li Nalbòni nei pressi di Talavà (Budoni)[55].

6. Un dato omogeneo che accomuna la Gallura alla Corsica meridionale è rappresentato da poco più di una ventina di toponimi che presentano il suffisso –èna[56]. Nella toponimia oltremontana spiccano le seguenti forme: Altagène, Aullène (ant. Augugliena)[57], Bisène, Bisugène, Lupèna, Quinzèna, Sartène, Sicchène, Scopamène o Scupamèna. Si tratta di nomi di centri abitati che sorgono all’interno del dominio linguistico oltremontano. e, più precisamente, nei cantoni del Tallano, Sartene e Scupamena. L’unica eccezione è costituita da Quinzena (cantone di Vezzani) che, tuttavia, è situata a poca distanza dalla linea di contatto di questo dominio con quello cismontano.

Le forme in questione mostrano, forse a causa dell’influsso ligure, una forte tendenza all’apocope della sillaba finale[58]. Pertanto, rispetto alle forme ufficiali si hanno forme popolari che corrispondono ad Altaghjè, Auɖɖè, Bisè, Bisughjè, Sartè, Sicchè. In quest’ultimo caso la forma apocopata ha definitivamente soppiantato quella originaria, la quale è documentata nell’antico cognome Sequeno che è attestato proprio in Sardegna, a Sassari, nel Cinquecento[59]. Questi toponimi, nelle fonti e nella stessa pronuncia popolare, mostrano delle varianti in –èni come Altaghjèni per Altagène;[60] Auglieni e Auguglieni per Aullène;[61] Biseni[62] per Bisène; Bisugghjeni per Bisugène[63] e Sarteni per Sartène. A questo gruppo si deve aggiungere il toponimo Sorgeni relativo a una località oggi disabitata[64]. Queste varianti si spiegano con la tendenza dell’oltremontano a conguagliare in –i le forme desinenti in –e. Il fenomeno si deve alla mancanza, in questa varietà, di una classe di aggettivi in –e allo stesso modo che in gallurese e nella altre varietà sardocorse in cui le forme che terminano in -e escono in –i oppure in –a.

La Gallura, a sua volta, presenta una dozzina di toponimi: Albitrène, Ansèna, Aratèna (2)[65], Arzachèna, Austèna, Bassacutèna, Biddichèna, Curichèna, Maghjuchèna, Pisighèna, Tuttusèna (v. Appendice, carta 44). Queste forme hanno una maggiore frequenza nei territori di Arzachena e Olbia, nei quali sono attestate la metà delle occorrenze.

Non è ancora chiaro se alla base dei suddetti toponimi siano, almeno in alcuni casi, degli antroponimi cui si affigge il suffisso –ène, -èni, –èna[66]come sembrerebbe nel caso del toponimo Austèna di Luogosanto, che può rappresentare un regolare sviluppo di una variante *Augustenus del prediale Augustanus[67]di Augustus. Alcuni studiosi attribuiscono il suffisso in questione a un filone retico-etruscoide[68]. Altri lo considerano un suffisso tirrenico o paleosardo da confrontare con l’etrusco e l’anatolico[69]. Altri lo confrontano con forme toponimiche in –ènna documentate nell’Africa settentrionale[70].

Toponimi desinenti in –èna sono attestati anche nella penisola italiana con maggiori frequenze nella Toscana orientale, in Umbria, nell’Emilia-Romagna, nel Veneto e nella fascia prealpina della Lombardia con sporadiche occorrenze anche in Abruzzo e nel Molise[71]. Se la zona in cui sono attestati i citati toponimi galluresi in –èna corrispondesse a quella in cui erano stanziati gli antichi Corsi, se ne potrebbero ipotizzare, a grandi linee, le relative sedi galluresi. Esse, qualora la supposizione risultasse fondata, andrebbero situate nel settore che corrisponde grossomodo alla metà orientale della Gallura. Per affrontare questo discorso, tuttavia, è necessario risalire alla situazione originaria dei suddetti materiali toponimici. Nelle fonti medioevali galluresi l’unica forma che presenta questo suffisso è Arsequen = Arzachena, la quale è attestata varie volte verso la metà del Trecento[72] anche con la variante epitetica Arsequene che va con le citate forme corse in –ène.

D’altra parte, qualora il settore orientale della Gallura, dove è attestato il suffisso –èna,in età preromana fosse compreso in un dominio linguistico esterno a quello propriamente sardo, bisognerebbe ipotizzare che tale dominio, oltre alla Gallura e alla Corsica centro-meridionale, comprendesse anche le suddette regioni della penisola italiana. Si tratta di una ipotesi che presenta dei rischi per il solo fatto che è assai difficile stabilire a quale periodo della preistoria possa risalire la supposta continuità linguistica che avrebbe collegato l’estremità nord-orientale della Sardegna alle Alpi orientali passando per l’Italia mediana.

Riguardo ai toponimi che terminano in –èna, -ène, -èni occorre verificare se la restante toponimia sarda offra dei confronti rispetto alla situazione gallurese e della Corsica meridionale. Ebbene, sono numerose le denominazioni che presentano una struttura analoga a quelli della Corsica meridionale e della Gallura. Anzi, il centro montano dell’isola conserva una quantità di toponimi che supera quelli della Gallura e della Corsica, come dimostra la seguente serie[73] (da nord a sud): Iddatène (Buddusò)[74], Araène[75] (Lodè), Lugulène o Lugulèna (Orune), Oddoène (Onifai), Oddoène, Orvène, (Dorgali), Ghedimène e Ortobène (Nuoro), Gordospène e Ospène (Oliena), Bisèni (Mamoiada), Gorthène, Guspène, Isène e Tettène (Orgosolo), Tuluschène (Gavoi), Gustospène e Lopène (Ovodda), Grivène e Guspène (Fonni), Lopène, Mustaccène, Oddoène (Baunei), Selène (Lanusei), Talène (Esterzili) e altri tra cui le antiche forme Golormena, Savren, Urgen. In alcune zone della Barbagia e dell’Ogliastra queste forme si presentano, oltre che con l’uscita in –ène,anche con la variante –èni: Ovéni (Dorgali), Soroèni (Lodine), Ortèni (Urzulei), Orzudèni (Lotzorai). Appare non poco significativo che questi toponimi siano attestati nella zona più conservativa della Sardegna e che, trattandosi in gran parte di forme opache, siano da attribuire perlopiù al sostrato paleosardo.

Sul piano metodologico anche per i toponimi corsi che presentano la medesima terminazione è necessario, come nel citato caso della forma gallurese ant. Arsequen(e), risalire alle attestazioni documentarie più antiche allo scopo di accertare se la loro veste fonomorfologica corrispondesse a quella odierna o se quest’ultima rappresenti la conseguenza di modificazioni intervenute in periodi a noi più vicini. È interessante, a questo proposito, notare che in epoca romana nell’estremo sud della Corsica fosse stanziata la popolazione dei Tarabeni, un etnico il cui suffisso corrisponde a quello dei toponimi in questione. Riguardo a questi ultimi, le fonti medievali documentano varianti grafiche come Besugene, Besugini, Bisuguina, Bisegeno per Bisugene[76]; Bisanne[77] per Bisene; Sardena[78] per Sartene e la citata grafia Sequeno per Sicchè(ne). La situazione corsa mostra un’oscillazione tra le uscite –ène, –èna,coerente con le citate attestazioni del toponimo Arzachèna, ma anche varianti in –èni che portano a non escludere che la desinenza di queste forme rappresenti una vocale paragogica. Se così fosse, si potrebbe supporre che sia i toponimi corsi sia quelli sardi presi in esame in epoca preromana terminassero in –en così come altri toponimi paleosardi, per esempio i citati Savren, Urgen e simili.

Se si getta uno sguardo generale ai punti in cui sono attestati in toponimi che presentano il suffisso –ène si può osservare come essi siano distribuiti senza soluzione di continuità lungo la fascia orientale della Sardegna, dall’Ogliastra fino alla Gallura, e continuino nella Corsica meridionale. In Sardegna le frequenze più alte sono attestate nell’entroterra dei golfi di Orosei e Olbia mentre le occorrenze più occidentali non oltrepassano i territori di Ovodda e Buddusò. Al di fuori di queste occorrenze si situa soltanto l’antico toponimo Savren, relativo a un villaggio che si trovava tra Thiesi e Cheremule, e i toponimi Golormena e Urgen di cui non si conoscono i siti.

Di particolare interesse si rivela il confronto tra il toponimo corso Lupèna e i toponimi sardi Lopène (Baunei, Ovodda) e tra il toponimo corso Bisène, Bisèni e quello sardo Bisèni (Mamoiada). Insomma, il quadro dei confronti, più che stabilire una comunanza di forme preromane della Gallura e la Corsica meridionale con la penisola italiana, sembra evidenziare, ancora una volta, una continuità linguistica della Corsica meridionale con la Sardegna in epoca preistorica.

Vi sono anche altri indizi, poi, che connettono l’intera Sardegna, non soltanto alla Gallura, alla Corsica e alla Penisola. Oltre ad alcuni toponimi di probabile origine ligure (v. infra), vi è l’elemento idronimico òsa che occorre nelle denominazioni Osa e Osarella (Terni), in quelle del torrente Osa (Grosseto), del Fiumu di l’Osu (Corsica meridionale) e degli idronimi sardi Flumendosa (= flumen d’Osa) e Su Osu (Arbus)[79]. Anche su questo argomento, tuttavia, resta il problema di accertare a quando risalgano tali testimonianze. Inoltre, ammettendo che i Corsi di Sardegna fossero parte di un’etnia propriamente corsa, bisognerebbe stabilire quali rapporti intercorressero tra costoro e i Balatoni, i Titiani, i Subasani e i Tarabeni cioè le popolazioni che le fonti classiche localizzano nella parte meridionale della Corsica.

7. A marcare la discontinuità storica intervenuta tra la Corsica meridionale e la Sardegna dopo l’Età Antica è una forma notissima come il log. nuraghe che con le sue numerose varianti denomina l’edificio a forma di torre caratteristico del paesaggio sardo. Costruzioni del tutto simili ai nuraghi si trovano anche nella Corsica meridionale, cioè nel territorio che in antico fu occupato da quei Corsi che risiedevano anche in Gallura. Ora, mentre il gallurese, il sassarese e le altre varietà sardocorse presentano delle forme adattate del vocabolo sardo (gallurese naràcu, naràgu; sedinese runàghi; sassarese nuràghi, nuràgu), il corso, compresa la varietà dell’estremo sud, non ha un nome preromano per queste costruzioni preistoriche. Esse, infatti, sono designate col termine romanzo tòrra, tòra, tùrri, tùri ‘torre’. In modo analogo agli archeologi sardi, che a partire dal tipo di monumento piuttosto che dal popolo che li costruì, la definiscono “civiltà nuragica”, così gli archeologi corsi la definiscono “cultura torreana” come se a costruire le torri corse non sia stato lo stesso popolo o un popolo strettamente collegato a quello che costruì le torri sarde. Non a caso, in Corsica l’area di diffusione dei citati toponimi che presentano il suffisso –èna, -ène, -èni è quasi sovrapponibile a quella dove sorgono le rovine delle torri o nuraghi corsi.

Sono diversi gli elementi convergenti che lasciano ritenere che gli antichi Corsi[80] stanziati sulle opposte sponde del Fretum Gallicum non fossero altro che una delle diverse popolazioni che, insieme ai Balari, agli Iliesi, ai Galillesi e ad altri gruppi, costituivano la macroetnia che le fonti classiche ricordano con l’etnico Sardi. Non a caso Tolomeo elencava i Corsi tra le popolazioni propriamente sarde[81] e Plinio il Vecchio li citava insieme ai Bàlari e agli Iliensi tra le popolazioni più note della Sardegna[82] mentre il Corpus Inscriptionum Latinarum[83] (C.I.L.) ritrae la presenza dei Corsi in Sardegna anche sotto il profilo militare[84]. Anche l’onomastica antica, grazie a due epigrafi ritrovate nei pressi di Telti, li ricorda attraverso due individui aventi Cursius[85]‘Corso’ come prenome. E, per quanto riguarda la componente ligure della coorte gemina di Liguri e Corsi stanziata in Sardegna durante il I secolo d.C.[86], non può escludersi che il nome del soldato Tunila, figlio di un Caresio, da cui pare essere insorto il toponimo gallurese Carési (ant. Caresos), sia da attribuire all’elemento ligure qualora la sua pronuncia fosse proparossitona ['tunila]. Indizi in questa direzione provengono dalla toponimia gallurese in cui sono attestate forme proparossitone in ´-ula come Vìgnula (nome di un’altura che separa i territori di S. Maria Coghinas e Sedini) che si oppone a Vignóla, sviluppo regolare del toponimo Viniola riferito dalle fonti antiche. Notevole è anche l’attestazione di una Valeria Nispeni[87], il cui cognome, probabilmente paleosardo, dimostrerebbe la coesistenza nell’area di Olbia di forme antroponimiche protocorse con altre propriamente protosarde[88]. Si tratterebbe, appunto, di un indizio a favore dell’identità delle due etnie.

L’unica parola protocorsa ricordata dalle fonti classiche è il nome dei Bàlari, antica popolazione stanziata tra l’Anglona e il Monteacuto, il cui territorio confinava con quello dei Corsi. Secondo questi ultimi essi si chiamavano Bàlari perché il loro nome significava ‘esuli, fuggiaschi’ e ‘disertori’, in quanto avrebbero abbandonato l’esercito cartaginese di cui sarebbero stati mercenari[89]. Questa testimonianza, tramandata dal geografo greco Pausania, potrebbe rappresentare una paretimologia dal momento che il toponimo Pérfugas (lat. pérfŭgas), relativo a un villaggio dell’Anglona confinante con la Gallura, traduce alla perfezione l’etnico bàlar(i)[90].

8. Al problema della continuità tra gli antichi Corsi e il popolamento della Gallura in epoca medioevale si aggiunge, come si accennava, una serie di indizi relativi a un’antica presenza ligure. A questo elemento potrebbe risalire il toponimo Lùras, relativo al citato villaggio sardofono situato nel cuore della Gallura montana (in gallurese Lùris).[91] Questo toponimo può essere confrontato con la forma ligure Luras ricordata nella Tavola di Veleia[92], per la quale vi è chi adombra la possibilità che si trattasse di un etnico[93]. Su questo aspetto appare interessante la denominazione del villaggio di Luri, situato nel Capo Corso, che la tradizione dell’isola minore distingue con la forma Luri di Corsica[94] dalla Luris di Gallura. Le denominazioni di questi due centri vanno confrontate anche con l’altro toponimo corso Lura, relativo a una località del comune di Cargese. Sull’affinità linguistica tra Liguri e Corsi si era espresso lo stesso Seneca[95], che della realtà corsa aveva maturato una diretta conoscenza durante il suo esilio in quell’isola. Ora il ritrovamento a Sorgono di un diploma dell’88 d.C.[96] e di un altro a Dorgali del 96 d.C.[97], mentre attesta la dislocazione di una coorte di Liguri nel centro dell’isola, rende possibile anche un confronto dei toponimi sardi Orotelli, relativo all’omonimo villaggio e a una località di Urzulei, e Oradelli (localizzato nell’Oristanese da Giovanni Francesco Fara[98]) con l’etnico ligure Oratelli[99] ricordato da Plinio il Vecchio[100]. Questo etnico spettava a una tribù un tempo stanziata nell’entroterra della Riviera di Ponente[101].

A una presenza celto-ligure potrebbe risalire il toponimo Monte Alma, relativo a due distinte alture situate nei territori comunali di Nulvi e Sorso, in cui si osservano dei caratteri geomorfici confrontabili con quelli di altre località denominate dalla voce ligure (b)alma, (b)arma ‘riparo sotto roccia, cavità, grotta’ e ‘grotta artificiale chiusa con un muro’[102].

All’elemento celtico, forse veicolato dagli stessi liguri documentati in Sardegna, potrebbero risalire i toponimi Lugudunec (= Castro, Oschiri)[103] e Portus Luguidonis dell’Itinerario Antoniniano. Quest’ultimo sembrerebbe alla base del toponimo Budoni[104], la cui pronuncia locale log. Budùne, gall. Budùni corrobora la congruenza grafica con le due citate forme antiche. La loro origine andrà ulteriormente approfondita. In ogni caso, si tratta di dati frammentari da utilizzare con prudenza.

La documentazione disponibile non è ancora sufficiente per affrontare un discorso organico sull’antroponimia protocorsa in Sardegna né a verificare se esista una continuità tra l’antica popolazione dei Corsi e le prime attestazioni dell’etnico Corsu nelle fonti sarde dell’XI secolo. La cesura delle fonti relative all’alto Medioevo  rappresenta, almeno finora, un serio ostacolo in tale direzione.

Alla luce delle questioni cui si è accennato, anche se la tesi che postula una continuità tra il gallurese e l’idioma degli antichi Corsi di Sardegna non andrebbe scartata in modo aprioristico, si deve ammettere che essa non può contare, almeno per ora, su dati oggettivi che possano corroborarla. In effetti, i dati di cui si dispone sul piano linguistico consentono di ipotizzare che i discendenti della popolazione protocorsa della Gallura, nel periodo compreso tra l’Alto Medioevo  e i primi secoli del Basso Medioevo , dovessero parlare una varietà simile all’antico logudorese.  

La fase più antica del radicamento del gallurese andrebbe collocata, all’incirca, tra la parte finale del primo millennio e la fine del Duecento o gli inizi del Trecento. Sul piano propriamente storico questo assunto comporta un quadro che già durante l’Età Giudicale vede delle comunità corsofone stanziate stabilmente accanto all’elemento autoctono.[105] Ma anche per il sassarese, il castellanese e il sedinese si deve pensare a una fase di radicamento da collocare tra il pieno Duecento e i decenni iniziali del Trecento. In alcune località più importanti all’elemento sardofono si affiancava, a seconda della congiuntura storica, anche una comunità pisana (Sassari, Orosei, Iglesias) o ligure (Castelsardo, Alghero e ancora Sassari) o della Lunigiana (Osilo, Bosa). In questa fase i nuclei corsofoni, probabilmente minoritari rispetto alla complessiva massa costituita dai sardofoni e da altre componenti linguistiche, acquisirono gran parte dei sardismi lessicali e fonetici che oggi si possono osservare nelle varietà sardocorse. È durante tale periodo, che si protrae fino alla seconda metà del Trecento e agli inizi del Quattrocento, che il gallurese e il sassarese dovettero acquisire la maggior parte dei loro tratti tipici. Si deve a queste motivazioni, in buona sostanza, se questi idiomi non hanno risentito, se non in misura marginale, dei successivi apporti giunti dalla Corsica tra il Sei e il Settecento. A confermare questo quadro storico sono le ondate migratorie che, durante il Basso Medioevo  e fino agli inizi dell’Età Moderna, si dirigono dalla Corsica non solo alla volta della Sardegna ma verso le regioni dell’Italia centrale e altrove[106].

A favore dell’ipotesi che il gallurese odierno sia giunto in Sardegna dalla Corsica meridionale in epoca medioevale milita anche il fatto che esso presenta moltissimi sardismi a lato dei quali, in alcuni casi, si conservano le corrispondenti forme patrimoniali corse. La struttura di alcuni di questi sardismi dimostra che essi furono acquisiti dalle varietà corse prima del Cinquecento. Questo aspetto presuppone una fase in cui l’oltremontano, una volta trapiantato in Gallura, dovette conoscere un lungo periodo di acclimatamento a fianco del logudorese.

I dati che emergono dalla ricerca permettono di affermare che la base del gallurese ha i più convincenti confronti, prima ancora che col dialetto di Sartene[107], col rucchisgianu cioè con la parlata dell’Alta Rocca che rappresenta la varietà più conservativa dei dialetti corsi. Soltanto il rucchisgianu condivide col gallurese tutta una serie di fenomeni caratterizzanti come la conservazione di ĭ e ŭ latine; il mantenimento di k, p, t intervocaliche; l’uscita unica del pronome personale iɖɖi ‘essi, esse’; lo sviluppo cacuminale sia per ll che per lj (fiɖɖólu ‘figliolo’, piɖɖà ‘pigliare’, vóɖɖu ‘voglio’); le uscite dell’imperfetto indicativo in –à(v)ami, –à(v)ati, –à(v)ani e altre importanti particolarità. Sono questi dati a lasciare ritenere che i primi colonizzatori corsofoni siano giunti in Gallura - probabilmente già prima della conquista genovese della Corsica e della fondazione della colonia di Bonifacio - dalla regione montana del Tallano e dai territori di Carghjaca, Loretu, Mela, Zozza, Auddè, Quenza, Scupamena, Surbuddà, Càrbini, Livìa e Zonza. Si tratta di una vasta zona pastorale che per secoli, quasi fino a ieri,[108] ha condiviso con le comunità corsofone della Gallura l’antica tradizione della transumanza (in corso: a muntagnéra) dalle pianure costiere ai pascoli montani e viceversa.

9. “Nessuna regione italiana ha avuto una storia linguistica unitaria” e “nessuna storia regionale può fare a meno delle esperienze linguistiche del suo territorio”[109]. Queste considerazioni, che nulla tolgono all’originalità della situazione sarda, valgono anche per la Sardegna proprio e soprattutto come conseguenza della presenza nella sua parte settentrionale delle parlate giunte dalla Corsica.

Alle varietà sardocorse, in generale, è stata dedicata un’attenzione minore rispetto a quella riservata al sardo che, per via delle sue strutture e del suo lessico particolarmente conservativi, ha sempre attratto gli studiosi interessati a descrivere le fasi del trapasso del latino verso il romanzo. Comunque gli studi relativi alle varietà in questione, anche se la penuria di fonti scritte non li ha sicuramente incoraggiati, non sono mancati affatto. Si deve ricordare la fase pre-scientifica durante la quale i contributi più interessanti provengono, a partire dalla seconda metà del Settecento, dal naturalista Francesco Cetti, da G. Cossu, dal padre Tomaso Napoli, da Vittorio Angius, dal canonico Giovanni Spano[110], da Enrico Costa, da O. von Reinsberg Düringsfeld, dal barone di Maltzan e dal principe Luciano L. Bonaparte che fra tutti forse fu il più acuto. In quel periodo i più consideravano le varietà sardocorse un tutt’uno, definendole ora “sardo settentrionale” ora “gallurese”. L’argomento, insomma, attirava e appassionava gli eruditi già quasi due secoli e mezzo or sono. Una tradizione, questa, che non si è mai spenta e che, anzi, negli ultimi decenni ha attratto una schiera di cultori anche validi tra i quali si ricordano soprattutto alcuni lessicografi[111]. Questi studi partivano, in generale, da approcci che hanno privilegiato gli aspetti sincronici che, pur essendo molto importanti, offrono una rappresentazione parziale della complessiva situazione. I pur rari materiali documentari, spesso costituiti da interferenze, non hanno formato oggetto di indagine. Tuttavia la conoscenza delle fonti scritte, specialmente da un punto di vista filologico e fonetico-storico, rappresenta un aspetto irrinunciabile.

La conseguenza di questa situazione è che gli approcci multiformi e diversificati non hanno portato a risultati unanimemente accettati. Vi è chi considera il sassarese come il risultato della coesistenza, durante il periodo giudicale (sec. XI – metà sec. XIII), dell’antico toscano col sardo logudorese. Nessun dubbio può esservi, in realtà, sul fatto che il sassarese, come il gallurese, condivida col corso buona parte della morfologia e molti fenomeni fonetici, oltre che non pochi fatti sintattici e una quota rilevante del lessico patrimoniale. È vero che per il gallurese, in relazione alla condivisione di un certo numero di fatti morfologici, un’ascendenza al toscano antico potrebbe essere sostenuta anche senza la mediazione del corso. Questo fatto insieme ai chiari rapporti tra il gallurese e il siciliano risulteranno più chiari nella Morfologia. Viceversa, il tentativo di sostenere un’origine diretta della parlata sassarese dal pisano antico andrebbe incontro a qualche difficoltà.

In effetti le varietà sardocorse, in particolare il gallurese, condividono col toscano antico alcuni fatti notevoli tra i quali le forme dell’articolo (gall. lu, la, li ≠ tosc. antico lo, la, li, le) e le preposizioni non articolate (es. in lu, in la, in li ‘nel, nella, negli, nelle’ ≠ tosc. antico in lo, in la, in li, in le). Allo stesso modo il gallurese condivide col siciliano le preposizioni articolate a lu, a la ‘al, allo, alla’ e la forma a li ‘agli’ che in tutte le varietà sardocorse è unica per entrambi i generi. Questo aspetto interessa anche talune forme della flessione verbale, specialmente relative all’imperfetto indicativo, e altri fenomeni che talvolta soltanto la toponimia riesce a rivelare grazie alla sua capacità di cristallizzare forme cadute in disuso da molto tempo. Tuttavia, si deve tenere presente che anche il corso antico presentava l’articolo in forme che corrispondono a quelle dell’odierno gallurese e che, forse a causa dell’influsso ligure o dei contatti col romanesco, a partire dal Cinquecento furono abbandonate a favore delle forme odierne u e a del singolare, e ed i del plurale. Spie di questo processo storico si rilevano anche nei materiali antroponimici della città di Sassari. Per esempio, tra i cresimati della parrocchia di S. Donato nel 1555 è attestato un tale Luca Dauloro, il cui cognome rappresenta la concrezione del nesso toponimico da u Loro,[112] relativo a una località corsa, nel quale l’antico articolo lu è passato a u. Testimonianze di questo tipo sono utili per inquadrare il periodo entro il quale le varietà di origine corsa si radicarono stabilmente in Sardegna. Ebbene, se queste ultime hanno conservato le antiche forme dell’articolo determinativo mentre il corso le ha perdute a partire dal Cinquecento, se ne può dedurre che le varietà in questione dovevano essere presenti nella parte settentrionale della Sardegna già in epoca anteriore.

In Corsica il lessico appare il maggiore testimone del processo di toscanizzazione attuatosi durante il dominio pisano a cavallo tra il primo e il secondo millennio. Lessico che doveva essere condiviso dalle varietà corse trapiantate in Sardegna nell’iniziale fase di acclimatamento. Per questo periodo, purtroppo, non si dispone di documenti utili a descrivere i fenomeni in modo più puntuale. Solo dal Cento si dispone in Sardegna di qualche fonte in cui figurano già degli individui di origine corsa. Diverso è il caso rappresentato dai numerosissimi lessemi passati già da molti secoli dal sardo al sassarese e al gallurese. In questo caso è possibile storicizzare con una certa precisione la fase della corsizzazione dei moltissimi vocaboli e forme logudoresi acquisiti dalle due varietà giunte dalla Corsica.

Sia il gallurese che l’oltremontano, ma anche il sassarese, presentano non pochi fenomeni, spesso relativi ai nessi consonantici, che sono condivisi con l’italiano mediano, meridionale e dell’estremo sud. In ciò va vista una testimonianza di maggiore coesione, in antico, di queste varietà rispetto a quanto si rilevi in sincronia. Ma il gallurese, specie nella morfologia, presenta tratti più arcaici e non di rado autonomi rispetto allo stesso oltremontano che, pure, è considerato unanimemente la varietà più conservativa del corso. Ancora, il gallurese conserva sia pur rari sviluppi di basi latine non attestati in altre aree romanze. Forse grazie alla sua posizione appartata, il gallurese, in modo non dissimile dal sardo, testimonia un’antica e maggiore coesione linguistica tra l’Italia centromeridionale e la Corsica. Se si potesse astrarre dal forte influsso e, per vari aspetti, dalla compenetrazione avuta col sardo fin dal Medioevo , si potrebbe sostenere che il gallurese rappresenti la varietà più conservativa del corso. Anche se non si sono conservate fonti scritte in oltremontano o in gallurese relative ai primi secoli del secondo millennio, la veste fonomorfologica di queste varietà mostra parecchi punti di contatto col siciliano trecentesco. D’altra parte, non si possono dimenticare i frequenti e contestuali contatti che le popolazioni corse ebbero durante il Quattrocento sia con la Toscana, la Tuscia, l’Umbria e il Lazio sia con l’intero territorio della Sardegna. Nella Morfologia alcune di queste problematiche saranno esaminate più da vicino anche se già in questo volume se ne offrono vari esempi.

10. Lo studio delle varietà sardocorse ha sempre incontrato ostacoli di varia natura. L’interesse dei maggiori studiosi, come si accennava, è stato calamitato dall’importanza che il sardo riveste per la ricostruzione del mutamento del latino verso il romanzo. Al sassarese e al gallurese, e ancora di più alle altre varietà meno note, è stata dedicata un’attenzione certamente inferiore, sebbene dal Guarnerio in poi non siano mancati contributi anche di notevole spessore. Tuttavia, si può dire che soltanto il Bottiglioni, benché le sue conclusioni non siano sempre condivisibili, abbia riservato interessi e sforzi commisurati ai problemi che lo studio di queste varietà riservano a chi intenda accostarvisi.

Si deve riconoscere che tra altri ostacoli non sono mancate difficoltà di carattere politico, motivate sia dall’appartenenza della Corsica alla Francia sia dalla sua plurisecolare e orgogliosa opposizione alla dominazione genovese. Difficoltà che per certi versi hanno alimentato dei pregiudizi che tuttora si frappongono rispetto a una visione della complessiva questione scevra da condizionamenti ideologici.

Una delle conseguenze più notevoli di tali difficoltà è rappresentata dalla generale sottovalutazione dell’importanza che l’elemento ligure ebbe per la storia sia del corso sia delle varietà sardocorse, nessuna esclusa. Il pregiudizio antigenovese, che fortunatamente condiziona sempre meno la linguistica corsa, ha avuto dei riflessi anche sugli studi relativi alle parlate della Sardegna settentrionale. Questo atteggiamento, in parte, ha coinvolto lo stesso logudorese. Specialmente sul piano etimologico, si è preferito attribuire l’origine di certi forestierismi al catalano o allo spagnolo o anche al piemontese piuttosto che al ligure. Un esempio di questa predisposizione si osserva nel verbo chittì(ssi) ‘ripagare, rivaler(si)’ e nell’aggettivo chìttu ‘pareggiato, saldato (sul piano economico)’, che è comune al logudorese e alle parlate sardocorse. Le voci in questione rappresentano dei francesismi (fr. quitte ‘libero da debiti, obblighi, tasse ecc’) passati in catalano e spagnolo ma anche nel genovese. Non a caso quest’ultimo ha un’espressione come semmo chitti ‘siamo pari’[113] sulla quale si è operato il calco sass. cast. sed. sèmmu chìtti, gall. sèmu chìtti e log. sémus chìttos ‘siamo pari, abbiamo pareggiato i conti’. Ebbene, Wagner riteneva che il log. chìttu derivasse dallo sp. quite e che il verbo chittìre venisse dal cat. quedar quiti ‘quedar en paz’[114] senza chiedersi, trattandosi di forme attestate nella Sardegna settentrionale, se potessero essere penetrate per il tramite del genovese. Accanto alla pretesa toscanità del sassarese, dunque, si deve considerare il fatto che su non pochi ligurismi fonetici, morfologici, sintattici e lessicali del gallurese resta ancora molto da studiare.

Per cercare di superare gli ostacoli che in qualche misura sembrano ancora impastoiare il dibattito sulle eteroglossie[115] della Sardegna settentrionale si è cercato di reperire il maggior numero di testimonianze documentarie su queste varietà, fossero esse di carattere onomastico, letterario, epigrafico oppure soltanto rappresentate da interferenze nel corpo di testi scritti in altre lingue come il latino, l’italiano e il sardo.

È innegabile, come si accennava, che le eteroglossie sardocorse non dispongano di un corpus documentario significativo. Tuttavia le pur frammentarie testimonianze non sono affatto da trascurare e costituiscono una base per impiantare un confronto con le fonti scritte, medioevali e moderne, di cui si dispone per il corso, il toscano, il ligure e il sardo, cioè i principali referenti linguistici con i quali le parlate di origine corsa si sono confrontate nel loro divenire. Ciò comporta che la lettura di determinati fenomeni debba avvenire necessariamente in filigrana. Concetto, questo, che è stato assunto come elemento fondante per qualsivoglia approccio alle varietà linguistiche corse: “…la langue corse est présente et se manifeste, d’une façon ou d’une autre, dans tout texte écrit par un Corse, quels que soient l’époque et le code employé, et que de tels témoignages son utilisables[116]. A maggior ragione questo aspetto deve essere tenuto presente per quanto riguarda le eteroglossie di matrice corsa del settentrione sardo.

11. Nello studio della fonetica storica delle varietà in questione l’approccio deve partire da almeno tre considerazioni. Anzitutto bisogna ricostruire, fin dove possibile, il quadro storico entro cui la presenza corsa si venne attestando e consolidando nella parte settentrionale della Sardegna. A questo problema lo scrivente ha dedicato, durante l’ultimo decennio, vari studi che hanno toccato diversi aspetti di quel vero e proprio caleidoscopio che è la linguistica sardocorsa. Non appare privo di importanza, a questo riguardo, come la recente storiografia ci assicuri della presenza a Sassari di una consolidata colonia corsa fin dalla prima metà del Trecento. E, d’altra parte, la rivisitazione di alcuni documenti, che finora erano passati in secondo piano[117], consente di stabilire che l’elemento corso fin dalla seconda metà del Cento in Sardegna giocava, per certi versi, un ruolo paragonabile a quello degli elementi pisano e genovese[118].

Un altro aspetto, strettamente connesso con quello precedente, è rappresentato dal percorso carsico che le varietà in questione hanno compiuto durante parecchi secoli. Tutto ciò a causa dello scarso prestigio di cui, specialmente il sassarese, sono state accreditate, si può dire, fino a oggi. Un promettente filone di ricerca è costituito dai testi logudoresi prodotti nei centri corsofoni o esposti all’influsso del gallurese, del sassarese o delle varietà intermedie dell’Anglona. Negli archivi parrocchiali di Sassari, Sorso, Castelsardo, Sedini, Aggius, Tempio, Nuchis e Calangianus può capitare, spesso nel contesto di documenti secenteschi, di reperire dei corsismi lessicali, fonetici, morfologici e sintattici. A titolo di esempio si può citare il passo di un documento proveniente dalla zona di Sedini, “di custu p(rese)nti annu[119], in cui la prima e la terza forma sono corse, la seconda è sarda mentre la quarta risulta ambigua. Del resto, interferenze che segnalano la vigenza del corso si rintracciano negli stessi Statuti di Sassari (1316) con grafie come catreia[120] ‘sedia’, a qui ‘perché’[121], assay[122], rùchiu e rùghiu[123] ‘scorreria, abigeato’, culpa e altre.

Per la descrizione di certi fenomeni, che diversamente non emergerebbero a causa della penuria di fonti documentarie, non bisogna sottovalutare i dati offerti dall’antroponimia, sia nominale che cognominale, e dalla toponimia. Sotto questo aspetto l’onomastica, grazie alla cristallizzazione delle forme originarie, offre un apporto a volte determinante. A questo riguardo bisognerebbe, se non ribaltare, quanto meno riconsiderare la convinzione, espressa da qualche studioso, che l’onomastica costituisca una branca ancillare della linguistica.

Un aspetto non secondario è rappresentato dalla conoscenza delle microvarietà locali. Spesso nelle parlate di piccoli insediamenti è ancora possibile osservare fenomeni che rappresentano elementi importanti per la ricostruzione storica relativa ad aree più vaste. Le parlate di Aggius, Sedini e altre, per esempio, conservano il prezioso arcaismo tèn’e ‘finanche, persino’ che continua il lat. tenus et e col quale vanno le varianti tenamènti, tiamènti, tamènt’e, tia[124], tiachì[125] vigenti in gallurese.

Talvolta anche nei parlari rustici di qualche stazzo è possibile reperire forme tanto inattese quanto utili anche sui piani morfologico e semantico. Presso poche famiglie che abitavano negli stazzi ormai abbandonati di Giagòne e Pubattu (Erula)[126], situati in una penisola linguistica che si insinua nel dominio logudorese, si usava il verbo succiarrà ‘accostare la porta’ (incrocio di succhjudì ‘socchiudere’ e sarrà ‘chiudere’)[127], che è conosciuto anche in altre zone del dominio galluresofono ma con significati figurati che appaiono di insorgenza più recente. Probabilmente la situazione delle suddette località, poste in prossimità del confine linguistico col dominio gallurese, ha contribuito a conservare il significato originario del verbo in questione. Ecco, allora, che anche la conoscenza delle microvarietà costituisce, non solo sul piano sincronico, un aspetto di grande rilievo specialmente nel caso in cui, oltre alla cornice, si vogliano apprezzare i particolari del quadro. Da questo punto di vista la pubblicazione, durante gli ultimi anni, di alcuni validi dizionari di gallurese, sassarese e maddalenino ha dilatato non poco le possibilità di osservare la situazione in sincronia.

12. Riguardo all’influsso esercitato dal ligure negli ultimi due secoli del Medioevo , ora, grazie anche alla rivisitazione delle fonti letterarie medioevali, esso emerge in termini più chiari di quanto non avvenisse in precedenza. Alcuni fenomeni come, per esempio, l’esito palatale sonoro della fricativa sibilante + jod a Castelsardo sono documentati fin dalla metà del Duecento[128]. Nel sassarese i ligurismi sono così numerosi che un genovese che conoscesse un po’ di storia del proprio dialetto, sentendo parlare un sassarese, a tratti potrebbe avere l’impressione di sentire conversare una persona in genovese antico. D’altra parte un sassarese quando sente o pronuncia delle parole come giazza ‘brina’, ciàttu ‘schiacciato’, cazzina ‘calce’, dòzi ‘dolce’, sciumma ‘schiuma’, èba ‘acqua’, céggu ‘cieco’, inimiggu ‘nemico’, pèsciu ‘pesce’, calàdda ‘discesa’, agliadda ‘agliata’, nibadda ‘nevicata’, serenàdda ‘brinata’, cammìsgia ‘camicia’, cariddài ‘carità’, amistài ‘amicizia’, santiddài ‘santità’, cabà ‘levare’, bàsgiu ‘bacio’, bràsgia ‘brace’, brusgià ‘bruciare’, cusgì ‘cucire’, lìsgiu ‘liscio’, prisgiòni ‘prigione’, òmmu ‘uomo’, primma ‘primo, prima’, ciàbi ‘chiave’, ciòdu ‘chiodo’, occiali ‘occhiali’, lintìzza ‘lenticchia’, mera ‘mela’, carrùggiu ‘vicolo’, ara ‘ala’, zèa ‘bietola’ o verbi come ciammà ‘chiamare’, lampizzà ‘lampeggiare, balenare’, giastimmà ‘bestemmiare’, ciacciarà ‘chiacchierare’, ciarì ‘chiarire’, imbriagàssi ‘ubriacarsi’, àggiu ‘io ho’, andaddu ‘andato’, diggu ‘dico’ oppure modi di dire come a l’antiga o li nostri antighi oppure dei nomi come Biàsgiu ‘Biagio’ o Scimòni ‘Simone’ non sospetta neppure che sta usando delle parole, dei verbi, dei modi di dire e dei nomi tipicamente liguri, talvolta neppure adattati alla fonetica locale.

Anche per quanto riguarda la vigenza di sconosciuti ligurismi nel gallurese – forse penetrati attraverso i contatti con la colonia genovese di Bonifacio o per il tramite dei pialinchi[129], dei brandinchi[130] e di altri gruppi corsi variamente esposti all’influsso ligure – è possibile affrontare la relativa questione con una migliore dotazione di strumenti di studio.

L’influsso ligure rappresenta una problematica in relazione alla quale l’approccio finora è stato più pregiudiziale che sistematico. In effetti, una complessiva rivisitazione della questione consente di riconoscerlo con chiarezza anche nella morfologia e nella sintassi, talvolta con calchi che rimandano ad attestazioni documentarie degli ultimi due secoli del Medioevo . La disponibilità di una serie di antichi testi genovesi e liguri, prima non facilmente accessibili, consente ora di avere materiali molto interessanti su cui operare confronti più puntuali[131]. Sicché lo stesso lessico, ora più copioso rispetto alle conoscenze precedenti[132], si presenta con attestazioni più chiare e immediate a un riesame dei fenomeni fonetici e morfosintattici. Per esempio, un verbo come il sassarese e gallurese ammuntunà ‘ammucchiare’, che finora passava per uno spagnolismo o catalanismo al pari del log. ammuntonare, si offre al confronto col genovese amontonar[133]. Anche i vocaboli galluresi cèa ‘bietola’, chjaéddu ‘foruncolo’ e le varianti sassaresi zèa, zuéddu sono dei chiari ligurismi che si sono affermati anche in logudorese (zuéddu;Bulzi: zèa). Ancora, una voce poco nota come il tempiese sciagà ‘battere, percuotere’ trova spiegazione nel genovese antico xachar[134]. Lo stesso lessema présgiu ‘prezzo’, che passava per uno dei tanti toscanismi, si lascia confrontare meglio col genovese antico prexio[135]col quale va il corso antico prexio[136]. Anche un vocabolo disusato come il corso e gallurese vèscu[137] ‘vescovo’ va probabilmente col genovese vesco[138] e contribuisce a chiarire la complessità dei rapporti avuti, non soltanto dal sassarese e dal castellanese, ma dallo stesso gallurese col genovese antico e, pertanto, durante una fase che necessariamente rimonta a parecchi secoli orsono.

Insomma, le nuove acquisizioni in tema di influsso ligure mettono seriamente in discussione una serie di convinzioni che, attraverso l’analisi delle varietà sardocorse, sono da rivisitare per molteplici aspetti anche in relazione al corso e allo stesso sardo logudorese[139].

13. Anche sul maddalenino, che tra le varietà di origine corsa è quella più vicina al ligure, è possibile dire qualcosa di nuovo. È alla parlata dei fondatori della Maddalena che probabilmente si devono alcuni dei nesonimi delle isole che punteggiano le coste nord-orientali della Gallura. Si tratta delle denominazioni delle isole di Spàrgi ‘(isola degli) asparagi’; Corcelli lettm. ‘(i) poverelli, meschinetti’; Barrettini ‘le piccole berrette’; Pèveru ‘senape’. Figarolo è diminutivo di Fìgari, toponimo corso che denomina anche il Capo Figari presso Golfo Aranci. Anche il suffisso –éra del nesonimo Caprera costituisce indizio di corsità a partire dai numerosi sostantivi suffissanti in -éra;[140] infatti, l’antico nome ligure di quest’isola era Cravàira[141]mentre quello toscano corrisponderebbe a Capràia, quello gallurese a Capràgghja e quello sardo a Crabàrza. Questo quadro è coerente con la situazione linguistica dell’isola di Tavolara, i cui pochi abitanti non parlavano il sardo o il gallurese ma l’isulanu ossia il maddalenino[142]. Comunque, durante gli ultimi due secoli la parlata dell’arcipelago maddalenino va sempre più subendo, specialmente sul piano lessicale e sintattico, la pressione del gallurese che veicola anche un numero cospicuo di sardismi e persino di spagnolismi. 

14. Da una certa prospettiva, alla quale aveva lavorato specialmente Gino Bottiglioni, si può osservare come la zona orientale del dominio sardocorso, cioè la Gallura, intrattenga dei rapporti abbastanza stretti sia con le varietà dell’estremo sud-est della Corsica, sia col logudorese comune in uso nel Monteacuto, ma anche con le varietà della Baronia e col bittese. Tutte queste zone sono accomunate da un vocalismo molto conservativo che prevede il mantenimento di i e u brevi originarie e, inoltre, da un consonantismo che, ad eccezione del logudorese comune, prevede il mantenimento delle occlusive intervocaliche.

La situazione odierna ha il suo pendant storico nell’antico regno giudicale di Gallura, che si estendeva dall’estremo nord fino all’odierno territorio di Orosei. Sulla varietà di logudorese che durante l’Età Giudicale si parlava in quel regno, ma soprattutto sulle abitudini fonatorie dei suoi abitanti, non si dispone di dati utili a formulare ipotesi circostanziate. Ma è la situazione odierna a suggerire che l’intonazione che accomuna il gallurese, il logudorese comune del Monteacuto e il baroniese possa essere spiegata come un tratto dell’antico logudorese che allora si parlava in quel regno. L’intonazione del gallurese comune, così diversa da quella dell’oltremontano, si spiegherebbe, cioè, attraverso il lungo processo di osmosi intrattenuto da questa varietà di origine corsa con la lingua autoctona di cui oggi residuano soltanto le isole linguistiche di Luras e Olbia.

Se questo quadro può essere valido per il gallurese, una ipotesi analoga anche per quanto riguarda la varietà sassarese e quella logudorese di nord-ovest potrebbe risultare incongrua sul piano storico. È noto, infatti, che l’influsso genovese si dispiegò soprattutto dopo la caduta del regno giudicale del Logudoro (1259). Non molto tempo dopo e fino ai primi anni del Quattrocento gran parte di questa regione venne a trovarsi sotto il dominio di Genova e con essa anche le città di Sassari, Castelsardo e Alghero (quest’ultima fino al 1353). Ma anche dopo la definitiva conquista catalano-aragonese il Logudoro conservò la sua antica coesione in quanto continuò a dipendere da Sassari nell’ambito del governatorato che prese nome di Cabo de Sasser y Logudoro. Dunque la condivisione di alcuni importanti fenomeni linguistici risulta coerente, anche in questo caso, con le vicende storiche conosciute dal territorio in questione. Di particolare rilievo è il patrimonio cognominale di origine corsa che in alcuni casi è documentato fin dalla prima metà del Trecento. Si tratta di forme (alcune delle quali estinte) come Abózzi, Accorrà, Alivési, Alivìa, Arca, Arru, Bastèlica (oggi Pastèriga), Bicchisào, Bologna, Callaga o Cargiaga (oggi Cargiàghe), Canali, Canòpoli, Cillàra, Coasìna, Cotoni, Crabuzza, Cossa, Cossu, Dachèna, Dapìla, Deiòla, Delipéri, Delitàla, Fìgari, Figo, Frassètto, Fundòni, Gardu, Gavìni, Giacomòni, Lóru, Lupìno, Marinàccio, Montanàzzo, Mugàno (oggi Mugà, Amucano), Niólu, Obinu, Ògana, Oliva, Olmeto, Ornàno, Ortolanu, Paliàzo, Petrètto, Poggiu, Rocca, Salvagnólu, Santòni, Sara (varianti Asara, Azara, Dasara), Sampero, Sussaréllu, Suzzoni, Tavèra, Tòlla o Tòla, Vico, Zònza e molti altri.

Anche l’area occidentale, che, oltre al sassarese, per molti aspetti abbraccia pure l’Anglona fino alla foce del Coghinas, comprende delle sottovarietà la cui intonazione meriterebbe degli approfondimenti. Le parlate di Sorso e Castelsardo, per esempio, si segnalano per una calàdda ‘intonazione’ cantilenante che ricorda la còccina ligure. Ma se sul piano intuitivo l’accostamento potrebbe apparire congruo, occorre tenere conto del fatto che nel periodo storico in cui questo fenomeno insorse nelle parlate ponentine, verosimilmente a cavallo tra Sei e Settecento, la zona di Sorso e Castelsardo non pare avesse con la Liguria contatti così importanti da giustificare un influsso di tale portata.

L’area sassaresofona condivide alcuni importanti fenomeni fonetici con una zona della Corsica che corrisponde alla conca ajaccinca e al suo entroterra. La sua situazione, inoltre, mostra che vi furono importanti contatti anche con le varietà cismontane. Dal confronto tra il vocalismo sassarese e quello del corso cismontano e ajaccino emerge la corrispondenza dei singolari sviluppi di ĪeŬtoniche originarie[143].

Relativamente al consonantismo del sassarese, appare notevole l’intensità delle occlusive intervocaliche che da sorde passano a sonore; un fenomeno di probabile origine ligure che esso condivide ancora col cismontano e l’ajaccino.

Altre corrispondenze il sassarese ha col logudorese di nord-ovest, col quale condivide i caratteristici esiti di l, r, sin nesso con le occlusive e non solo. Esiti, questi, che suggeriscono collegamenti con l’area linguistica ligure non meno che con la Toscana occidentale. Sul piano linguistico questa duplice corrispondenza richiama in causa la teoria del continuum ossia del ponte linguistico che, con sfumature di diversa intensità, si coglie, per un verso, passando dall’estremo sud della Corsica in Gallura e poi proseguendo in direzione del Monteacuto. D’altro canto, un collegamento quasi parallelo si può osservare tra la Corsica occidentale e la zona dove vigono il sassarese e il castellanese.

Una esemplificazione di questa situazione può essere offerta dall’osservazione dell’oscillazione /rr/ ~ /r/ che caratterizza il corso, per esempio nel coronimo Sorro, Sorru Soro, Soru e nei vocaboli terra, tarra ‘terra’ ≠ tera, tara; serra, sarra ‘catena montuosa o collinare’ ≠ sera, sara e tòrra, turri ‘torre’ ≠ tòra, turi. Si vedrà subito che l’area sardocorsa non partecipa (ad eccezione del maddalenino) al fenomeno dello scempiamento di /rr/ che accomuna buona parte della Corsica all’Italia di nord-ovest, ad alcune zone dell’area medio-italiana e specialmente al romanesco. Riguardo al fenomeno in questione, da un punto di vista classificatorio in Corsica è possibile, secondo le rilevazioni dell’AIS e dell’ALEIC, individuare quattro zone non sempre coese sul piano geografico.

La prima di queste zone, in cui vigono i tipi sèrra, tèrra, tòrra, accomuna il territorio di Centuri nel Capo Corso, parte dei cantoni di Venaco, Ghisoni, la parte meridionale del cantone di Prunelli di Fiumorbo, il cantone di Due Sevi (eccettuato il comune di Piana), i comuni di Eccica Suarella e Cuttoli Corticchiato, i comuni di Coti Chiavari, Sollacarò e Viggianello e il cantone di Bonifacio (ma non per la forma tòrra).

La seconda, dove vigono i tipi sèra, tèra, tòra, abbraccia tutto il nord-est ad eccezione di Centuri, la fascia costiera della Balagna, la parte settentrionale del cantone di Prunelli di Fiumorbo, il cantone di Zicavo, il cantone di S. Maria-Sicchè (ad eccezione di Coti Chiavari, Sollacarò e Viggianello) e il cantone di Sartene (ad eccezione di quest’ultimo centro).

La terza zona, in cui vigono i tipi sarra, tarra, turri, corrisponde ai territori comunali di Aullene, Cargiaca, Porto Vecchio (parzialmente) e Bonifacio.

Infine, la quarta zona, relativa ai tipi sara, tara, turi, comprende i comuni di Quenza, Livìa, Carbini, Sartene, Figari e Sotta.Se si confronta questa situazione con quella attestata nel dominio sardocorso si osserverà che l’area sassaresofona corrisponde alla prima zona della Corsica mentre l’area galluresofona corrisponde alla terza zona. La seconda e la quarta zona per il fenomeno in questione non trovano alcun confronto nelle varietà sardocorse con l’unica eccezione del dialetto maddalenino che, infatti, ha una storia assai diversa rispetto al sassarese e al gallurese.

Sul piano linguistico questi dati, oltre a confermare l’esistenza di un’area gallurese-oltremontana, ma più limitata rispetto a quanto comunemente si ritiene, individuano una macroarea che presenta significative concordanze col sassarese. Ebbene, gli stessi dati, ma da una prospettiva storica, potrebbero avere molta importanza al fine di stabilire il periodo del radicamento delle varietà di origine corsa in Sardegna. Questa situazione va confrontata con l’osservazione del Rohlfs che, citando Dante, implicitamente collocava l’origine del fenomeno dello scempiamento di /rr/ all’interno del Duecento[144]. Ora, poiché l’innovazione si propagò fino alla Corsica centrale e, seppure in misura sporadica, anche a quella meridionale, ma senza attecchire nelle varietà corse della Sardegna settentrionale, ciò equivarrebbe ad ammettere che queste ultime dovessero già avere vigenza, accanto al sardo antico, nel corrispondente momento storico. Questa prospettiva, peraltro, sarebbe convalidata da vari indizi che giungono sia da certi sviluppi fonetici[145] sia da una serie di attestazioni nella toponimia[146].

15. Parlando di continuum tra una zona e l’altra del dominio sardocorso, gli sviluppi dei nessi rk, rgsono tra i più utili per osservare la progressione con cui il mutamento avviene da una varietà all’altra. La tendenza al trattamento /r/ > /ʎ/ esistente tra il gallurese e le varietà anglonesi e lo sviluppo semiconsonantico /j/che nei medesimi contesti si presenta tra queste ultime e il sorsense producono una continuità geolinguistica che fa sì che dall’estremo est della Gallura all’estremo ovest della Nurra si possa parlare di coerenza fonologica di tutte le varietà sardocorse, pur nella diversità esistente tra le varianti vigenti in ciascuna di esse.

Sul piano propriamente storico, specialmente per quanto riguarda il periodo del radicamento delle varietà sardocorse, lo studio sistematico della loro fonetica consente di trarre delle conclusioni di carattere forse decisivo.

Gli esiti di una serie di fonemi e nessi consonantici di entrambi i gruppi, sia quello occidentale che quello orientale, rendono incontestabile la piena vigenza delle varietà in questione accanto al logudorese medioevale. Per esempio, l’acquisizione di antichi termini logudoresi che all’epoca presentavano la fricativa interdentale /θ/ oppure i nessi /kl/, /gl/ porta a concludere che sia le due macrovarietà (sassarese e gallurese) sia le varietà intermedie (castellanese e sedinese) dovevano essere in uso durante gli ultimi due secoli del Medioevo  contestualmente al sardo logudorese.

16. Un altro tipo di verifica si può condurre grazie alla particolarità per cui il sassarese tende a conservare le antiche b e v intervocaliche. Il confronto tra sardismi che presentano questi fonemi e altri sardismi in cui si è avuto il dileguo si propone come una vera e propria metodica per risalire alla fase storica in cui determinate forme passarono dal sardo al sassarese.

La verifica dell’attendibilità dei risultati offerti da questi approcci è offerta anche da preziosi toscanismi e ligurismi caduti in disuso da tempo. È il caso, ad esempio, della preposizione ‘verso’, di cui alcuni toponimi galluresi e della zona di Sedini conservano la forma apocopata vel, per esempio Vel di Còssu lettm. ‘verso dove sta Cossu’, Vel di Donna ‘verso (la proprietà) della signora’, Vel di Paùla ‘verso la palude’ (Tempio), Vel di Pàddru ‘verso il prato comunitario’ (Sedini). La forma vel costituisce una variante apocopata di vèssu ‘verso’ che, essendosi cristallizzata da tempo, riflette una fase in cui il nesso /rs/ non si era ancora assimilato in /ss/ secondo una norma fonetica che, sulla base della documentazione disponibile per il logudorese, il gallurese avrebbe acquisito dal sardo durante il Quattrocento. Per quel secolo, infatti, le fonti mostrano, accanto alla forma Corsu ‘Corso’ (cognome), la variante assimilata Cossu oggi così frequente nell’antroponimia sarda. Quindi l’antica forma apocopata ver in gallurese passò a vel in forza di un’altra norma per la quale questa varietà, quando /r/è seguita da un’altra consonante passa sempre a /l/[147]. Oggi, forse a causa di una certa opacizzazione prodotta dal tempo, quasi sfugge l’origine dell’antico costrutto vel di ‘verso di, in direzione di’, tanto che i poeti e i lessicografi lo trascrivono quasi sempre con la forma agglutinata vèldi[148] che non differisce in nulla dall’aggettivo vèldi ‘verde’[149]. Peraltro, la variante inver è documentata fin dai primi decenni del Trecento negli Statuti di Sassari[150] accanto alla forma estesa inversu[151](il sassarese odierno ha vèssu). Anche negli Statuti di Castelsardo (1334-1336) è attestata la forma in ver col significato di ‘in direzione di’[152].

Ebbene, questo discorso chiama in causa il toscano antico dal momento che la formula ver di è attestata più volte nella Commedia dantesca[153]. E, anzi, un passo del Purgatorio, in cui la forma apocopata ver occorre per due volte[154], ha per oggetto proprio la Gallura col suo giudice-re Nino Visconti. L’importanza della residuale vigenza di questa forma in gallurese e nella parlata sedinese risiede nel fatto che la grafia ver tramandata da Dante e da altri autori[155] non rappresenta, come sostengono gli studiosi di stilistica letteraria, una forma poetica in luogo di verso. In effetti, oltre al citato passo degli Statuti di Sassari, sono altri documenti toscani ad attestare che nel Duecento ver era una variante talmente comune da concorrere con la forma verso nell’uso corrente. Ad esempio, una importante fonte pisana della metà del XIII secolo come il portolano detto Compasso da Navegare[156] documenta le forme ver lo greco (3 volte), ver lo maestro (5), ver lo garbino (5), ver lo meczo iorno/jorno/zorno (5), ver lo meczodì (2), ver lo levante (2), ver tramontana (2), ver lo sirocco/silocco (10), ver lo ponente (2), ver Sardegna (3), ver terra, ver terra ferma, ver l’isola[157] e altre. Questo manuale riservato ai navigatori, quindi avulso da qualunque intento letterario, presenta decine di occorrenze della forma ver mentre non impiega mai la forma verso. La circostanza, tra l’altro, può spiegare perché in gallurese si usi ancora la forma vèl di e non la forma vèssu di o, almeno, non la si usi con altrettanta frequenza. D’altra parte il corso, in cui non opera il trattamento /rd/ > /ld/ che tipicizza il gallurese,[158] conserva questa congiunzione con l’identica forma ver di attestata nel toscano antico (ver di u Sorru ‘verso il cantone di Sorru’, ver di u Niolu ‘verso la regione del Niolu’). Ecco, dunque, che non solo la storia del corso, ma quella dello stesso gallurese e delle altre varietà sardocorse assume un rilievo non indeterminato per la storia della lingua italiana.

Il fatto che in italiano certe forme siano cadute in disuso da secoli ha convinto, come si accennava, gli studiosi che casi come quello di ver rappresentino delle forme letterarie. In realtà le varietà sardocorse dispongono, talvolta insieme al corso oltremontano e ad altre parlate periferiche ma spesso anche in modo autonomo, di varie prove circa il fatto che alcune pretese forme poetiche vigevano realmente nel toscano parlato del Duecento e del Trecento. Un esempio di questa situazione è offerto dal gall. mintüà e dal sass. funtumà che, insieme all’oltr. mintüà e al logudorese mentovare e fentomare, testimoniano la passata vigenza del verbo ormai disusato mentovare che attualmente si conserva come arcaismo nei dialetti della Lucchesia, della Versilia e dell’isola del Giglio[159].

Un altro esempio è offerto dalla rara forma oggimai impiegata soltanto poche volte da Dante (Inf. XXXIV, 32; Purg. III, 142; XVI, 127). Si tratta di una forma sinonimica per oramai che vige tuttora, e con alte frequenze, nelle varietà sardocorse con le varianti sassarese e sedinese aggiummài e gallurese e castellanese agghjummài, le quali occupano un vasto spettro semantico con i significati di ‘ormai, quasi, per poco, a momenti, giammai, addirittura’. La deformazione avvenuta in contesto dialettale rispetto alla forma attestata in Dante pare dovuta a un accostamento con la voce verbale sass. àggiu, gall. àgghju ‘ho’. È proprio la più giovane tra le varietà sardocorse, il maddalenino, ad assicurare su questa origine con le forme ogghjimà, ogghjimmài ‘ormai, finalmente’[160].

17. Ancora a proposito del Compasso da Navegare, Emidio De Felice attribuiva i toponimi sardi recanti il suffisso -àra allo strato pisano “…per il carattere specificamente pisano della tradizione medioevale… e inoltre dal tipo lessicale e dal suo aspetto fonomorfologico, non giustificabile all’interno del sardo neolatino né di altri superstrati esterni”[161]. Sulla tradizione risalente al Compasso e alla Carta Pisana è difficile dare torto a De Felice anche se nel testo non mancano forme di probabile origine ligure[162]. Per quanto riguarda gli altri superstrati occorre tenere conto che il suffisso -àra vige con elevata frequenza nella toponimia corsa (cfr. Arbellara, Cavallara e Cavallaracce, Carbonara, Cavara, Chjoccara, Ciombolara, Colombara, ant. Colombara de Sancto Anthonino,[163] Corbara e Pietra Corbara (poi anche Corbaia e Curbaghja), Cuara, Farareccia, Figaraccia, Focolara, Ghiandaraccio, Marcellara, Mattonara, Navara, Patara, Rondinara, Solenzara, Tonnara, Zigliara). Viceversa, le analoghe forme toscane presentano il caratteristico suffisso –àia[164] che già dal Cento cominciò a sostituire –àra[165]. Le forme in –àra attestate nella Sardegna settentrionale vanno anche con quelle attestate in Liguria[166] e, in misura minore, nella Lunigiana[167]. Riguardo all’elemento sardo De Felice non considerava che la terminazione -àra si affigge a basi locali come nei casi di Taulara (sar. tàula ‘tavola’)e Molara (sar. mòla ‘macina’), e a maggior ragione Limbara (sar. limba ‘lingua’) che è attestato all’interno dell’isola. Ma anche per quanto riguarda il nesonimo Asinara bisogna chiedersi se non si tratti di una forma paretimologica e non rappresenti una grafia prodottasi in fonia sintattica da un precedente nome Sinara ‘sinuosa’ che sarebbe coerente col fatto che l’isola in sardo non sia denominata, come ci si aspetterebbe, *Ainàra. Sul suffisso in questione è lo stesso Compasso a indicare la soluzione del problema grazie all’elevatissima frequenza della voce millàra e millàro ‘migliaia, migliaio’, la quale assicura la vigenza, ancora alla metà del Duecento, del suffisso –àra nel pisano antico. Relativamente alla Gallura la Carta di compromesso tra il vescovo di Civita e l’operaio della cattedrale di Pisa (1173) registra ancora l’antica forma logudorese operariu. E ancora in Dante (1304-08) il toscano antico presenta operario. La circostanza non è priva di importanza se la si riferisce ai citati toponimi galluresi formati da basi logudoresi (Limbara, Taulara, Molara). Se ne può dedurre, infatti, che la loro insorgenza rimonti probabilmente al periodo in cui fu redatto il Conto navale pisano (metà sec. XII). Appare, inoltre, probabile che essa preceda la stesura del Compasso (sec. XIII) per andare a collocarsi con le analoghe forme attestate in Corsica e in Liguria nella fase che precede l’insorgenza del suffisso –àia. Dunque, queste attestazioni toponimiche sarebbero coerenti con la dominazione pisana sulla Gallura durante gli ultimi due secoli di vita dell’istituzione giudicale e nel periodo immediatamente successivo (circa 1100-1300).

18. Tra altre voci caratteristiche, il sassarese ne conserva una tipica, grèffa ‘cricca, clan, gruppo di giovani’[168], che è passata anche nel gallurese e nel logudorese, tanto che alcuni lessici sardi accolgono ormai anche questa parola[169]. La forma in questione pare corrispondere alla voce toscana disusata gueffa citata da Dante (Inf.,XIII, 16) e attestata in pochi e antichi documenti. I primi commentatori della Commedia ne davano la seguente definizione: “È detta gueffa lo spago avvolto insieme l’uno filo sopra l’altro” (Anonimo Fiorentino). Altri chiamavano in causa la relativa voce verbale: “aggueffare è filo a filo aggiungere” (Buti). Ancora più chiaro è il significato nello Statuto della Corte dei Mercanti di Lucca[170], in cui gueffa è tradotto ‘matassa’. Sicché il passo dantesco fa gueffa vale propriamente ‘fa matassa’. Sul piano semantico non pare difficile scorgere il nesso esistente tra il toscano guèffa e il sassarese grèffa. Anche quest’ultimo termine reca in sé il letterale significato di matassa che, applicato in senso figurato alle persone, assume appunto il significato di ‘cricca, clan, combriccola, congrega, gruppo di persone che si riuniscono abitualmente’. Sul piano fonetico l’unica particolarità è costituita dalla /r/ ascitizia che, peraltro, non rappresenta un fatto infrequente nella fonologia del sassarese. Volendo restringere il campo a questa varietà, simili casi di epentesi sono costituiti, per esempio, da buttréa ‘bottega’, trònu ‘tuono’ e trunà ‘tuonare’ (cat. tronar), léstru ‘lesto’, priggurósaParietaria officinalis’ (log. pigulòsa) ecc. Ora, considerando anche, sul piano fonetico, che al dittongo ue nel sassarese corrisponde e, non vi è alcuna difficoltà ad ammettere che il sass. grèffa, attraverso una forma precedente *ghèffa, sia un continuatore del termine guèffa anticamente usato in Toscana. La sua residuale vigenza nella parlata sassarese può essere attribuita al fatto che fino alla fine del Duecento, o almeno fino alla sconfitta pisana alla Meloria nel 1284, la città di Sassari rappresentava un punto periferico ma importante dell’orbita pisana e, di riflesso, toscana.

Quando giunsero in Sardegna questi toscanismi di cui l’italiano odierno conserva il ricordo soltanto attraverso le fonti documentarie e letterarie? I dati cui si accennava lasciano ritenere che essi si siano affermati in Corsica e nelle varietà sardocorse, specialmente nel gallurese, durante il periodo della toscanizzazione dell’isola minore da parte della potenza pisana; periodo che gli studiosi inquadrano tra l’XI e il XII secolo. Non si può tacere che si tratta, grossomodo, del medesimo periodo in cui Pisa produsse un formidabile influsso culturale, e non solo, su tutta la Sardegna settentrionale. Influsso che in Sardegna, anzi, si prolungò anche oltre rispetto a quanto si verificò in Corsica[171].

19. Se gli aspetti suddetti riguardano il toscano antico, e nella Morfologia se ne offrirà una casistica più ampia, non mancano neanche esempi relativi al genovese antico. Nel tempiese vige la rara forma verbale sciagà ‘colpire con forza, percuotere’, la quale è sconosciuta alle altre varietà sardocorse. Tra i lessicografi galluresi, il tempiese Andrea Usai ha messo a lemma la forma sciagata ‘pesante colpo di mano aperta’[172], una definizione che è stata ripresa fedelmente da Francesco Rosso nel suo recente Dizionario[173]. Ai tempiesi e a chi ha pratica della loro parlata non sfugge la riduttività della definizione dell’Usai che, diversamente da altri casi, rinunciò a individuarne l’etimologia. A Tempio si sente dire, a volte con tono burbero ma più spesso come finta minaccia, la frase Mi’ chi ti sciagu! che ha più o meno lo stesso significato dell’altra frase Mi’ chi ti battu! ‘guarda che ti picchio!’. Altre volte si sente dire Ghjà l’ani sciagatu bè ‘lo hanno ridotto a mal partito’. Da queste citazioni si comprende come questo verbo viga con tutte le forme flesse e non si riduca al solo deverbale sciagàta registrato da Usai. Ebbene, si tratta di un ligurismo che va col genovese ant. xacar, documentato dal 1425-26 col participio passato xachao[174], che corrisponde all’odierno genovese sciaccà ‘schiacciare, rompere, infrangere, pigiare, calcare’[175]. Il corso cismontano presenta questo ligurismo con la stessa forma sciaccà ‘schiacciare, percuotere’, che nella parlata del Capo Corso assume anche il significato di ‘suonarle a qualcuno’[176]. Anche il corso, come il gen. sciaccadda, ha la forma sciaccata ‘colpo, percossa’ che sul piano semantico collima con la forma gallurese sciagata. La particolarità della variante tempiese è data dal fatto che l’occlusiva velare sorda in contesto intervocalico, contrariamente alla norma che ne vuole il mantenimento[177], si è sonorizzata passando a fricativa del corrispondente grado di articolazione.

Questo fenomeno sembra essersi realizzato per evitare la confusione o per opposizione fonologica con la voce sciaccà ‘sciacquare’[178]. Per rendere il significato di ‘schiacciare, premere, pigiare, calpestare’ il gallurese, quindi, ha preferito sciaccià, che va col toscano schiacciare, rispetto al genovese sciaccà che, tuttavia, si è conservato con la variante sciagà operante in un più limitato spettro semantico. I dati che emergono dalla discussione intorno a questo verbo sembrano escludere, per diverse ragioni, che si sia potuto introdurre a Tempio direttamente dal genovese. Piuttosto, le fonti documentarie di questo centro attestano la presenza di parecchie persone provenienti dal Capo Corso e specialmente dalla pieve di Brando[179], dove la voce sciaccàta ha lo stesso significato del tempiese sciagàta. Orbene, poiché una cospicua presenza di brandinchi ‘di Brando‘ è documentata soprattutto all’interno della prima metà del Settecento, si può ritenere che la voce genovese si sia acclimatata nella parlata tempiese nel medesimo periodo, al termine di un percorso cronologico che in precedenza l’ha vista transitare nell’estremo nord della Corsica.

20. A dare la misura dell’antichità del radicamento del sassarese, del gallurese e delle altre varietà sono i fenomeni e le modalità con cui queste varietà adattarono i moltissimi sardismi che, penetrando nelle loro strutture grammaticali e nel relativo patrimonio lessicale, ne determinarono l’odierna, caratteristica veste di varietà-ponte. A quest’ultimo e fondamentale aspetto si deve aggiungere, sul versante sardo, l’importante influsso esercitato per circa quattro secoli dal catalano e dallo spagnolo su tutte le varietà sardocorse con la sola eccezione del maddalenino[180].

Sul piano lessicale il contatto con le due lingue iberiche ha determinato l’acquisizione di oltre un migliaio di lessemi che in molti casi sono stati adattati alle norme fonologiche delle singole varietà[181]. Non sono pochi né privi di importanza neppure diversi fatti morfologici che insieme a decine di calchi sintattici contribuiscono a caratterizzare specialmente il gallurese. Sul versante corso, viceversa, si deve tener conto dell’influsso esercitato dal ligure che fu sicuramente più intenso e duraturo di quanto avvenne in Sardegna. Inoltre, ad accentuare il processo di allontamento del corso rispetto al sassarese e al gallurese durante gli ultimi due secoli ha contribuito anche l’influsso sempre più invasivo del francese che, viceversa, è pressoché sconosciuto nelle varietà trapiantate in Sardegna[182].

21. La disamina dei vari fenomeni che caratterizzano la fonetica storica del gallurese, del sassarese e delle varietà intermedie di Castelsardo e Sedini, confrontata con le attestazioni storiche e documentarie, porta a concludere che il radicamento di questi parlari risalga alla fase finale dell’Età Giudicale (secoli XII-XIII). Essi presero piede, affiancandosi all’antico logudorese, grazie ad alcuni nuclei di corsi stabilitisi in una serie di località (Sassari, Castelsardo, Sedini, Tempio) che funsero da punti-chiave per la successiva diffusione nei territori circostanti. Col trascorrere del tempo queste parlate alloglotte acquisirono strutture e rilevanti quote di lessico dal logudorese, cominciando quel percorso di allontamento dalle varietà propriamente corse. Successivi apporti demografici, specialmente in Gallura, introdussero nuovi fenomeni e vocaboli di origine ligure.   

Le differenze che si rilevano nel vocalismo e nel consonantismo delle parlate sardocorse si spiegano, per alcuni aspetti, a partire da variazioni che potevano già vigere nelle due macroaree della Corsica con le quali, sul piano fono-morfologico, le due principali varietà della Sardegna settentrionale (gallurese e sassarese) mostrano di condividere molti fenomeni. Questi rapporti si intravedono più chiaramente, da un lato, tra il gallurese e l’estremo sud-est e, dall’altro, tra il sassarese e la zona della Corsica occidentale che ha al centro la conca di Ajaccio. In questa zona il genovese produsse importanti effetti, tra cui anche la gemmazione di toponimi corsi, per esempio Chiavari (insediamento costiero a sud di Ajaccio) e Sagona o Savona (già sede vescovile situata sulla costa a nord di Ajaccio).

Per altri aspetti, alla successiva e ulteriore differenziazione dei due gruppi principali (gallurese e sassarese) hanno contribuito, da un lato, il fortissimo influsso sardo logudorese e, dall’altro, il prolungato contatto col catalano, prima, e col castigliano, infine.

Per quanto riguarda l’elemento toscano, che è rilevabile più chiaramente nel gallurese, esso potrebbe anche risalire a una fase che precede lo stabile radicamento del corso in Sardegna. Alcuni fenomeni sembrano rimontare al periodo in cui più forte fu l’influsso esercitato da Pisa sulla lingua parlata a Sassari (sec. XIII) e, soprattutto, in Gallura (sec. XI - metà sec. XIV). Si deve riconoscere, d’altra parte, che l’influsso toscano dovette dispiegare i suoi effetti nel periodo che precedette la conquista della Sardegna da parte della Corona d’Aragona.

Tornando all’influsso ligure, la maggior parte dei fenomeni imputabili ad esso poté insorgere in un periodo in cui sia la Corsica sia la Sardegna di nord-ovest furono sottoposte a un dominio diretto di Genova ovvero mediato dalla signoria dei Doria. Il potentissimo casato genovese, oltre che a Sassari, aveva dei caposaldi economici nei porti di Turre (Porto Torres), Castel Genovese (Castelsardo), Alghero (che fu catalanizzata nel 1354) ma anche in importanti borghi dell’entroterra tra cui Monteleone Roccadoria e Chiaramonti[183]. Non a caso il caratteristico lessema ligure carùggiu ‘vico, via stretta’ si è affermato in tutta l’area logudorese con l’adattamento carrùzu ‘vicolo, via stretta, vicinato, rione, quartiere’ e con la variante carrózu, più vicina all’antica pronuncia ligure, spingendosi perfino nel cuore della Barbagia con la forma carrógliu[184]. In queste forme, come pure nel gallurese carrùgghju e nel sassarese e castellanese carrùggiu, la conservazione della vibrante intensa in contesto intervocalico indizia l’antichità del radicamento al contrario delle varianti corse carùghju, cherùghju nelle quali lo scempiamento di /rr/ riflette una fase seriore coerente col proseguire dell’influsso ligure in Corsica per tutta l’Età Moderna. Di particolare interesse è l’odonimo Carrùzu Longu di Chiaramonti, relativo all’arteria principale del più antico rione del trecentesco capoluogo dell’Anglona doriana, nel quale si osserva un calco del costrutto polirematico Caruggiu dritu così frequente nei centri storici della Liguria[185].

Anche da questa visuale si può spiegare la maggiore frequenza di ligurismi nel sassarese e nel Logudoro rispetto al gallurese che, pur avendo probabilmente una genesi comune all’oltremontano meridionale[186], ne presenta a sua volta in misura niente affatto trascurabile. Ma, dovendosi escludere per ragioni storiche una diretta influenza ligure sulla Gallura, il principale punto di irraggiamento di tale influsso andrebbe individuato nella colonia di Bonifacio impiantata dalla repubblica genovese nel 1195. Ciò non esclude i contributi di altri gruppi, di cui le fonti documentarie consentono di riconoscere le sedi di partenza nello stesso Capo Corso[187].

A lungo si è parlato dell’italiano riguardo alla formazione del sassarese anche in relazione a periodi in cui, oggettivamente, una presenza propriamente italiana sul piano linguistico appare difficilmente giustificabile. In effetti l’approccio a questo argomento andrebbe condotto, di volta in volta, attraverso le tre macrovarietà regionali (corso, toscano e ligure) che, in misura diversa ma sempre importante, ebbero rapporti anche intensi col sardo. Ma mentre la vigenza del toscano e del ligure va inquadrata in corrispondenza dell’influsso politico e culturale esercitato da Pisa (secc. XII-XIV) e Genova (sec. XIII-XV), quella del corso si prolungò senza soluzione di continuità per tutto il periodo che abbraccia il Basso Medioevo e l’Età Moderna. Questo aspetto risulta chiaro quando i Gesuiti, nel 1561, osservavano che Sassari aveva “peculiar lengua, muy conforme a la italiana, aunque los ciudadanos dessean desterrrar esta lengua de la ciudad por ser apegadisa de Córsega[188] e consideravano il corso alla stregua dell’italiano[189].

La maggior parte degli studiosi ha considerato italiani tout court dei rari documenti, scritti probabilmente a Sassari, che si sono conservati fino ad oggi. A questo proposito è da citare il cosiddetto Codice di Borutta, un documento che nella redazione giunta fino a noi è databile al Cinquecento[190], per il quale fu utilizzata una lingua che può essere definita italiano. Ma si tratta di un italiano talmente inframmezzato da corsismi lessicali, fonetici e morfosintattici da poter essere considerato la più antica testimonianza scritta del dialetto sassarese[191]. Nel testo in questione sono già presenti alcuni dei tratti caratteristici del sassarese tra cui gli articoli lu, la, li; il plurale con l’uscita unica in –i ; le preposizioni non articolate; le desinenze –emo, –eti del presente indicativo plurale; l’assenza di dittonghi e altri importanti fenomeni. Alcuni di questi ultimi, poi, consentono di riconoscere un sicuro influsso ligure, in particolare nelle forme dassemo ‘lasciamo’ (gen. daghemo); domeneche ‘domeniche’ (gen. domeneghe), giastemato ‘bestemmiato’ (gen. giastemmao), soi ‘suoi’ (gen. sói); tu te fai.

Sul motivo che ha indotto gli studiosi, in modo spesso empirico piuttosto che sistematico, a parlare di italianità del sassarese può avere giocato un ruolo importante il fatto che il sassarese, a differenza del gallurese, presenti un vocalismo di “tipo” continentale. Va detto, tuttavia, che il sassarese condivide il suo particolare vocalismo col corso cismontano e con l’oltremontano occidentale. Un altro tratto tipico del sassarese è il allungamento delle occlusive intervocaliche, anche questo condiviso col cismontano, che probabilmente è originario della Liguria e dell’Italia nord-occidentale. Inoltre, per il sassarese si può parlare di varietà affermatasi in ambito urbano e da lì diffusasi nel territorio circostante. Si deve ricordare, infatti, che tra la fine del Medioevo  e gli inizi dell’Età Moderna Sassari era la città più popolosa della Sardegna e, grazie alla sua vicinanza alla Corsica, esercitava una forte attrazione che, per almeno alcuni aspetti, la metteva in concorrenza con le città toscane e umbre e con le metropoli romana e napoletana.

A differenziare il gallurese rispetto a questa situazione contribuì l’origine e il carattere rurale dell’insediamento umano. Nel medesimo periodo la Gallura non aveva alcuna città salvo non si voglia considerare tale l’abitato allora in forte decadenza di Terranova (Olbia). I restanti insediamenti, come ha messo in evidenza Dionigi Panedda[192], erano dei minuscoli villaggi e questo aspetto, oltre che rivelarsi determinante per lo spopolamento di questa regione verso la metà del Trecento, ne favorì il successivo ripopolamento da parte di genti provenienti dalla Corsica.

22. Per quanto riguarda l’elemento sardo logudorese, presente in misura cospicua in tutte le varietà sardocorse più antiche, il problema di fondo ruota attorno a una duplice opzione. Se, cioè, si debba interpretare l’altissimo numero di sardismi lessicali, fonetici e sintattici come conseguenza di un influsso che, pur massiccio, non mise in discussione la base corsa delle parlate in questione. In tal caso sarebbe legittimo parlare di prestiti. L’altra opzione è rappresentata dalla circostanza per cui l’imponente quota di sardismi vigenti nelle strutture e nel lessico del sassarese, del gallurese e delle altre varietà rappresenti essa stessa un elemento costitutivo di queste parlate. Non pochi dei dati esposti in questo volume vanno in quest’ultima direzione. Per molti sardismi lessicali e fonetici, grazie alle norme della fonetica storica del sardo[193], è possibile stabilire con una certa precisione il periodo in cui furono acquisiti dalle nuove varietà giunte dalla Corsica. Nella maggior parte dei casi i fenomeni in questione si collocano tra la fase finale dell’Età Giudicale (metà del XIII secolo) e il Quattrocento.

La tesi conseguente a questo quadro storico-linguistico prefigura una situazione sociale piuttosto complessa che dovette protrarsi a lungo. Durante un primo periodo le varietà alloglotte dovettero radicarsi presso nuclei di immigrati corsi che riuscirono a conservarsi coesi in determinate zone e quartieri dei centri abitati più importanti della fascia settentrionale della Sardegna. Sono diverse, ormai, le prove storiche e onomastiche che dimostrano questa situazione[194]. In un secondo momento – che non è necessariamente lo stesso per tutti i centri in cui oggi si parlano varietà di matrice corsa – il corso ha cominciato a sostituirsi al logudorese. In alcuni centri questo processo si è concluso da molto tempo. Per Sassari, Sorso, Castelsardo, Sedini, Tempio, Aggius e Calangianus il relativo periodo andrebbe individuato tra il Cinquecento e il Seicento. A Bortigiadas, nella bassa valle del Coghinas, a Erula e nell’agro di Perfugas il processo di sovrapposizione del gallurese sul logudorese si è concluso soltanto nella prima metà del Novecento.[195] A Olbia una dinamica analoga è in corso da secoli. A Budoni ma pure a Perfugas e Padru, anche a causa del concomitante abbandono del sardo a favore dell’italiano, il gallurese sembra guadagnare spazio nei confronti del logudorese.

Lo studio dell’antroponimia a livello locale ha consentito di appurare che non sempre la lotta tra il sardo e il corso si è conclusa a favore di quest’ultimo. A Osilo, Nulvi e Ozieri, dove tra il Quattro e il Cinquecento sono attestate cospicue colonie corse, l’elemento alloglotto fu sopraffatto da quello autoctono[196].

Nella prospettiva di un sempre più soddisfacente chiarimento di quanto è avvenuto in passato, queste situazioni locali offrono la possibilità di osservare le dinamiche con le quali le due varietà, quella indigena e quella allogena, interagirono. Si tratta di processi lenti, durante i quali le due varietà concorrenti acquisiscono a vicenda sardismi e corsismi adattandoli alle proprie norme fonetiche. Queste situazioni possono protrarsi per un tempo indefinito, come dimostra il caso di Olbia, oppure volgere a favore di una delle due varietà in un tempo relativamente breve, come si è verificato nel caso di Bortigiadas. In effetti, per avere un quadro più completo della microidentità sardocorsa che si è venuta formando lungo il corso di parecchi secoli sarebbero necessari degli studi che, oltre ai fatti propriamente linguistici, dessero conto anche delle diverse sfaccettature con cui questa microidentità si manifesta e cioè la musica, il canto, la danza, l’abbigliamento, i prodotti dell’economia tradizionale, la cucina e altri campi che concorrono a formare i concetti di cultura materiale e immateriale.

23. Uno studio di fonetica storica non è mai un lavoro a sé stante ma comporta diverse implicazioni, specialmente in una situazione come quella delle varietà sardocorse per le quali, se si escludono alcuni dizionari di pur validi cultori, si dispone di pochi studi preliminari non solo in àmbito fonologico ma anche per quanto riguarda le altre branche della grammatica[197]. Non pochi paragrafi di questo lavoro, quindi, hanno costituito l’occasione anche per commenti di carattere etimologico.

Trarre ora delle conclusioni che vadano in direzione del toscano-corso piuttosto che del sardo equivarrebbe, oltre che a una semplificazione, a una riduzione delle molte questioni che ruotano intorno all’argomento. Anche se la complessiva discussione scientifica su queste varietà, pur tra comprensibili difficoltà, è riducibile a schema, la lunga polemica tra il Wagner (che sosteneva l’italianità del sassarese) e il Bottiglioni (che ne sosteneva la sardità) testimonia ancora oggi dei pesanti riflessi. Bisogna riconoscere che i tempi per le conclusioni, che forse neanche oggi sono maturi, lo erano tantomeno in un periodo in cui le conoscenze su queste problematiche erano, per più aspetti, inferiori a quelle attuali. Peraltro, la lingua finché vive e si evolve rappresenta un fatto dinamico. E, d’altra parte, i fenomeni linguistici non andrebbero analizzati con la sola lente del linguista. I fatti dimostrano che, a causa della penuria dei dati propriamente linguistici, senza l’ausilio delle fonti storiografiche e senza le testimonianze di tipo onomastico una fonetica storica delle varietà in questione forse non si sarebbe potuta scrivere o si sarebbe dovuta limitare ai soli dati sincronici, rinunciando con ciò alla descrizione di fatti che, viceversa, sono osservabili anche sul piano grafico.

È proprio quando la ricerca su determinati fenomeni si affina che può rivelarsi maggiormente utile l’apporto di competenze pluridisciplinari. Volendo chiudere con una similitudine, si potrebbe invocare la metafora dell’innesto. Ammesso che ciò sia compatibile con un lavoro specialistico, si potrebbe dire che le varietà sardocorse, in relazione all’origine e al loro sviluppo, sono paragonabili a certe piante di cui alcuni caratteri ricordano quelli del portainnesto e altri quelli della marza.

24. Alcuni campi che non rientrano dichiaratamente nel raggio d’indagine di questo lavoro restano in ombra sebbene nella trattazione di singoli fenomeni essi emergano qua e là. Si tratta, in particolare, del vicendevole influsso che caratterizzò, ma che per certi aspetti opera ancora, la parlata catalana di Alghero e il sassarese ma anche altre varietà di origine corsa. Questo argomento meriterebbe una trattazione a parte.

Sono necessari ulteriori approfondimenti anche per quanto concerne l’influsso esercitato dalle varietà sardocorse nei confronti del logudorese. Si tratta di un aspetto non poco stimolante se si considera che la linea di contatto - attualmente definibile con una certa precisione pur nella sua residua mobilità – in passato dovette conoscere una maggiore variabilità. Le testimonianze relative agli spostamenti avvenuti ancora durante il secolo scorso mostrano come in un passato più lontano essa dovesse insinuarsi con una certa profondità e in modo dinamico tra i concorrenti domini sardo e corso.

Un argomento non meno interessante è quello che riguarda gli opposti influssi e i rapporti di forza tra l’area occidentale (gruppo sassarese) e l’area orientale (gruppo gallurese) del diasistema sardocorso.

25. Riguardo al metodo utilizzato per la descrizione dei singoli fenomeni l’opera segue, ogni volta che sia possibile, il canovaccio della maggior parte dei lavori di fonetica. In particolare, si è tenuto conto di modelli prestigiosi, oltre che vicini alla materia trattata, quali la Fonetica predisposta dal Rohlfs nell’ambito della sua Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti e la Fonetica Storica del Sardo del Wagner poi ampliata da Paulis.

Dal punto di vista organizzativo il volume è strutturato in tre parti che corrispondono, rispettivamente, al vocalismo, al consonantismo e ai fenomeni generali. Una quarta parte è costituita da un’appendice geolinguistica che contiene 45 cartine la cui finalità è quella di offrire delle esemplificazioni almeno per quel che riguarda i fenomeni principali.       

Di ogni fenomeno si è cercato di offrire un sufficiente numero di esempi nella maggior parte delle varietà. Alla trattazione delle basi originarie ovvero delle forme patrimoniali segue la descrizione degli sviluppi e dei trattamenti eventualmente attestatisi in dipendenza di influssi seriori esercitati da altre varietà italiane o dal sardo logudorese come pure dal catalano e dal castigliano. Ogni volta che la situazione sincronica lo ha consentito si è cercato di rappresentare anche certi fenomeni isolati che, nella maggior parte dei casi rilevati, sono attestati, in accordo con le norme bartoliane, in punti periferici della linea di contatto col sardo logudorese.

Un problema particolare è quello che riguarda la rappresentazione grafica di una serie di suoni che sono caratteristici, quando non esclusivi, delle varietà sardocorse e del logudorese di nord-ovest[198]. Per la maggior parte di essi si è fatto ricorso ai simboli previsti dall’alfabeto fonetico internazionale cercando di restringere il loro uso ai casi necessari in modo da non limitare al lettore comune la possibilità di leggere tutte le grafie presentate. A questo fine nella tabella della “Trascrizione fonetica” per ciascun simbolo si propone un esempio attraverso il quale il lettore non specialista può agevolmente interpretare ogni simbolo utilizzato.

Questo volume intende rappresentare uno stimolo nella direzione di un rinnovato interesse alla descrizione dell’origine e dell’evoluzione delle varietà sardocorse. Varietà che, pur nel loro ridotto ambito geografico, presentano tuttavia degli importanti elementi per una migliore conoscenza del panorama romanzo e, in particolare, della linguistica italiana e sarda.

Nell’affidare il lavoro al tipografo è doveroso porgere un ringraziamento a coloro che, su diversi piani, mi hanno offerto la propria collaborazione o il loro sostegno: l’avv. Antonio Valentino per i cospicui materiali onomastici sei-settecenteschi da lui trascritti presso gli archivi parrocchiali della Gallura e gentilmente offerti; il prof. Graziano Fois per i materiali trecenteschi e sette-ottocenteschi, da lui reperiti presso l’Archivio di Stato e la Biblioteca di Studi Sardi di Cagliari, cortesemente messi a disposizione; il dott. Giuseppe Tirotto e la signora Irene Mela per le verifiche delle dizioni di numerosi termini della parlata di Castelsardo; il prof. Massimo Pittau e il prof. Giulio Paulis sia per gli attestati di stima che per l’invito a proseguire le indagini sul dominio sardocorso; il prof. Fiorenzo Toso sia per lo stimolante confronto pluriennale su vari argomenti di comune interesse sia per la lusinghiera Presentazione che apre questo volume; il dott. Mario Scampuddu per la discrezione con la quale, un anno dopo l’altro, informandosi sullo stato dei lavori, ne ha auspicato la conclusione caldeggiandone insieme all’avv. Quirico Sanna l’edizione e, naturalmente, l’Amministrazione Provinciale di Olbia Tempio col suo presidente sen. Fedele Sanciu e l’assessore ing. Giovanni Pileri per la sensibilità dimostrata nell’assumere il patrocinio di questa edizione.



[1] Il primo autore che accennò alla particolare situazione linguistica della Sardegna settentrionale fu Sigismondo Arquer, Sardiniae brevis historia et descriptio. Tabula chorographica insulae ac metropolis illustrata, in Münster corografia,Basilea, 1558.

[2] M. Contini, Études de geographie phonétique et de phonétique instrumentale du sarde.

[3] Cfr. Rohlfs, L’italianità linguistica della Corsica, Vienna, 1941; Fra Toscana e Corsica (Penetrazione toscana in Corsica), 1972.

[4] M. L. Wagner, FSS = Fonetica Storica del Sardo, Introduzione Traduzione eAppendice di G. Paulis, 1984 (riedizione tradotta e ampliata della Historische Lautehre des Sardischen).

[5] Una sintesi bibliografica sulla produzione scientifica in questo àmbito è disponibile in E. Blasco Ferrer, Linguistica sarda. Storia Metodi Problemi, 43-44.

[6] Gartmann Ch., Die Mundart von Sorso (Provinz Sassari, Sardinien), Zurigo, Juris 1967.

[7] P. Levi, Il sistema periodico, Torino, Einaudi, 1994, 434-435.

[8] Lo spoglio dei più recenti lessici galluresi e sassaresi consente di individuare parecchie centinaia di catalanismi e spagnolismi.

[9] L’aggettivo sardocorso è usato, oltre che in linguistica, dagli studiosi che si interessano delle relazioni esistenti tra le due isole in relazione alla fauna che è loro specifica.

[10] Questo atteggiamento da parte di alcuni si inquadra in una situazione che ha spinto Giulio Paulis a definire la presenza delle varietà di origine corsa “la spina nel fianco” della questione della lingua in Sardegna; cfr. G. Paulis, Lingue subregionali in Sardegna.

[11] La definizione di galluresi corsofoni non è casuale perché nell’odierna Gallura il numero dei corsofoni, secondo le stime più favorevoli, raggiunge le 90.000 unità rispetto a una popolazione di circa 130.000 abitanti; le restanti 40.000 unità, oltre che da una quota di italofoni, sono rappresentate da sardofoni che risiedono nei comuni di Olbia, Golfo Aranci, Luras e Budoni.

[12] Da uno spoglio effettuato da chi scrive una decina di anni fa sui vocabolari del Gana e dell’Usai, risulta che su circa 16.000 vocaboli galluresi il 18-20% del lessico è comune al logudorese. A parte un migliaio di catalanismi e spagnolismi, circa i 2/3 del restante patrimonio sarebbero da ascrivere al gruppo toscano-corso e al ligure. È da tenere presente, tuttavia, che, se il medesimo confronto venisse condotto sul lessico tradizionale, escludendo cioè gli italianismi di recente introduzione (spesso di carattere semidotto o connessi con le moderne produzioni industriali), la percentuale dei sardismi lessicali si avvicina addirittura al 40%.

[13] A proposito di questa forma e degli altri sardismi làmpata ‘giugno’, aglióla ‘luglio’, santigaìni ‘ottobre’, santandrìa ‘novembre’ e natàli ‘dicembre’ non manca chi, forse nel tentativo di negare il massiccio influsso esercitato dal logudorese, riesuma pretese forme patrimoniali galluresi come ghjùgnu, lùɖɖu, sittèmbri, ottòbri, nuèmbri e dicembri (cfr. nella rete Internet le voci “Gallurese” e “Lingua corsa” dell’enciclopedia mediatica Wikipedia). Per il vero si tratta di forme propriamente oltremontane quando non di italianismi assai recenti che non sono recepiti da alcun dizionario né attestati nella pur ricca letteratura gallurese che vanta più di tre secoli (cfr. Canz. Gall., in Biblioteca di Studi Sardi, Cagliari; Fondo Sanjust, ms. 44 <poesie galluresi dei secc. XVIII-XIX>, f. 22r: Natali ‘dicembre’). Codesti tentativi si devono a cultori militanti che, non tenendo conto dei dati oggettivi offerti dagli studi, giungono a travisare la reale situazione fuorviando talvolta coloro che si fidano di strumenti di consultazione non sufficientemente controllati. La realtà è un’altra e, anzi, nell’area più meridionale della Corsica, che è anche la più conservativa, può capitare di sentire citare il mese che corrisponde a ottobre col nome di San Gavinu, in analogia a quanto avviene in tutta la Sardegna centro-settentrionale compresa la Gallura. Lo scrittore corso Lisandru Marcellesi, per esempio, in un suo scritto dal titolo A tumbéra in Tallà ricorda che “par San Gavinu si manghja u sangu di a sgiucca”. A volte proprio coloro che cercano di negare l’esistenza di un fenomeno riescono, involontariamente, a dimostrare l’esatto contrario. Il lessicografo tempiese Andrea Usai una trentina d’anni fa diede alle stampe un piccolo vocabolario che, se è utile per la conoscenza della parlata di Tempio, purtroppo è costellato di errori e di etimologie fantasiose. Nel malcelato intento di negare qualsiasi contatto col sardo, egli affermava che il tempiese ha origine dal latino, dallo spagnolo e dal toscano (cfr. Usai, Vocabolario tempiese-italiano italiano-tempiese,13). Tuttavia a p. 15, parlando dell’accento “fonico”, Usai esponeva una pretesa regola secondo cui in italiano e ed o toniche richiederebbero l’accento acuto in quanto avrebbero un timbro chiuso. Egli ignorava che non si tratta di una norma della fonologia italiana, bensì sarda, che anche i galluresofoni inconsapevolmente adottano quando parlano in italiano benché il loro idioma non conosca la metafonesi che, appunto, distingue tra è, é e ò, ó a prescindere dal fatto che queste vocali toniche siano seguite o meno da una vocale di timbro chiuso.

[14] La forma simana, semana è attestata nel corso dal 1400; cfr. Pistarino, Le carte del monastero di San Venerio del Tino, doc. 45.

[15] Pistarino, Le carte del monastero di San Venerio del Tino, doc. 136 (1467).

[16] Per un quadro più articolato di questo fenomeno, relativo ai lessici del castellanese e sedinese, cfr. Maxia, Tra sardo e corso, cap. 16.

[17] Per i catalanismi e castiglianismi del gallurese cfr. Maxia, Tra sardo e corso cit., cap. 17; per quelli attestati nel sassarese cfr. Melis, Il sassarese tra spagnolo e catalano.

[18] Le uscite dell’infinito in –a hanno interessanti riscontri nelle parlate della Tuscia; cfr. Ronciglione: lèggia, pènna ‘pendere’, riccòjja, scégna, séda, véda; Caprarola: bbéva, cada, chjèda, còcia, combatta, confónna, conóscia, contiéna, mantiéna, métta, mógna ‘mungere’, mòva, nàscia, pèrda, piagna, rida.

[19] Anche il sassarese presenta alcune forme con -j-; cfr. éju, Déju, Mattéju. Per questo aspetto cfr. i paragrafi 1.2.12 e 1.2.13.

[20] Wagner, La lingua sarda, 344.

[21] Wagner op. cit., 347 propone sei frasi con l’obiettivo di dimostrare come le differenze fonetiche, morfologiche e lessicali caratterizzino il sassarese e il gallurese rispetto ai genuini parlari sardi. Certamente queste due varietà non fanno parte del sardo, eppure, nonostante i materiali prescelti appaiano selezionati allo scopo, negli esempi proposti dal Wagner sono presenti dei tipici sardismi come fàula ‘bugia’ e gall. tricu, sass. triggu ‘grano’. In relazione all’esempio n. 5, che riguarda la correlazione temporale, la frase proposta da Wagner (‘Se tu avessi avuto fame, avresti mangiato?’) nella realtà corrisponde alle seguenti frasi: (gall.) s’aìssi aùtu vàmi, magnatu aristi?; (sass.) s’abussi aùddu vammi, magnaddu abariɬti?; (log.) s’aères àppidu vàmine, mandigadu dias àere? La frase subordinata mostra, anche per il gallurese e il sassarese, la caratteristica costruzione dell’interrogativa diretta del sardo, la quale nella sintassi del periodo prevede che il participio passato preceda il condizionale presente.

[22] Nella Nurra, caratterizzata da un insediamento a cuiles ‘ovili’, case coloniche e alcune borgate (le più cospicue sono Palmadula, Canaglia, Biancareddu, Campanedda, La Crucca, Bancali, La Landrigga, Tottubella) e in cui risiedono alcune migliaia di abitanti, oltre al sassarese si parla il logudorese. In teoria la Nurra rientra nel dominio sassarese ma l’elemento sardofono è diffuso a macchia di leopardo pressoché in tutta la regione con un rilevante numero di locutori.

[23] Nella parlata di Castelsardo durante l’ultimo secolo si sono verificate importanti variazioni che disegnano un’orbita di allontamento dal gallurese e di contestuale avvicinamento al sassarese. Il fenomeno più rilevante è rappresentato dai particolari sviluppi dei nessi costituiti da r, l, s + occlusiva. Fino alla metà del secolo scorso la generazione adulta impiegava, allo stesso modo che in gallurese, la fricativa alveolare sorda /s/ in nesso con occlusiva sia in posizione iniziale che in corpo di parola. Attualmente la situazione mostra un’adesione generalizzata agli sviluppi previsti per questi nessi dal sassarese. L’ultima rappresentante della pronuncia di “tipo” gallurese, ma con vistose interferenze di “tipo” sassarese, è l’ultracentenaria Caterina Sini per la quale è disponibile una intervista sul sito internet http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&id= 195444.

[24] Nell’estremità settentrionale del territorio di S. Maria Coghinas il confine linguistico attraversa la località di Viddanoa dove l’omonimo insediamento e i piccoli nuclei di Li Petri Longhi e La Multa Bianca usano il bortigiadese mentre i pochi abitanti di Lu Palazzu usano il sedinese.

[25] Il territorio comunale di Perfugas rappresenta un crocevia di varietà diverse. Il settore nord-orientale, che comprende gli stazzi di Su Crabileddu e Sa Ruinosa (disabitati), le borgate di Sa Contra (gall. La Contra), Sas Contreddas (gall. La Cuntredda) , Sas Tanchittas (gall. La Tanchitta), Falzittu, Lumbaldu e gli stazzi di Su Puleu (gall. Lu Puleu) e S’Olidone (gall. Lu Lioni) ed è abitato da circa 250 persone, usa la sottovarietà bortigiadese. Il settore meridionale, che comprende le borgate di Campos d’Ùlumu (gall. Campu d’Ùlimu) e Mudditonalza e gli stazzi di Puzzu Canu, Nuraghe Ùrigu (gall. Naracu Ùriu) e La Zirulìa, è abitato da un centinaio di persone che usano il gallurese comune. Anche nel capoluogo, alcune centinaia di abitanti inurbatisi dall’agro corsofono parlano le rispettive varietà originarie in una situazione in cui i sardofoni rappresentano, comunque, non meno dei due terzi della popolazione se si comprende anche una quota crescente di italofoni.

[26] Fino all’Ottocento anche la zona circostante la chiesa di San Giorgio de Ledda, situata a meno di due chilometri da Perfugas, era abitata da numerosi individui di origine gallurese, come attestano i registri di amministrazione della medesima chiesa e i quinque libri della parrocchia perfughese.

[27] Il fenomeno più vistoso è rappresentato dalle occlusive palatali /c/ e /ɟ/ che nelle parlate delle borgate in questione passa alle corrispondenti affricate /ʧ/ e /ʤ/. Ma variazioni degne di nota si segnalano nel contesto della stessa parlata di Erula dove, ad esempio, il nesso /rb/ sviluppa sia l’esito /lb/ (es. àlburu ‘albero’)sia la variante /ilb/ (àilburu) che si raccorda con l’esito /ib/ (àiburu) della parlata bortigiadese usata nella restante parte corsofona dell’agro di Perfugas.

[28] La diversità dell’aggese è alla base del blasone popolare di Aggius che, giocando sul carattere vivace della sua popolazione e sull’impiego generalizzato di /ʦ/ invece di /ʧ/ previsto dalla varietà comune, corrisponde a Azzési lettm. ‘accesi’ anziché ‘aggesi’. Due poesie accennano alle particolarità di questa parlata; cfr. Andrea Rasenti, La Gaddura ’n canzona, 43: “Curiosa, parò bedda, la vaiddata…” (‘curiosa, però bella, la parlata…’) e 44 “… la to vaiddata, un foc’a macja misciata, a manera di l’agjesa…” (‘…la tua parlata, un fuoco di macchia mista, alla maniera di quella aggese…’).

[29] Secondo una rilevazione condotta alcuni anni fa, nel comune di Olbia il gallurese sarebbe parlato da circa il 46% degli abitanti; cfr. Gallura. Cenni storici e diversità linguistiche, a cura della Consulta Intercomunale Gallura, Taphros, Olbia 2003, 41.

[30] Nel territorio di Tula il gallurese (varietà comune) è parlato nelle località di Sa Sia (gall. La Sia) e Su Montìju (gall. Lu Muntìgghju) dove sorgono una quindicina di stazzi.

[31] Nel territorio di Oschiri il gallurese è parlato nell’intero settore settentrionale; il relativo dominio inizia oltre la linea immaginaria che dallo sbarramento artificiale sul fiume Coghinas raggiunge le località di Pecurili, Lu Signalatu e Sa Murighessa e prosegue in direzione del massiccio del Limbara.

[32] Nel territorio di Berchidda il gallurese è parlato in pochi stazzi della località di Nalvara e dell’estremo settore nord-orientale.

[33] Tra il territorio di Monti, la frazione Berchiddeddu (Olbia) e il comune di Padru il confine linguistico segue una linea che dalla borgata di Su Canale scende in direzione di Punta di l’Acula e Li Campitti, sfiora la borgata sardofona di Sa Castanza, prosegue verso le località di L’Alineddi, Funtaneddi, Punta lu Colbu, Li Tre Puntitti, sfiora l’abitato sardofono di Padru, si dirige verso Li Puntiddoni, Punta la Pinna, Punta la Petra Bianca e Ghjanna Liòni.

[34] Nel territorio comunale di Budoni il gallurese sarebbe parlato da circa il 60% degli abitanti (Gallura. Cenni storici e diversità linguistiche cit.).

[35] Il tratto più meridionale del dominio galluresofono è designato dai toponimi Sarra di Mezzu, Monti Miriacheddu, Lu Calìstru e Punta Rutagghja nei pressi della borgata di Talavà (IGM = Istituto Geografico Militare Italiano, Carta d’Italia, scala 1:25.000, foglio 462, sezione 2, Brunella) e Li Nalboni, a nord del quale scorre il torrente detto Riu di li Cuppulati lettm. ‘rivo delle tartarughe’ (IGM, foglio 463, sezione 3, Torpè).

[36] Lungo tutta la linea di contatto, dalla Nurra all’Anglona alla Gallura meridionale, sono piuttosto frequenti i casi di matrimoni tra corsofoni e sardofoni, tanto che si può dire che il confine linguistico spesso attraversa persino le abitazioni di stazzi, borgate e centri abitati. Spesso i figli di queste coppie parlano entrambe le varietà.

[37] Per una sintesi della questione vedi A. Sanna, Il dialetto di Sassari, 11 segg.

[38] Molti toponimi dei territori di Sassari, Porto Torres, Stintino, dell’Asinara, di Castelsardo e Sedini conservano ancora oggi una veste logudorese; per esempio: (Sassari) Abba Currente, Abba Méiga, Abeàlzu, S’Abbàdiga, Sa Pedra Bianca, Tottubella; (Porto Torres) Babbànghelu, Badde Fenuju, Biùnis; (Sorso) Badde Pira, Muros de Maria, Pedras de Fogu, Silis, Tres Montes; (Tergu) Domos Nòas, Bacchile Corte, Pulpazos; (Castelsardo) Monte Òschiri, Piana Muddéggiu, Salàggiu (ant. Salàjos); (Sedini) Badu ’e Sùes, Giannas, Li Algas, Saraghinu, Su Furraghe.

[39] Ithoccor o Ittocorre de Gunale regnò tra il 1113 e il 1116; cfr. L.L. Brook et Alii, Genealogie medioevali di Sardegna, Deputazione di Storia Patria per la Sardegna, Cagliari-Sassari, Due D Editrice Mediterranea, 1984, 81. Sull’origine del n.p. Ithoccor cfr. M. Maxia, Un antico antroponimo e i nomi sardi dell’aspraggine, “Rivista Italiana di Onomastica”, IX (2003), 1.

[40] Questo toponimo pare da riferire alla località di Aràna, situata nell’odierno territorio di S. Teresa Gallura; il suo significato letterale ‘quelli di Arana’ parrebbe da mettere in relazione con persone provenienti dalla località in questione.

[41] Che si tratti di un toponimo logudorese formato da tostòinu o tostoìne ‘testuggine’ si deduce, oltre che dalla struttura del lessema, anche dal fatto che il nome gallurese della tartaruga è cuppulàta.

[42] Del dialetto logudorese che si parlava a Bortigiadas resta una documentazione costituita da quattro registrazioni di canzoni popolari cantate dagli ultimi parlanti questa varietà. Le registrazioni, di cui lo scrivente possiede una copia, furono effettuate nel 1949; gli originali si conservano presso l’Accademia di Santa Cecilia in Roma. Tra i testi in questione, intitolati rispettivamente A boghe ’erètta, A ninnìa, Su duru duru e Su sedattu, specialmente quest’ultimo offre diverse attestazioni della pronuncia dei nessi /st/, /str/, /sp/, /sk/ e /skr/ che risulta identica a quella prevista dal logudorese comune. Di un certo interese è la testimonianza del bortigiadese Andrea Oggiano di 81 anni (cfr. www.sardinia.digital.library. com), che ricorda nitidamente una frase pronunciata da un anziano compaesano sardofono verso la fine degli anni Trenta (“Si la sighimus a andare a custu passu ja non nd’essimus pro istasera”), da cui si deduce che la varietà di logudorese un tempo parlata a Bortigiadas doveva essere simile a quelle di Luras, Oschiri e Berchidda.

[43] La documentazione disponibile per Bortigiadas autorizza a ritenere che il logudorese comune fosse diffuso in tutta la Gallura e che il confine linguistico con la varieta cd. “settentrionale” o di nord-ovest seguisse il corso del fiume Coghinas oltre il quale in Anglona sono attestate le varietà di Perfugas e Bulzi che, a loro volta, erano collegate con la varietà di Tula e Ozieri nel Monteacuto. Anche nell’altopiano del Sassu, oggi esclusivamente galluresofono, il logudorese si estinse definitivamente, come a Bortigiadas, tra la sesta e la settima decade del secolo scorso.

[44] La forma log. Nughes vige tuttora nella parlata del vicino centro di Luras e anche nel toponimo Su Ponte de Nughes che designa un ponticello lungo l’antico tratturo che mette in comunicazione gli abitati di Luras e Nuchis.

[45] La variante Teltis è attestata nel vicino centro sardofono di Monti.

[46] Che la forma Gallul sia paleosarda può dedursi anche dal suo confronto con analoghi toponimi preromani suffissanti in –l come Itil, Migil, Somol, Surugel e simili.

[47] È il nome autoctono dell’isola di Molara.

[48] Questo toponimo, attestato con la grafia med. Sulla, ma che già nelle fonti dell’Età Moderna appare con la grafia Sollay, insieme ai toponimi Luccurrài, Lutturài, Murrài e Saltzài va con le analoghe forme Gorofài e Istelài (Bitti), ant. Gurgurài e Onifài (tutte relative a centri abitati dell’antica Gallura inferiore) e con toponimi di zone relativamente vicine come Adallài, Dogolài, Duliài, Neritzài, Siriài (Orune). Si tratta di forme attestate con frequenze molto elevate nel centro montano e che, presenti nella Sardegna meridionale, occorrono con una diffusione sporadica anche in zone dell’isola che a un primo sguardo ne sembrerebbero escluse, per es. Accozzài (Borore), Arzolài (Boroneddu), Barài (Siligo), Bittitài (Sennariolo), Curcài (Bortigali), Illorài, Istelài (Pattada), Larài (Calangianus), Loddài (Bono), Lontroddài (Bottidda), Cuccullài (Martis), Nordài (Noragugume), Oddorài (Bonorva), Ortài (Macomer), Oscài (Ghilarza), Palài (Bolotana), Tarài (Luogosanto), Turrài (Villanova Monteleone). Questa situazione richiederebbe che la partizione dello spazio centro-orientale dell’isola in tre zone e le deduzioni tratte in proposito dagli studiosi (cfr. Paulis, Lingue subregionali in Sardegna, 17-18) tenesse conto che la minore frequenza di toponimi suffissanti in –ài nelle zone più profondamente romanizzate potrebbe essere una conseguenza di questo processo e delle relative modalità piuttosto che dell’esistenza di due diversi sostrati. Inoltre, va considerato che in diversi casi il suffisso in questione rappresenta una fase seriore rispetto a precedenti forme ossitone che presentavano la desinenza –à, come dimostrano i casi di Ollolài < med. Ollolà; di Istelà (Pattada) rispetto a Istelài (Bitti), Istalài (Orune); Talavà (Torpè, Pattada) e Talavài (Orgosolo); Urrài < med. Urrà e altri. Analoga deduzione può farsi per altri toponimi ossitoni che oscillano tra terminazioni in –è ed –èi, per es. Orosei < med. Urisè; Urzuléi ~ pron. locale Urthullè etc.

[49] Il toponimo Tamarispa va con forme analoghe quali Giunispa (Lula), Marinispa (Oschiri) e il citato Burdunispa.

[50] Cfr. H. J. Wolf, Toponomastica barbaricina, Insula, Nuoro 1998, 11.

[51] DES, II, 551.

[52] Maxia, I Corsi in Sardegna, 188.

[53] QLSpel., 1645 “Dominica de Serra naturale de Osili”.

[54] La variante gall. Cugnàna del toponimo log. Conzanos è attestata indirettamente dal cognome med. de Coniana; cfr. V. Vitale, Nuovi documenti sul castello di Bonifacio, notaio Azone de Clavica, doc. 6: Vivaldus de Coniana (anno 1257).

[55] L’attestazione, contenuta in F. Artizzu, Liber Fondachi, “Annali delle Facoltà di Lettere, Filosofia e Magistero dell’Università di Cagliari”, 29 (1961), 65, di recente è stata ripresa da G. Paulis, Lingue subregionali in Sardegna, 20 che ha proposto di localizzare il relativo toponimo nello spazio geografico compreso tra Posada e Budoni. Poiché in questo spazio l’unica zona in cui si parla gallurese è costituita dal settore settentrionale del comune di Budoni e da un tratto del territorio di Torpè (il restante territorio è sardofono) appare del tutto coerente localizzare il toponimo Lu Narboni in corrispondenza del toponimo Li Nalbòni attestato nei pressi della frazione Talavà del comune di Budoni e, più precisamente, a breve distanza dal piccolo agglomerato di Muriscovò (IGM, foglio 463, sezione 3, Torpè).

[56] Qualche dubbio vi è se comprendere nella serie anche il toponimo Alcàzzena di S. Antonio di Gallura.

[57] Giustiniani, Description de la Corse, 220.

[58] La variante Aullè è attestata già nel primo seicento nei registri parrocchiali del distrutto villaggio di Speluncas; le varianti Bisè, Sartè e Sighè sono documentati in fonti di fine Settecento e dell’Ottocento.

[59] Maxia, I Corsi in Sardegna, 103.

[60] Falcucci, Vocabolario dei dialetti, 57.

[61] Ivi, 108.

[62] La variante Biseni è citata in Filippini, Chronique de la Corse, 434 (Indice).

[63] Falcucci, Vocabolario dei dialetti, 115.

[64] Filippini, Chronique de la Corse, 400.

[65] Il toponimo Aratèna è attestato sia a nord di Loiri che nel territorio di Arzachena.

[66] Tra le forme corse sarebbe compatibile con questo quadro il toponimo Aullène che può rappresentare una variante femminile dell’antr. Aulenus che va con le forme Auluse Aullus(cfr. H. Solin, O. Salomies, Repertorium nominum gentilium et cognominum Latinorum, 28, 298); il toponimo Bisène appare coerente con l’antr. Bisenus (ivi, 35); la forma Lupèna va con le forme antiche Lupo, Luppo e Lupus (ivi, 335); la forma Quinzena può rappresentare un regolare sviluppo di Quintienus (ivi, 153) di cui costituirebbe una variante femminile;la forma Sicchène può costituire una variante diSiquanus (ivi, 403-404). Tra le forme galluresi il toponimo Biddichèna può risalire all’antico antroponimo Bellicus (ivi, 33); anche il toponimo Curichèna può avere alla base l’antr. Coricius (ivi, 61) così come Tuttusèna potrebbe essere formato da Tutus (ivi, 415).

[67] Cfr. Solin - Salomies, Repertorium nominum, cit. 298.

[68] G. B. Pellegrini, Contributo allo studio della romanizzazione della provicia di Belluno, Padova, 1949, 64-65; C. Battisti, Toponomastica feltrina preromana e sostrati prelatini del Veneto, in Sostrati e parastrati nell’Italia preistorica, Firenze, 1959, 171-218.

[69] Pittau, I nomi di paesi…, 26 e passim.

[70] Terracini, Osservazioni sugli strati più antichi della toponomastica sarda, 129-130.

[71] Tra la Ciociaria, la Marsica e il Sannio settentrionale sono attestati i toponimi Alfedena, Fallena, Ofena, Palena e Valdena.

[72] RDS, nn. 725, 1091, 1254, 2006, 2271, 2754; il toponimo è attestato cinque volte con la grafia Arsequen e una volta con la variante Arsequene.

[73] Alcuni toponimi di comuni della Barbagia che presentano il suffisso –ène, -èni sono tratti da Wolf, Toponomastica barbaricina, cit. 63.

[74] Il toponimo Iddatène, da scomporre probabilmente in Iɖɖa (de) Atène, richiama il celebre cognome ant. De Athen (oggi Attène, Attèna, Azzèna); in tale ipotesi, esso indicherebbe l’antico sito in cui doveva sorgere il relativo villaggio.

[75] La struttura di questo toponimo è da confrontare con la grafia medievale Aravena; cfr. V. Vitale, Nuovi documenti sul castello di Bonifacio, notaio Bartolomeo de Fornari, docc. 210, 211: Faciolus de Aravena.

[76] DCSC,104.

[77] Vitale, Nuovi documenti sul castello di Bonifacio, notaio Bartolomeo de Fornari, 75 e passim: Marinus de Bisanne.

[78] Ivi, notaio Tealdo de Sigestro, docc. 98, 480 Enricus Sardena; 290, 332, 359, 402 Iohannes Sardena; notaio Bartolomeo Fornari, docc. 80, 104, 147, 189, 212: Obertus Sardena.

[79] Pittau, I nomi di paesi…, cit., 74 elenca anche altri toponimi sardi proponendo un comune etimo nella base os ‘bocca, foce’ del tema indeuropeo *osa ‘bocca’.

[80] Pausania, Helládos Periéghesis, X, 17, 8 segg.; Zonara VIII, 18; Fasti Triumphales Capitolini, in Inscriptiones Italiae XIII, 1; P. Meloni, Sei anni di lotte di Sardi e Corsi contro i romani (236-231 a.C.), in “Studi Sardi”, IX, 1949, 121 segg.

[81] C. Tolomeo, Geographia,III, 3, 6;

[82] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 7,85.

[83] C.I.L. = Th. Mommsen, Corpus inscriptionum latinarum, Berlino, 1862 segg.

[84] C.I.L. x 2954; C.I.L. x 7883 = XVI, 34; C.I.L. x 7890 = XVI, 40. Queste fonti epigrafiche non chiariscono se si tratti di Corsi originari della Corsica oppure di quelli stanziati in Gallura. Il fatto che fra le tre coorti ve ne fosse una composta di Sardi, pare conferire maggiore probabilità alla seconda ipotesi ma non esclude la prima. Una delle due coorti gemine dislocate in Sardegna era composta da Corsi e Liguri.

[85] Si tratta, rispettivamente, di Pertius Cursi filius (EE VIII 737) e di Cursius Costini filius (C.I.L. X 7981); quest’ultima forma può essere confrontata col toponimo còrso Còstini relativo a un villaggio situato nel comune di Riventosa.

[86] Presso Olbia fu ritrovata un’iscrizione funeraria relativa a un decurione della coorte di Liguri equitata (I.L.D.S. I, 313) vissuto al tempo di Nerone.

[87] La forma Nispeni ha l’aspetto di un patronimico locale formato dall’elemento nispa + -enius. Da un punto di vista formale si tratta dello stesso elemento che occorre nei citati toponimi Burdunispa, Giunispa, Marinispa, compresi nell’area che corrisponde al Monteacuto, alla Baronia e alla Barbagia di Bitti. Se l’ipotesi si rivelasse fondata non andrebbe escluso che il toponimo Tamarispa possa risalire a un più antico *Tamanispa.

[88] Su queste attestazioni epigrafiche cfr. A. Mastino, Olbia in età antica, Atti del Convegno Internazionale di Studi Da Olbìa ad Olbia. 2500 anni di storia di una città mediterranea, Sassari, Chiarella, 1993, vol. I, 63; L. Gasperini, Olbiensia epigraphica, Da Olbìa ad Olbia, 311 segg. con bibliografia.

[89] Pausania cit., X, 17,9.

[90] Pittau, I nomi di paesi…, 159.

[91] Cfr. D. Panedda, A proposito di due nomi geografici galluresi, Luras e Celsaria, in “Archivio Storico Sardo di Sassari”, X, 1984, 336-345; Pittau, I nomi di paesi…, 108 ritiene che la base del toponimo sia il lat. lura ‘otre, sacco’.

[92] C.I.L. XI, 1147.

[93] Cfr. R. Olivieri, Gli etnici liguri delle fonti classiche, in “Bollettino dell’Atlante Linguistico Italiano”, III, Dispensa n. 11-16, 1987-1992, Torino 1993, 48.

[94] Falcucci, Vocabolario dei dialetti, 222.

[95] Seneca, Ad Heluiam matrem, VII, 9.

[96] C.I.L. X, 7883 = XVI, 34.

[97] C.I.L. X, 7890 = XVI, 40.

[98] E. Cadoni (a cura), Ioannis Francisci Farae Opera, vol. I, 136.15.

[99] C.I.L. V, 7817.

[100] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 20.

[101] La coerenza del suffisso –elli con l’antico territorio ligure fu intravista dal Terracini, in Osservazioni sugli strati più antichi della toponomastica sarda, 131.

[102] La voce balma è diffusa in una vasta area che va dalla Catalogna alla Germania passando per la Francia e la Svizzera; in Italia cfr. i toponimi Arma di Taggia, Vallone delle Arme, Armella (2), Armetta, ant. Almablanca, Barma d’u Besagnìn (Imperia), Balma e Balmuccia (Vercelli), Balme (Torino), Barme (Aosta) e Monte d’Alma, Fosso d’Alma, Pian d’Alma (Grosseto).

[103] Pittau, I nomi di paesi…, 106 propone di localizzarlo nei pressi di Ploaghe.

[104] Pittau, I nomi di paesi…, 49-50.

[105] Tracce documentarie di comunità corse si trovano nei condaghes, cfr. CSMB, schede 5,2 e 211,2 “…una terra in Istakesos tenendo a sos de Corsiga…” ‘…una tratto di terra (nella località) di Istakesos confinante con quelli di Corsica…”.

[106] G. Pistarino, Una colonia corsa a Campiglia Marittima nel Quattrocento, Livorno, Stabilimento Poligrafico Toscano, 1940; G. Petti Balbi, Genova e Corsica nel Trecento, Istituto Storico per il Medioevo, coll. “Studi Storici”, 1976, 135-166; J. A. Cancellieri, Emigrer pour servir: la domesticité des femmes corses en Italie comme rapport de dépendence insulaire (1250-1350 environ), in M. Balard, A. Ducellier (sous la direction de), Coloniser au Moyen Age,Parigi, A. Colin, 1995. Nel contesto della toponimia urbana di Orvieto spicca il Quartiere di Corsica. Toponimi analoghi sono attestati anche in altri centri umbri e laziali. Per questi ed altri aspetti si rimanda a Maxia, I Corsi in Sardegna.

[107] Questa tesi era cara al Wagner; cfr. La lingua sarda, 345. In effetti già nella zona di Sartene si osserva lo sviluppo Ĭ > è tipico del sassarese mentre il gallurese presenta > ì; cfr. (Sartene) vèculu, bèculu ‘culla’ mentre il gallurese ha vìculu < lat. vehiculu(m).

[108] Appare significativo il ritrovare in Gallura espressioni corse formatesi in periodi anche vicini a noi, le quali testimoniano una continuità di rapporti tra la Corsica e la Gallura che non si è mai del tutto interrotta; per esempio, tra gli abitanti di San Pasquale, villaggio nei pressi di S.Teresa Gallura, vige il caratteristico etnico li Lucchési con cui in Corsica si designano i toscani e, più in generale, gli invidividui della penisola italiana che giungevano nell’isola come tagliatori di boschi; cfr. Rasenti, La Gaddura ’n canzona, 85: “Bedda mea, a unde te li lucchesi turrati so a arrià e puru chena va chei ti sighin’a bistrascià…”.

[109] B. Devoto – G. Giacomelli, I dialetti delle regioni d’Italia, Introduzione, VI.

[110] Per il vero il titolo di canonico non rende il giusto onore al grande ploaghese che fu anche senatore e rettore dell’università degli studi di Cagliari. Per la vastità dei suoi studi egli è considerato il padre dell’archeologia sarda e l’iniziatore della linguistica sarda

[111] Si tratta di L. Gana, A. Usai, M. Sardo, P. Ciboddo, F. Rosso e S. Brandanu per il gallurese e G. Muzzo, V. Lanza, S. D. Sassu e G. P. Bazzoni per il sassarese. A. Rubattu nel suo lessico generale si è interessato sia del gallurese che del sassarese. Su un piano lessicografico si colloca anche un lavoro di F. Mameli mentre alcuni contributi sulla grammatica del gallurese sono giunti da F. Corda. Di recente ai rapporti tra il lessico sassarese con quello spagnolo e catalano è stato dedicato un saggio di C. Melis. Il dialetto maddalenino è stato oggetto degli studi di R. Demartino che gli ha dedicato una grammatica e un lessico. Sul piano specialistico la questione relativa ai caratteri e alla collocazione delle varietà sardocorse è stata affrontata da P. E. Guarnerio, M. G. Bartoli, M. L. Wagner, I. G. Ascoli, G. Campus, G. Bottiglioni, I. A. Petkanov, Ch. Gartmann, A. Sanna. Contributi più recenti si devono a E. Blasco Ferrer, J. Ph. Dalbera, M.-J. Dalbera Stefanaggi, L. Sole, G. Paulis e a chi scrive (v. Bibliografia).

[112] Maxia, Studi sardo-corsi, 319; si tratta probabilmente dell’antico cognome De lo Loro documentato a Sassari nel 1355 (cfr. Maxia, I Corsi in Sardegna, 55) ma attestato in Corsica fin dal 1206; cfr. Pistarino, Le carte del monastero di San Venerio del Tino relative alla Corsica,doc. XIV, 15.

[113] Gismondi, Nuovo vocabolario genovese-italiano, 101.

[114] DES, I, 351.

[115] Su questo aspetto cfr. V. Orioles, Per una ridefinizione dell’alterità linguisttica. Lo statuto delle eteroglossie interne, in “Studi Italiani di Linguistica Teorica e Applicata”, anno 25 (2005), 3, Nuova Serie, 407-423.

[116] Cfr. J. Chiorboli, Reflets de la langue corse dans un manuscrit du XVIIe siècle, 156.

[117] Di particolare interesse è una lettera in catalano e toscano scritta a Terranova (Olbia) nel 1346 in cui si possono osservare diverse interferenze in corso. Di questo documento, che si conserva nell’Archivio di Stato di Cagliari si sta approntando un’edizione commentata. 

[118] Cfr. CDS, I, docc. 83, 93, 95 (anno 1169); alcuni brani sono ora riproposti in Maxia, Studi sardo-corsi, parte I, cap. 2.

[119] QLSpel., f. 1, l. 1.

[120] Stat. Sass., I, 38; questa grafia ha l’aspetto di un incrocio del log. catrèa col corso cherèia.

[121] Stat. Sass., II, 46.

[122] Ibidem.

[123] Stat. Sass., II, 48, 49; sono forme sconosciute al sardo che si accordano col corso rucchjà ‘raggruppare’, rucchjata ‘banda, compagnia’ (Falcucci, Vocabolario dei dialetti, 301).

[124] Cant. Sal. TE, III, tia a tantu ‘fintanto’; VIII, 10 tia da candu ‘fin da quando’.

[125] Ivi, II, 7 tiachì n’aggja gana; II, 17 tiachì spuntia la dì; III, 5 tiachì idda n’àggja gana.

[126] A queste denominazioni di veste logudorese si affiancano le locali varianti galluresi Ghjacòni e Pupàtta.

[127] Per questa e altre particolarità relative all’area galluresofona del Sassu cfr. Maxia, Lingua, Limba, Linga, 66, n. 34.

[128] La presenza di persone di origine ligure a Sassari è attestata fin dal XII secolo come mostra il n.p. Paraguri, documentato nel Condaghe di S. Pietro di Silki, che va con l’antroponimo genovese Paragorio, che costituisce un probabile adattamento locale del n.p. greco  Παναγούλης, il quale è attestato dall’XI secolo a Noli, la cui antica cattedrale è dedicata al culto di San Paragorio martire.

[129] Così sono denominati gli abitanti corsofoni del vasto agro di Bonifacio.

[130] Sono gli abitanti della pieve di Brando, noti per i loro traffici commerciali, la cui presenza in Sardegna è attestata sia nei registri parrocchiali di Tempio sia nella toponimia della Gallura orientale (Cala di li Brandinchi). Per la loro presenza a Tempio nel Settecento cfr. Maxia, I Corsi in Sardegna, 175-176; per la presenza di brandinchi nelle baronie di Posada e di Orosei durante lo stesso periodo cfr. G. Zirottu, Corsi, francesi, liguri e napoletani nella baronie di Posada e Orosei nel ’700, “Quaderni Bolotanesi”, 30, 2004, 359-361.

[131] Determinanti per questa nuova situazione si rivelano gli studi pubblicati da Fiorenzo Toso negli ultimi dieci anni (v. Bibliografia).

[132] Cfr. gen. bacin ‘bacile’ (F. Toso, La letteratura genovese, vol. I, 244) e sass. bazzinu ‘bacile, pitale’; gen. bestentà(sse) ‘tardare, indugiare, trattenersi’ e gall. bistintà(ssi); gen. bugata ‘bucato’ (ibid.) e gall. bucata, sass. cast. sed. bugadda; gen. strapunta ‘trapunta’ e gall. ‘id.’; gen. draper ‘drappiere’ (ivi, 243) e sass. drapperi; gen. giazza ‘brina, ghiaccio’ (Toso, La letteratura genovese, II, 25) e gall. ‘id.’; gen. schiupetti ‘mortaretti’ (ibid.) e gall. sciuppètti; gen. avisto ‘scaltro, avveduto’ (ibid.) e gall. avvistu; gen. cabban ‘gabbano’ (ibid.) e gall. gabbanu; gen. pendin ‘orecchini’ (ivi, 28) e gall. pindiniid.’.

[133] Toso, La letteratura in genovese,I, 243.

[134] Ivi, 234. La forma odierna corrisponde a sciacà.

[135] Ivi, 156, 191; M. L. Wagner riteneva che il log.sett. préju, présgiu, col quale va il gall. sass. présgiu, dipendesse dal toscano ant. pregio, prescio (DES II, 309 sv. préthu).

[136] Pistarino, Le carte del monastero di San Venerio del Tino, doc. 168 del 1481.

[137] Ivi, doc. 151 del 1468: quello vesco de Ampugnani.

[138] Ibid. Il gallurese antico (v)èscu è attestato nella toponimia del territorio comunale di S. Antonio di Gallura; cfr. Panedda - Pittorru, Santantonio di Gallura e il suo territorio tra cronaca e storia, 109-111 sv. Lu ’Èscu; tuttavia forme analoghe, per es. bbèsco, non mancano anche nei dialetti della Tuscia.

[139] A un influsso genovese pare dovuto il log. ant. dittu, frequentissimo nei testi giuridici medioevali e moderni, ma sconosciuto alla lingua viva (per la sua genovesità cfr. Toso, La letteratura in genovese, I, 174 dita la messa). A un influsso parallelo potrebbe essere dovuto il dileguo delle forme che in sardo, specialmente in logudorese, si verifica nei verbi composti che presentano dicere come secondo elemento, per es. log. beneìghere, maleìghere, traìghere che al part. pass. hanno beneìttu, maleìttu, traìttu come il gen. ant. beneito (Toso, La letteratura genovese, I, 183), traymento (ivi, 167) e simili; sul dileguo che caratterizza le forme in questione si vedano le perplessità manifestate dal Wagner (DES,II, 504 sv. traígere) che propendeva appunto per una origine italiana.

[140] Cfr. cor. muntagnéra ‘transumanza’, siminéra ‘seminagione’, tumbéra ‘uccisione’, ultiméra ‘conclusione’ e simili.

[141] Motzo, Il Compasso da navigare, 91.

[142] L’isola fu ripopolata nel 1807 dai Bertoleoni, un nucleo parentale di origine corsa che aveva la propria sede nelle isole di S. Maria e Soffi nell’arcipelago maddalenino; cfr. A. Papurello Ciabattini, Il profilo geografico di Tavolara, Sardegna, Fossataro, Cagliari, 1973, 69.

[143] Secondo M.-J. Dalbera-Stefanaggi, Unité et diversité des parlers corses, 88 il sistema vocalico sassarese corrisponderebbe a una fase del vocalismo “taravese” meno avanzata rispetto all’odierna situazione del corso settentrionale.

[144] Rohlfs, Fonetica, 336-337.

[145] Cfr. Maxia, Studi sardo-corsi, parte I, cap. 3.

[146] Ivi, parte II, cap. 3.

[147] Il trattamento /rd/ > /ld/ in Gallura è documentato dai primi del Seicento ed è coerente col trattamento /rt/ > /lt/ per il quale si dispone di attestazioni documentarie che vanno dal 1321 (Castelsardo) a tutto il Cinquecento.

[148] Cfr. Rosso, Dizionario della lingua gallurese, 641; Brandanu, Vocabulàriu Gaddhurésu Italianu, 569. Andrea Usai, autore del Vocabolario tempiese-italiano cit., tra tante inesattezze e spinto quasi da un’ansia di negare qualunque rapporto di dipendenza del gallurese rispetto al sardo, intuì il nesso storico del gallurese vel di col toscano antico ver di mettendo a lemma, anziché la grafia versu o la forma apocopata vel, l’intero sintagma Veldi nói (p. 255) citando un passo del Purgatorio in cui, peraltro, non è attestata la forma ver ma verso. Leonardo Gana, Vocabolario del Dialetto e del Folklore Gallurese, 619 lemmatizzò la forma Vèl-di citando una strofa di una poesia in cui Leone Chispima (pseudonimo dell’avvocato aggese Michele Pisano) trascrisse la forma in questione avendo riguardo alla sua origine (Undi li boli toi / poara cédda dài? Vèl d’undi moi? ‘Dove i tuoi voli / povero uccello indirizzi? Verso dove ti dirigi?’).

[149] Un muttu gallurese la cita con la forma inveldi: “Un furru timpiesu / inveldi Sant’Antoni / cucendi infelti e culboni / dì e notti sempri ’ncesu”. Anche Giulio Cossu utilizza questa forma: “… no tendi più lu paesi inveldi la campagna”; cfr. G. Cossu, Frondi come parauli, 21.

[150] Stat. Sass. lib. I, cap. 37 “inver su fossatu” ‘verso il fossato’.

[151] Stat. Sass. lib. II fragmenta, cap. 53 “inversu Gantine Sale” ‘verso (la località detta)Gantine Sale’ (oggi torre di Bantine Sale).

[152] Stat.Cast., cap. 206 “...in su Padru vernile de Castellu Ianue cio est dae Nurachi in ver Marignolu...” lettm. ‘…nel prato invernale di Castel Genovese cioè da Nurachi in direzione di Marignolu…”.

[153] D. Alighieri, La Divina Commedia, Inf., XVI, 7 ver noi, 14 ver me; XXIV, 27 ver la cima; XXXII, 73 inver lo mezzo; Purg. II, 131 inver la costa.

[154] Ivi, Purg., VIII, 52 ver me si fece, e io ver lui mi fei.

[155] La grafia inver è presente anche in Giacomo da Lentini, per es. nella canzone Meravigliosamente, 38.

[156] Motzo, Il Compasso da navigare (v. Bibliografia).

[157] Una parte significativa del portolano descrive parecchie località della Sardegna settentrionale tra cui l’Azenara, Sancta Reparata, Longun sardo, Sancta Maria, Buzenare, Spargi, Porto Polo, Sancto Stefano, Cravaira = Caprera, isola de le Bisse, capo de l’Orsa, Iscla Mortore, Figarola, Taulara, Sancto Polo, Morala/Morara = Molara.

[158] Il trattamento /rs/ > /ls/ è attestato residualmente nel dialetto del rione Calata di Ajaccio, per es. ColsicaCorsica; cfr. Dalbera-Stefanaggi, Unité et diversité des parlers corses, 129-131.

[159] Altre varianti sono note per la zona centrale delle Marche (mentuà, montivè) e la Puglia settentrionale (munduvà).

[160] R. De Martino, Il Dizionario Maddalenino, 101.

[161] E. De Felice, Le coste della Sardegna, 103.

[162] Tra altre particolarità, sono da segnalare la forma ecqua per acqua; il trattamento /l/ > /r/ nell’articolo ra ‘la’ e nella variante Morara del toponimo Molara; la forma zoè per cioè.

[163] Forma attestata nel 1382; cfr. Pistarino, Le carte del monastero di San Venerio del Tino relative alla Corsica, 74.

[164] Cfr. i toponimi Capraia, Colombaie, Monte Voltoraio, Nibbiaia, Polveraia.

[165] Cfr. le forme ispornaio, mannaia, matieia, restaiolo del Conto navale pisano e la grafia Nappaio accanto a Nappari in A. Castellani, I più antichi testi italiani, 128-130; 156-161.

[166] Cfr. i toponimi Brizzolara, Calderara, Carpenara, Corvara, Costa Carnara, Costa Figara, Fornara, Granara, Manarola, Migliarina, Pampara, Pietra Lavezzara, Rivara, Rivarolo, Schiara. Uno dei maggiori corsi d’acqua del Ventimigliese è detto Fiumara di Taggia.

[167] Cfr. le forme Brascarolo, Corvarola.

[168] Bazzoni, Dizionario fraseologico sassarese-italiano, 252.

[169] Soltanto di recente vi è stato un primo tentativo di chiarirne l’origine. Massimo Pittau, DILS, 445 ipotizza un incrocio delle voci italiane gregge e greppia.

[170] Lo Statuto della Corte dei Mercanti in Lucca del 1376, a cura di Umberto Dorini, Augusto Mancini e Eugenio Lazzareschi, Firenze, Olschki, 1927, 159.

[171] Il dominio del comune di Pisa sulla Gallura si protrasse fino alla metà del Trecento.

[172] Usai, Vocabolario tempiese-italiano italiano tempiese, 216.

[173] Rosso, Dizionario della lingua gallurese, 528: sciagata ‘colpo pesante dato con mano aperta’.

[174] Toso, La letteratura in genovese, I, 234 lo cor xachao.

[175] Casaccia, Vocabolario genovese-italiano, 493.

[176] Falcucci, Vocabolario dei dialetti, 317.

[177] Tuttavia non mancano altri casi di sonorizzazione, per i quali si rimanda alla discussione su /k/ intervocalico.

[178] Bottiglioni, Leggende e tradizioni di Sardegna, Biblioteca dell’Archivum Romanicum, serie II, vol. 5, Ginevra, 1922, 44.

[179] Maxia, I Corsi in Sardegna, 175.

[180] Alcuni catalanismi e spagnolismi sono penetrati anche nel corso; talvolta da vettore di questo influsso possono avere agito, oltre al genovese, il gallurese e lo stesso sassarese come pare testimoniare, per esempio, il caso di cor. (di) vada, bada ‘di regalo, gratis’ (Falcucci, Vocabolario dei dialetti, 368) che va col gall. di bata < sp. de badas; cfr. Maxia, Tra sardo e corso, cap. 18).

[181] Un inventario sistematico degli spagnolismi e dei catalanismi nelle parlate sardocorse non è stato effettuato. Una stima è stata eseguita da chi scrive nei confronti del logudorese, per il quale i prestiti acquisiti dalle due lingue iberiche sarebbero circa 1.300. Se si tiene conto che il gallurese presenta catalanismi e spagnolismi in numero non inferiore a quelli attestati nel logudorese, questa approssimazione potrebbe risultare attendibile anche da questo punto di osservazione. Se si prende a riferimento il dizionario del Gana, il numero di catalanismi e spagnolismi attestati in gallurese (compresi quelli disusati) corrisponderebbe a circa il 7 – 8% del totale.

[182] Uno dei rari francesismi penetrati nel maddalenino e lungo l’estrema fascia settentrionale della Gallura è patècca ‘anguria’ ma il tramite di questo prestito non è il fr. pastèque bensì il gen. patèca.

[183] Persino in un villaggio apparentemente privo di importanza come Perfugas la presenza dei Doria durante il XIV secolo ha lasciato il ricordo di un palazzo appartenuto alla relativa famiglia e la documentazione di una torre che agli inizi del medesimo secolo era appartenuta al celebre poeta Percivalle Doria (Maxia, Anglona medioevale, 291-293).

[184] Cfr. Carrózu Altu (Florinas), Carrózu de Josso (Codrongianus) e Badde de su Carrógliu (Oliena).

[185] Toso, Alcuni tratti caratterizzanti del dialetto di Ajaccio, 196.

[186] M.-J. Dalbera-Stefanaggi, Le corso-gallurien, “Géolinguistique”, 8 (1999), 161-179. Già dal golfo del Valinco e da alcuni villaggi del Sartenese le isofone presentano, specialmente per il vocalismo, significative concordanze col sassarese e castellanese piuttosto che col gallurese.

[187] Per la presenza nel territorio un tempo spettante a Tempio di gruppi provenienti da Bastia e dalla pieve di Brando cfr. Maxia, I Corsi in Sardegna, 175-176.

[188] Turtas, Scuola e Università in Sardegna tra ’500 e ’600, doc. 6, 116-117.

[189] Ivi., doc. 7, 117 “corço, o italiano que le es vezino”.

[190] Gli autori che si sono interessati di questo testo propendono a collocarlo in un periodo compreso tra fine del sec. XIII (Nunzio Cossu) e gli inizi del sec. XV (Damiano Filia). Questo aspetto può essere vero riguardo al testo originario ma ai fini della datazione del testo che ci è pervenuto assumono un’importanza decisiva alcuni catalanismi (acabato < cat. acabat; acostumato < cat. acostumat; carrigo < cat. carrech; condennato < cat. condenat; mereserlo < cat. merecer; usureri < cat. usurer o sp. usurero) ma soprattutto diversi castiglianismi (abraza < sp. abraza; cofrati < sp. cofrades; piatosi < sp. piadosos; pregarie < sp. plegarias; segnore < sp. señor; sentiti < sp. sentidos) che portano a inquadrarlo nel periodo in cui a Sassari vigevano entrambe le lingue iberiche, il quale periodo difficilmente può precedere la metà del Cinquecento. Gli elementi che emergono dalla lettura fanno ritenere che il testo nella redazione che ci è giunta possa risalire all’anno in cui fu eseguita la copia (1592).

[191] Un inventario delle interferenze più significative è offerto da L. Sole, Sassari e la sua lingua, 84-89.

[192] D. Panedda, Il Giudicato di Gallura. Curatorie e centri abitati, Sassari, Dessì, 1979.

[193] Wagner, Fonetica storica del sardo, cit.

[194] Cfr. Maxia, I Corsi in Sardegna, 45-47 e passim.

[195] A Bortigiadas l’ultimo sardofono è morto nel 1967 (si trattava di Francesca Salvagnolu di 86 anni; comunicazione pers. del dott. Giovanni Gelsomino); a Erula l’ultimo sardofono, Gavino Marras, morì nel 1965 all’età di 82 anni (comunicazione pers. del dott. Alessandro Piga); nella borgata di Modditonalza (Perfugas) l’ultimo sardofono morì negli anni Settanta  del secolo scorso (comunicazione pers. del geom. Gian Mario Zucconi); infine nella borgata di Campos d’Ulimu l’ultimo sardofono (Agostino Coiladu) è morto nel 1993.

[196] Maxia, I Corsi in Sardegna, 197-205; 207-217.

[197] Sul piano generale è da ricordare il sempre valido Saggio di fonetica sarda del Bottiglioni (v. Bibliografia) mentre su un piano specifico uno dei migliori lavori è la monografia di Ch. Gartmann, Die Mundart von Sorso (v. Bibliografia).

[198] Una questione non secondaria è quella che riguarda certe divergenze tra una serie di grafie usate in determinate fonti scritte e i corrispondenti foni vigenti attualmente nelle medesime parlate. Per esempio, il testo di Lu santu Ebagneliu di Gesù Criltu sigundu Matteju (vedi Fonti: Vang. Matt. SS) sul piano grafico appare più vicino all’odierna situazione del dialetto sedinese che a quella del sassarese. Di fronte a questa constatazione si pone il problema se attribuire tale situazione del testo a scelte grafiche del traduttore del vangelo in sassarese (il canonico Giovanni Spano) determinate forse dalla difficoltà di rendere una serie di foni che caratterizzano l’odierna parlata di Sassari, specialmente in relazione ai nessi costituiti da l (r, s) + consonanti occlusive e fricative labiodentali. Dall’altro lato è lecito porsi il quesito circa la possibilità che il testo rifletta, almeno in parte, la situazione del sassarese nel periodo in cui avvenne la traduzione del testo (1866). Da quest’altra angolazione la grafia del testo in questione assumerebbe una notevole importanza sul piano documentario in quanto attesterebbe una fase in cui in sassarese alcuni fenomeni che si osservano in sincronia non si erano ancora realizzati.    

 

 
5. Studi sardo-corsi. Dialettologia e storia della lingua tra le due isole (volume)

 

(sunto) Il volume analizza da un'angolazione linguistica e onomastica una serie di questioni ancora aperte sulle varietà di matrice corsa parlate nella Sardegna settentrionale. I nuovi elementi che scaturiscono dalla ricerca tratteggiano una situazione per molti aspetti innovativa. Non sono poche le prove linguistiche che consentono di retrocedere al medioevo il periodo in cui le più antiche tra le varietà di origine corsa (sassarese, gallurese, castellanese e sedinese) presero piede in Sardegna. Inoltre, gli apporti linguistici e culturali provenienti dall'isola vicina - ed è questo, forse, uno degli  aspetti di maggiore interesse che emergono dalla lettura - concorrono a formare un concetto di identità sarda più ampio e articolato rispetto a quello comunemente inteso.  

 

  Studi   Per leggere il volume premere su questo link:Studi sardo corsi compressedStudi sardo corsi compressed (3.69 MB)

 
 
 
 
 
 
 
 
6L'elemento sardo del lessico castellanese e sedinese 
(l'articolo corrisponde al cap. 16 del volume Tra sardo e corso, Sassari 2002-2003)                            Lettere

Alcuni studiosi attribuiscono le parlate di Castelsardo e Sedini al dominio gallurese. Altri preferiscono collocare il dialetto di Castelsardo nel sistema sassarese mentre assegnano il sedinese al sistema gallurese. Il lessico odierno delle due parlate, tuttavia, ne testimonia la vicinanza al sassarese. A realizzare questo aspetto concorre in modo vistoso l’influsso logudorese che determina la sovrapposizione di molte forme sarde autoctone rispetto a quelle di origine còrsa. Pochi esempi valgono a chiarire il quadro:
‘ragazzo’, cast. piččìnnu, sed.-sass.-logud. pittsìnnu, gall. stéɖɖu‘uccello’, cast. piğğòni, sed. piddzòni, logud. puddzòne, gall. čéɖɖa‘grano’, cast.-sass. trìggu, sed. trìgu, logud. trìgu, gall. grànu (trìku)‘guardare’, cast.-sed. abbaiddà, logud. abbaiđare, gall. fig˝g˝ulà‘topo’, cast.-sass. sóriggu, sed. sórigu, logud. sórige, gall. ràttsu‘qui’, cast. inògga, sed. inòga, sass. inòĝĝi, logud. inòge, gall. kì(či)

Un caso interessante è rappresentato dalla particella ‘per’ che in sedinese corrisponde a por. Non si tratta, come pure potrebbe apparire, di uno spagnolismo ma di un incrocio fra il logudorese pro e il gall. par. E infatti in fonetica sintattica si osservano gli stessi esiti della sua corrispondente sassarese e gallurese; per es.: ‘per questo’ sed. po chiltu /po k:ìLtu/ (cfr. cast.-sass. pa chiltu /pa gìLtu/; gall. pa chistu /pa k:ìstu/; ‘per me’ poil me, cfr. cast.-sass. pai me; gall. pal me.La particella cun ‘con’, diversamente dal gallurese, nelle due parlate anglonesi si conserva: cun vói ‘con voi’, cast. cun èɖɖu, sed. cun iɖɖu ‘con lui’ (gall. cu iɖɖu). Già questi due soli esempi possono essere utili per gettare uno sguardo sulla situazione delle due varietà anglonesi. Il logudorese gioca un ruolo di rilevante importanza sul loro patrimonio lessicale. Pur non disponendo di un dizionario, che sarebbe auspicabile anche per le varietà che contano poche migliaia di parlanti, è tuttavia possibile stimare l’incidenza delle forme di origine sarda insieme a quelle originarie del gruppo toscano-corso e agli spagnolismi.Si è isolato un campione di oltre mille lessemi fra cui anche degli adattamenti di basi forestiere. Non sono stati presi in considerazione, viceversa, gli italianismi più recenti che, a causa del mancato adattamento alle norme fonetiche locali, altererebbero il carattere delle due parlate, il quale presenta un lessico essenzialmente tratto dalla sfera contadina, dell’allevamento, dell’artigianato, della pesca e del linguaggio domestico.Si sono quindi distinte le forme che, seppure frutto di adattamento, provengono rispettivamente dal continente italiano, dal sardo (logudorese) e dalle due lingue iberiche. Ne sono scaturite le seguenti percentuali: italiano (corso, toscano, ligure) 44%; sardo 45%; catalano e spagnolo 11%.Si tratta di dati che presentano degli scarti rispetto a quelli ottenuti per il gallurese con una indagine analoga condotta sui vocabolari del Gana e dell’Usai. In questo caso, mentre gli spagnolismi si discostano poco dal dato relativo al castellanese e sedinese, i sardismi si attestano attorno al 18-20%. Seppure con la prudenza richiesta da indagini parziali, il patrimonio lessicale gallurese sembrerebbe costituito per circa il 70% da voci di origine còrsa e toscana e, in misura  limitata, da genovesismi. Tuttavia va precisato che i suddetti vocabolari presentano moltissime forme che costituiscono degli italianismi recenti, per cui l’analisi andrebbe eseguita su campioni più mirati. Restando al lessico tradizionale si può ritenere che anche per il gallurese le percentuali reali non si discostino di molto da quelle emerse per il castellanese e il sedinese.Partendo da questi primi dati, che aspettano conferme da esami più accurati sulla complessiva massa lessicale delle due varietà anglonesi, vediamo più da vicino l’influsso esercitato su di esse dal logudorese e dalle due lingue iberiche. Per dare completezza a questo discorso sarebbe stato utile esporre contestualmente i dati relativi all’influsso esercitato dal sassarese e dal gallurese nei confronti del logudorese. Si tratta, però, di un argomento quanto mai complesso che investe la stessa storia della cultura e della lingua nella Sardegna centro-settentrionale durante un arco di circa cinque secoli. Questo discorso andrà affrontato a parte in un prossimo lavoro che abbisogna di appropriati studi preparatori.Il numero dei sardismi presenti nelle parlate in questione - di poco inferiore alla metà dell’intero patrimonio lessicale ma comunque maggioritario rispetto allo stesso elemento corso - la dice lunga sull’influsso esercitato dal logudorese.[1] Se non fosse per i numerosi fenomeni fonetici e per le strutture morfologiche in prevalenza di origine toscana, per queste due parlate, e così per il sassarese, si potrebbe parlare di dialetti sardi. E tuttavia questa definizione non appare del tutto impropria perché, se, oltre ai dati del lessico, consideriamo che la struttura sintattica di queste varietà è essenzialmente sarda, non si può neanche affermare che si tratti di dialetti toscani tout-court. È soltanto perché essi hanno salvato buona parte delle strutture morfologiche che si può ancora parlare di varietà di tipo italiano.Per l’influsso esercitato dal logudorese in fonetica (specialmente sul sedinese), nella morfologia e nella sintassi si rinvia a un’opera di prossima pubblicazione. Ora vediamo da vicino ciò che è avvenuto in campo lessicale.Il discorso sull’influsso logudorese presenta caratteri di particolare complessità. Vi è una grande differenza fra l’influsso catalano-spagnolo - il quale si esercitò nell’unica direzione consentita, per ragioni politico-culturali, dalla subalternità del sardo e ancor più del corso - e l’influsso logudorese nei confronti di quest’ultima varietà. Nel settentrione sardo il corso, una volta conquistata la città di Sassari (la quale per secoli fu il maggiore centro dell’isola) esercitò a sua volta un forte influsso sul sardo e i risultati di questa duplice interferenza sono sotto gli occhi di tutti. Il corso, sebbene profondamente intaccato dal sardo, si instaurò in Sardegna con due distinte varietà, il sassarese e il gallurese. Non solo, ma nel contesto della stessa lingua sarda determinò addirittura l’autonomia di quella varietà innovativa che va sotto il nome di  logudorese settentrionale, la cui descrizione richiederebbe una trattazione a parte.Un’altra considerazione che si rende necessaria è costituita dal fatto che, essendo il sardo la lingua di un popolo di contadini e pastori, il suo influsso non poteva che riguardare la concreta sfera della vita quotidiana, quella più direttamente volta alla produzione dei beni necessari ad assicurare l’esistenza. Quindi risultano quasi del tutto assenti i termini di ambito giuridico, amministrativo ed ecclesiastico che pure durante l’età giudicale furono posseduti dal sardo per via del suo rango di lingua di stato. Essi infatti furono sostituiti da voci spagnole relative ai nuovi istituti del regime feudale instaurato dopo la conquista aragonese.Non sempre le definizioni corrispondono esattamente a quelle attestate in logudorese. A volte i significati attestati nell’area indagata divergono nel senso che rappresentano delle estensioni semantiche; altre volte mostrano dei valori cristallizzati che sono scomparsi nel resto dell’isola; emblematico è il caso di marra ‘roccia, rupe’ che rappresenta un prezioso hápax.Spesso i termini logudoresi risultano adattati alle norme fonetiche locali, ma non sono infrequenti i casi in cui si sono conservati tali e quali.Anche grazie alla ricchezza del suo lessico rustico, le forme qui vengono riportate con i soli esiti attestati nella parlata sedinese. Peraltro, la risoluzione nel castellanese dei nessi lt, st, rt  nell’unico esito Lt crea notevoli difficoltà nell’ordinamento alfabetico del materiale lessicale. Le forme castellanesi vengono riportate invece nei casi in cui si presentino originali o differiscano sostanzialmente da quelle sedinesi.Fra parentesi tonde vengono indicate le basi sarde da cui sono derivate le forme locali. Esse sono tratte in massima parte dal REW e dal DES, per cui se ne omettono le singole citazioni.Le forme riportate fra parentesi quadre riproducono i suoni in alfabeto fonetico. Esse hanno la funzione di segnalare significative differenze fra la rappresentazione grafica di tipo italiano e l’effettiva pronuncia locale.
 
 
Oronimi:        Colline

calpìdda ‘crepaccio’
códdula ‘ciottolo’ (logud. kóđula)
cùccuru ‘cima, sommità’ (logud. id.)
ilcàla /iLkàla/ ’salita in luogo erto’ (logud. iskala)
ilpilùnca ‘spelonca’ (logud. ispelunka)
iltràmpu /iLtràmpu/ ‘luogo scosceso’ (logud. istrampu), iltrampàdda ‘stramazzata’
marra ‘roccia, rupe’[2] (logud. marra).
marràggiu ‘masso, sasso’ (logud. marrardzu)
ottorìnu ‘viottolo’ (logud. utturìnu)
pàddima ‘pianoro’ (logud. pàđima)
pàddru ‘prato’ (logud. pađru)[3]
pàla ‘costa di monte’, palumbrìnu ‘terreno ombreggiato’
pàrisi ‘pianura, pianoro’ (logud. pàrisi)
pèlcia ‘burrone, crepaccio’ (logud. pèrka; logud.sett. pèLča)
pilchìna /piLkìna/ ’pozza fluviale, acquitrino’ (logud. piskina)
póyu ‘tonfano, pozzanghera, acquitrino’ (logud. id.)
rìu ‘rio, fiume’ (logud. id.)
sàltu /sàLtu/ ’territorio boscoso e incolto’ (logud. saltu, sartu)
sèttili ‘spiazzo, terrazzo naturale’ (logud. séttile; sédile, sedìle)
traìnu ‘ruscello, torrente’ (logud. id.)
trèma ‘scarpata’ (logud. id.)
vàccu ‘avvallamento’ (barb.-camp. bàkku)
vadu /vađu/ ‘acquitrino’/(logud. bađu)
zùlgulu /tsùiLgulu/ ’dirupo, canale eroso dall’acqua’ (logud. tùrgalu)
 
 
Fitonimi                               Piante

aliddòni ‘corbezzolo’ (logud. oliđòne)
almuràzza /almuràts:a/ ‘ramolaccio’ (logud. armuràttsa, almuràtta)
antùnna ‘fungo pleuroto’ (logud. id.)
àppara ‘specie di aglio selvatico’ (Allium Triquetrum; logud. id.)
arigàglia ‘carota’ (logud. aligàrdza).
buda /buđa/ ’biodo’ (logud. id.)
caralighi /karalìgi/ ‘biancospino’ (logud. kalarige)
càriga /kàriga/ ‘fico secco’ (logud. id.)
figa ‘fico’ (logud. figu, femm.)
frassu ‘frassino’ (logud. id.)
giòlva Anagyris foetida’ (logud. id.)
ilcarìa /iLkarìa/ ’asfodelo’ (logud. iskarìa)
ilpìgula ‘lavanda’ (logud. ispìgula)
giùru /ğùru/ ‘crescione’ (logud. id.)
laru ‘alloro’ (logud. id.)
lattùrigu ‘euforbia’ (logud. id.)
limbóina ‘borragine’ (logud. id.)
lìzzu /lìdz:u/ ‘giglio’ (logud. id.)
lózzu /lódz:u/ ‘loglio’ (logud. id.)
lùa ‘euforbia’ (logud. id.), luà ‘avvelenare un torrente per stordire e catturare i pesci’.
marrùggiu /mar:ùğ:u/ ‘marrobio’ (logud. marrùiu)
mazzu /madz:u/ ‘maglio’ (logud. id.)
mèndula ‘mandorlo’ (logud. méndula)
multa /muLta/ ’mirto’ (logud. murta),
multinu ‘nerastro, color mirto’ (mùrtinu)
nìbbaru ‘ginepro’ (logud. id.)[4]
nulcu /nuLku/ ‘muschio’ (logud. nusku)
pabbanzólu /pab:antsólu/ ‘tarassaco’ (logud. pabantsólu)
pappài ‘papavero’ (logud. id.)
peddrusìmula ‘prezzemolo’ (logud. pedrusìmula)
péssighi /péssigi/ ‘pesca’ (logud. péssige)
prigulósaParietaria officinalis L.’ (logud. pigulòsa)
pruna ‘pruno, susino’ (logud. id.)
rumasìnu ‘rosmarino’ (logud. romasinu)
rùu ‘rovo’ (logud. id.), ruàggiu ‘roveto’
salaùlpu ‘spiga dell’avena selvatica’ (logud. salaùspu)
saùccu ‘sambuco’ (logud. id.)
sugliaga /sul’àga/ ’spaccassassi’ (logud. surdzaga)
tòa ‘vetrice’ (logud. id.)
tuppa ‘macchia fitta’ (logud. id.), intuppìssi ‘infittirsi della vegetazione’
tuva ‘tronco cavo, tronco scavato per macinare le bacche di lentischio’ (logud. id.), tivuddu ‘incavato’[5]
ùlimu, ùlumu ‘olmo’ (logud. id.)
ultiggiu /uLtìğğu/ ‘sughero’ (logud. urtigru; sett. buLtìiu)
zinnia /tsinnìa/ ‘giunco marino’ (logud. tinnìa)
 
 
 
Zoonimi                               Animali

àglia ‘tarantola’ (logud. àrdza)
bubusàdda ‘upupa’ (logud. pubusada)
caddalànu ‘scarafaggio’ (logud. kadalanu)
caralìna ‘giumenta’ (logud. kalarina)
chìgula ‘cicala’ (logud. id.)
coccói ‘lumacone’ (logud. id.)
culcusoni /kuLkusòni/’parassita degli animali’ (logud. koskos)
culisàidda ‘cutrettola’ (logud. kulisàiga,-da)
cioga /čòga/’lumaca’ (logud. id.)
èbba ‘cavalla’ (logud. id.)
fulfaràggiu ‘passero’ (logud. furferardzu)
lèpparu ‘lepre’ (logud. lèppere)
ɖɖi ‘volpe’ (logud. ɖɖe)
luzana /ludzàna/ ’formichina di colore fra marrone e rosso’ (logud. id.)
mazzoni /mattsòni/ ’volpe’ (logud. mattsòne)
mérula ‘merlo’ (logud. id.)
mundìa ‘pidocchi’ (logud. id.)
passaliddolta /passaliddòLta/ ’nottolone’ (logud. passaridòrta)
pìbbara ‘vipera’ (logud. pìbera)
pizzoni /piddzòni/ ’uccello’ (logud. pudzòne), pizzoniltrìa ‘strige, barbagianni’ (logud. istrìa)
pìga ‘gazza’ (logud. id.)
pubburéɖɖu ‘farfallina’[6] (logud. id.)
puɖɖighìnu ‘pulcino, pollastrello’ (logud. id.)
pùliga ‘folaga’ (logud. id.)
ranzólu ‘ragno’ (logud. id.)
sisàia ‘blatta’ (logud. id.)
sórigu ‘topo’ (logud. sórige), sorigà ‘cacciare i topi’ (logud. sorigare), sorigàggiu ‘trappola per topi’.
terràntula ‘geco’ (logud. id.)
tìcca ‘gallina’ (logud. id., nel linguaggio infantile)
treppodè ‘quaglia’ (logud. id.)
tuddòni ‘colombaccio’ (logud. tudòne)
tultoinu /tuLtóinu/ ’testuggine’ (logud. tostoine)
untùgliu ‘avvoltoio’ (logud. untùrdzu)
zilibbilki /tsilibbìLki/ ‘cavalletta’ (logud. tilibirke)
zilibrìu /tsilibrìu/ ‘gheppio’ (logud. tilibrìu)
ziligugu /tsiligùgu/ ‘gongilo’ (logud. tiligugu)
zirighelta /tsirigèLta/, cast. zirighètta  ‘lucertola’ (logud. tiligèrta)
zirignoni /tsiriñòni/ ‘lombrico’ (logud. tilingròne, logud.sett. tilìña)
zirulia /tsirulìa/ ‘nibbio’[7] (logud. tirulìa)
zonca /tsònka/ ‘civetta’ (logud. tònka)
 
 
 
Abitazione e vita domestica:                                           Vita domestica

abbruncà ‘attizzare il fuoco con sterpi’ (logud. abbrunkare)
ampùlla ‘bottiglia’ (logud. id.)
auza /aùdza/ ’spilla’ (logud. agudza)
bìccu ‘angolo’ (logud. id.)
budisgedda /buđisgéɖɖa/ ‘stuoia di biodo’ (logud.sett. budiyèɖɖa)
cabiddàli ‘guanciale’ (logud. kabidale)
caddréa ‘sedia’ (logud. kadrèa)
cannizzu /kannìttsu/ ‘mensola di canne per riporre il formaggio’ (logud. kannittu)
chilivrà ‘crivellare, vagliare col crivello’ (logud. kilivrare)
chisgina /kisgìna/ ‘cenere’ (logud. kisina)
cuàgliu ‘cruschello’ (logud. kivàrdzu)
cugnólu ‘cestino di canne o vimini’ (logud. kuindzólu)
cugùrru ‘copertura’ (logud. kugurare)
culìri ‘crivello’ (logud. kiliru)
frisciu ‘serratura’ (logud. frìskiu; logud.sett. frìšu)
fruscià ‘fischiare’ (logud. fruskiare; logud.sett. frušare)
fughìli ‘focolare’ (logud. fogile)
fùlfari ‘crusca’ (logud. fùrfere)
ilpìdu ‘spiedo’ (logud. ispidu)
iltegliu /iLtèl’u/ ‘stoviglia’ (logud. istérdzu)
iltragnu /iLtràñu/’ospite’ (logud. istrandzu)
intaulàddu ‘tavolato, soffitto’ (logud. intauladu)
pamèntu ‘pavimento’ (logud. id.)
téula ‘tegola’ (logud. id.)
 
 
 
Cibi e cucina                           Alimenti

ciàgu ‘quaglio’ (logud. ğagu)
chirriólu ‘un pezzo di qualcosa’ in genere riferito al pane (logud. id.)
cumassà ‘impastare la farina’ (logud. kumassare)
cuttòggia ‘quantità di cibo sufficiente a preparare un pasto’ (logud. kottordza)
frummintàggiu ‘lievito di pane’ (logud. fermentardzu)
gelda /ğèLda/ ‘ciccioli di carne e strutto’ (logud. gèrda, logud.sett. bèLda)[8]
ilpizà /ilpidzà/ ‘levare il grasso superficiale, togliere uno strato’ (logud. ispidzare)
labbìa ‘grande caldaia’ (logud. labìa)
lìscia ‘lisciva’ (logud. id.)
maddrìga ‘lievito’ (logud. madrige)
méli ‘miele’ (logud. mèle)
mùglia ‘salamoia’ (logud. murdza)                                                                         
musìnzu ‘sporco, sudicio’ detto della ricotta stagionata (logud. id.)
ozu /ódzu/ ‘olio’ (logud. id.), ódzu bbuLkìnu ‘strutto’, ódzu séu ‘sego’
padéɖɖa ‘pentola’ (logud. padèɖɖa)
piltiddu /piLtìɖɖu/ ’impasto di mandorle tritate e miele cotto’  (logud. pistiɖɖu)
piralda /piràLda/ ‘pera disseccata’ (logud. piràrda)
pisà ‘fermentare, lievitare’, ‘allevare’ (logud. pesare)
pìgiu, sed. pìzu /pìdzu/ ‘strato superficiale di grasso’, ‘panna’ (logud. id.), ilpizà ‘levare uno strato’
ɖɖini ‘farina di prima qualità’ (logud. ɖɖine)
prunalda /prunàLda/ ‘prugna disseccata’ (logud. prunarda)
pulpùzzi /pulpùddzi/ ‘ciccioli di carne e lardo’ (logud. pulpùdzos)
pùrili ‘non lievitato’, detto del pane (logud. pùrile)
sabba ‘sapa, mosto cotto dolce’ (logud. saba), panessàba ‘pan di sapa’ (pane e ssaba)
salì ‘salare’ (logud. salire), salamàttsu ‘salmastro’ (salamàttu), ribisali, a ~‘bollito e salato’
saltaina /saLtàina/ ‘padella, tegame’ (logud. sartàina)
sìmula ‘semola’ (logud. id.)
sóru ‘siero del formaggio’ (logud. id.)
suighì ‘rimenare la pasta’ (logud. suìgere)
tanfarànu ‘zafferano’ (logud. taffaranu)
trìbbidda ‘trepiede’ (logud. trìbide)
trùɖɖa ‘mestolo’ (logud. id.), intruɖɖàssi ‘cacciarsi negli affari altrui’, iltruɖɖàdda ‘donna grossolana, sventata’
vilca /viLka/ ’contenitore per ricotta’ (logud. virga).[9]
vilchiddu /vìLkiddu/ ‘rancido’ (logud. bìskidu)
 
 
 
Comportamento e stati d’animo

acconcà ‘essere d’accordo’ (logud. akkonkare)
afficcu ‘desiderio, aspettativa, speranza’ (logud. id.)
appasigà ‘rasserenarsi’ (logud. appasigare)
arriminìssi ‘sbrigarsi’ (logud. si riminire)
assuccònu ‘spavento’ (logud. id.)
chièttu ‘quieto, calmo’ (logud. kiéttu)
contivìzu /contivìdzu/ ’impegno, cura’ (logud. id.)
cuncòni ‘testone’, ‘ostinato’ (logud. konkòne)
currùttu ‘lutto’ (logud. id.)
dècchiddu ‘elegante, avvenente’ (logud. dékidu)
dìligu ‘delicato, deboluccio’ (logud. id.)
faulàggiu ‘bugiardo’ (logud. faulardzu)
ilkiriàddu /iLkiryàd:u/ ’viziato nel mangiare’ (logud. iskeryàdu)
ilconchinà /iLkonkinà/ ‘negare con la testa’ (logud. iskonkinare)[10]
imbriagòni ‘ubriacone’ (logud. imbriagòne)
imbuligà ‘raggirare’ (logud. imboligare)
impippì ‘istigare’ (logud. impippire; manca nel DES)
imprissàddu ‘frettoloso’ (logud. impressadu)
ingalenà ‘assopirsi’ (logud. ingalenare)
inzirigheltà /intsirigeLtà/ ‘punzecchiare’ (logud.sett. intsiligeLtare > tiligèrta)
ippriccà ‘esprimere, pronunciare’ (logud. isprikkare)[11]
laccàiu ‘mangione’ (logud. id.)[12]
màccu ‘pazzo, stolto’ (logud. id.), macchìni ‘pazzia’[13]
malu ‘cattivo’ (logud. id.)
mintappàri ‘istigatore’ (logud. mintappàre)
oriólu ‘ansia’, ‘smania’ (logud. id.)
paddimà ‘sopportare’ (logud. padimare)
pirrònigu ‘testardo’ (logud. perróniku)
punna ‘pressione, sforzo’ (logud. id.)
succùttu ‘singhiozzo’ (logud. id.), sukkuttà ‘singhiozzare’ (logud. sukkuttare).
timàgna ‘animo cattivo’ (logud. timandza ‘incenso’)
vilchiddu /vìLkiddu/ figur. ’viziato all’eccesso’ (logud. bìskidu)
vintròni ‘goloso, ghiottone’ (logud. bentròne)
 
 
 
Corpo umano e salute                            Corpo umano

abbàddiga ‘sete’ (logud. abba)
alchili /aLkìli/ ‘poplite’ (logud. arkile)
ampùɖɖa ‘vescicola sulla lingua’ (logud. id.)
annàtta ‘articolazione’ (logud. id.)
attèrra ‘erpete, eczema’ (logud. id.)
bulzu /bùLtsu/ ’polso’ (logud. burtsu, bultsu)
ciài di lu góɖɖu ‘clavicola’ (logud. krae de su góɖɖu)
cannìddu ‘fratturato’ riferito a un osso (logud. kannire)
carròni ‘tallone’ (logud. karròne)
càvana ‘guancia’ (logud. id.)
chirèna ‘aspetto fisico’ (logud. karèna)
chizi /kìdzi/ ‘ciglia’ (logud. kìdzos)
cuddigòni ‘coccige’ (logud. kudigòne)
cùiddu ‘gomito’ (logud. kùidu)
dènti di l’òcci ‘canino’ (logud. dente de s’ógru)
féli ‘cistifellea’ (logud. fèle)
fresà ‘screpolarsi della pelle’ (logud. fresare)
ilcolza /iLkòLdza/ ‘forfora’ (logud. tòdza ‘forfora’X iskòrdzare ‘sbucciare’)
illiaràssi ‘partorire’ (logud. illierare)
ilbumbarà ‘sgorgare del sangue’ (logud. imbomborare)
ilpièna ‘milza’ (logud. ispiène)
iltintini /iLtintìni/ ‘intestino’ (logud. istintinos)
ilturrà /iLturrà/ ’dimagrire fortemente’ (logud. istorrare)
inghiriùgna ‘panereccio’ (logud.sett. id.)
ipperriòttu ‘a gambe aperte’ (logud. pèrra ‘metà’)
lantàddu ‘dilombato’ (logud. lantadu)
malàiddu ‘malato’ (logud. malàidu)
marròni ‘i due incisivi superiori centrali di proporzioni vistose’ (marras ‘zappe’)
marruzzi /marrùttsi/ ‘incisivi da latte’ (logud. marruttsas)
marulà ‘mangiucchiare’ (logud. id.)
massiɖɖàli ‘molari’ (logud. massiɖɖales)
mazza /màttsa/ ‘pancia’ (logud. matta), mattsìmini ‘interiora’ (logud. mattìmine)
miùɖɖu ‘midollo’ (logud. id.)
ossu raiósu ‘malleolo’ (logud. id.)
pappavàrru ‘lieve orticaria’ (logud. pappavàrre)
pèrra ‘inguine’ (logud. pérra)
pettòrra ‘petto’ (logud. id.)
pibbirilti /pibbirìLti/ ‘ciglia’ (logud. pibirìstas)
pìndula ‘pillola’ (logud. pìndula)
polcia /pòLča/ ‘ematoma’, ‘fignolo’ (logud.sett. id. ‘fignolo’)[14]
puppiòni di la ’ula ‘pomo d’Adamo’ (logud. puppuiòne de sa ’ula)
sìncaru ‘integro, sano, sano di mente’ (logud. sìnkeru)
sinu ‘seno’ (logud. id.)
sòrriga ‘rantolo’ (logud. sorrigare)
suilcu /suìLku/ ‘ascella’ (logud. suìrku)
trài di l’ilchina /iLkìna/ ‘spina dorsale’ (logud. trae de s’iskina)
tutturròni ‘parotite’ (logud. gutturrònes; logud.sett. turrurròne)
vèntri (femm.) ‘ventre, stomaco’ (logud. bèntre)
ziccullìttu /ts-/ ’singhiozzo’ (logud. id.)
zulpu /tsulpu/ ’cieco’ (logud. turpu)
 
Agricoltura:  

abbà ‘innaffiare’ (logud. abbare)
abbarrà ‘arginare’, ‘chiudere un solco’ (logud. abbarrare)
abbazzu /abbàttsu/’spremitura di vinacce e uva’ (logud. abbàttu)
aglióla ‘aia’ (logud. ardzòla)
apparinà ‘spianare, livellare un terreno’ (logud. app arinare)
baibbàttu ‘terreno dissodato per la prima volta’ (logud. arbattu)
branìli ‘maggese’ (logud. beranile)
buddròni ‘grappolo’ (logud. budròne)
cariaddòggia ‘vaglio per separare i chicchi di grano dalla pula’ (logud. kariadòrdza)
càu ‘pannocchia sgranata’ (logud. id.)
chìma ‘ramoscello apicale’ (logud. id.)
chimì ‘germogliare’ (logud. id. ‘montare a fiore’)
chìu ‘seme’ (logud. id.)
còrra ‘arista’ (logud. id.)
crabbiòni ‘fiorone, fico immaturo dell’anno precedente’ (logud. krabiòne)
cuighìna ‘radice di piante legnose’ (logud. koigina, kottigina)
cugnólu ‘recipiente cilindrico di canne con manico per portare frutta’ (logud. kondzólu)
farràina ‘biada, erba da erbaio’ (logud. id.)
frùnda ‘ramoscello, fronda’ (logud. id.)
giumpì ‘maturare dei frutti’ (logud.sett. ğompere)
giùu ‘seminativo capace di sei quintali di semente’ (logud. id.)
ilcaluggia /iLkalùğğa/’piccolo grappolo d’uva, racemolo’ (logud. iskaludza).
ilmuzzurrà /ilmuttsurrà/ ‘capitozzare una pianta’ (logud. ismuttsurrare).
iltutturrà /iLtutturrà/’recidere una pianta’ (logud. istutturrare).
isgialmentu /ižalmèntu/’sarmento, tralcio di vite’[15] (logud. sarméntu).
incùgna ‘raccolto’ (logud. incundzare), incugnà ‘raccogliere il frutto dei campi’.
infilchì /infiLkì/ ‘innestare’ (logud. inferkire).
intìbbiddu ‘(terreno) incolto’ (logud. intibidu).
intuppìddu ‘infittito’ (logud. tuppa).
iscia ‘terreno alluvionale fertile’ (logud. iskra; logud.sett. iša).
làccu ‘vasca in cui si pigia l’uva’ (logud. id.).
laóri ‘cereali sul campo, alla raccolta e allo stoccaggio’ (logud. laòre).
laurà ‘arare’ (logud. laorare)
lérina ‘fila di fave stese a seccare sul campo’[16] (logud. -)
liddàmini ‘letame’ (logud. ledàmine)
luzana /ludzàna/’terreno scuro argilloso’ (logud. id.)
missà ‘mietere’ (logud. messare), missaddòggia ‘falce messoria’ (logud. messadòrdza)
mura mura ‘mora di rovo’ (logud. id.)
murighèssa ‘gelso’, ‘mora del gelso’ (logud. id.)
mùrinu ‘bruno, fosco’ (logud. id.)
nài ‘ramo’ (logud. nàe)
òrriu ‘silos cilindrico di canne’ (logud. órryu)
pedàli ‘parte inferiore del campo’ (logud. pedàle)
peddrufàva ‘tonchio delle fave’ (logud. pedruvàe)
pizonà /pidzonà/ ’germogliare’ (logud. pudzonare, puɖɖonare)
prubbàina ‘propaggine’ (logud. probàina)
pubùnzula /pubùntsula/ ’infiorescenza del carciofo’ (logud. pubusa ‘nappa’)
puddaióla ‘roncola per potare’ (logud. pudaiòla)
puɖɖòni ‘pollone, virgulto’ (logud. puɖɖòne)
pulgà /puiLgà/ ’pulire, nettare il grano e i legumi dalle impurità’ (logud. purgare).
puppiòni ‘acino’, ‘pomo d’Adamo’ (logud. puppuiòne)
riltuggiu /riLtùğğu/ ‘stoppie’ (logud. restugru, logud. restùiu)
sèbbi ‘siepe’ (logud. ant. sèpe)
sèdu ‘fieno, biada mietuta’ (logud. sède)
sirì ‘germinare’ (logud. sirire)
sìvva ‘cespo delle piante orticole’ (logud. id.)
tilìbba ‘bacello’ (logud. id.)
tinàggiu ‘torsolo, picciuolo’ (logud. tenage)
tiuzzu /tiùttsu/ ’tridente, forcone a tre rebbi’ (logud. triùttu)
trìgu ‘chicco, grano’, ‘campo, messe di grano’ (logud. id.)
triulà  ‘trebbiare’ (logud. triulare), trìula, tréula ‘trebbia’, ‘luglio’ (logud. id.).
trivozu /trivódzu/ ’trifoglio’ (logud. id.)
velgulu /véiLgulu/ ’pergolato’ (logud. pérgula)
viddighìgnu ‘vitigno’ (logud. bidigindzu)
vinnènna ‘vendemmia’ (logud. binnènna), vinninnà ‘vendemmiare’ (logud. binnennare)
zuddì /tsuɖɖì/ ‘germogliare’ (logud. tuɖɖìre)
 
Allevamento 

accàmu ‘morso della mascella’ (logud. id.)
accorrà ‘invertire il senso di marcia dei buoi’ (logud. akkorrare)
agnòni ‘agnello’ (logud. andzòne)
ammindà ‘portare le bestie al pascolo riservato’ (logud. ammindare)
annìggiu ‘annicolo, bestia di un anno’ (logud. annìgru; logud.sett. annìiu)
appiɖɖà ‘abbaiare dei cani’ (logud. appeɖɖàre)
assuàdda ‘(femmina di animale) in calore’ (logud. assubare)
barrià ‘caricare un asino o un cavallo’ (logud. barriare)
bàttili ‘cuscino che va sotto il basto’ (logud. bàttile)
brunchìli ‘nodo scorsoio per legare l’asino o il cavallo’ (logud. brunkile)
casìɖɖu ‘alveare’ (logud. id.)
cattéɖɖu ‘cucciolo’ (logud. id.)
chirìna ‘recinto per i maiali’ (logud. id.)
crabbiltu /krabbìLtu/ ‘cavezza’ (logud. krabistu)
cuìli ‘covile’ (logud. koile, kuile)
cussòggia ‘territorio destinato al pascolo brado’ (logud. kussòrdza)
furruggià ‘grufolare del maiale’ (logud. forrograre; logud.sett. forroiare)
giùa ‘armento’ (logud. id.)
giùa ‘criniera del cavallo’ (logud. id.)
giuàli ‘giogo’ (logud. ğuàle)
ilcagliu /iLkàl’u/ ‘ventriglio, gozzo della gallina’ (logud. iskardzu)
iltellà /iLtellà/ ‘ammazzare gli agnelli’ (logud. istellare)
innìggiddu ‘nitrito’ (logud. innigrare)
intìnu ‘manto, pellame’ (logud. id.)
laghìgna ‘agnelle dell’anno destinate all’allevamento’ (logud. lagindza)
lòru ‘fune di pelle o di palma nana per legare i buoi’ (logud. lóru)
madrigàddu ‘pecore private degli agnelli per essere munte’ (logud. madrigadu, madriédu)
mandra ‘recinto per il bestiame’ (logud. id.)
mannàli ‘maiale domestico’ (logud. mannale)
marrà ‘graffiare, smuovere il terreno con gli zoccoli’, detto del cavallo (logud. marrare)
marràdda ‘dentatura di grande dimensione’ (logud. marras)
masédu ‘mansueto’ (logud. id.)
mìnda ‘terreno recintato riservato per il pascolo’ (logud. id.)
miriàgu ‘sito ombroso dove meriggiano le pecore’ (logud. meriàgu), miriagà ‘meriggiare delle pecore’ (logud. meriagare)
noéɖɖu ‘vitello minore di un anno’ (logud. id.)
(óu) pàbbaru ‘immaturo’ (logud. pàbaru)                                                               
palturigà /paLturigà/’pascere’ (logud. pastorigare), palturìu ‘luoghi dove si svolge la pastorizia’ (pastorìu)
pinnètta ‘capanna dei pastori’ (logud. id.)
pizoni d’abba /pidzòni/’sciame di api’ (logud. pudzòne de abe)
polcu /pòLku/ ‘porco, maiale’ (logud. pórku)[17], /puLkéɖɖu/ ’porcetto, maialino da latte’ (logud. porkéɖɖu), /puLkìli/’porcile’ (logud. porkile),   /puLkiɖɖàdda/ ’(scrofa) figliata’.
próssima ‘gravida’ (logud. id.), improssimì ‘ingravidare’ (logud. improssimire)
puntòggiu ‘pungolo, stimolo’ (logud. puntórdzu)
riddinàggiu ‘redine, fune di palma nana’ (logud. redinagru; logud.sett. redinaju)
saccàia ‘pecora non ancora figliata’ (logud. id.)
saltià /saLtià/ ‘montare’ (logud. sartiare)
seddalìzzu /seɖɖalìttsu/ ‘giovenco di un anno’ (logud. seɖɖalìttu)
sinnà ‘marchiare’, sinnaddòggiu ‘luogo della marchiatura’ (logud. sinnadórdzu)
sisùggia ‘anello di cuoio in cui si incastra il timone dell’aratro’ (logud. sisùja)
sòga ‘fune di cuoio’ (logud. id.)
sùi ‘scrofa’ (logud. sùe), suìli ‘recinto per la scrofa’ (logud. suìle) [18]
tenturà ‘catturare il bestiame’ (logud. tenturare)
tinì ‘acchiappare, catturare’ (logud. tènnere)
tintà ‘sorvegliare, appostarsi’ (logud. tentare)
tràu ‘toro’ (logud. id.), tràila ‘vitella, manza di 2-3 anni’
trubbèa ‘pastoia’ (logud. trobèa), trubbiì ‘impastoiare con funi’ (logud. trobeìre)
trùmma, trummàdda ‘branco, torma di animali’ (logud. trùma)
truvà ‘spingere avanti il bestiame’ (logud. truvare), truvadóri ‘che conduce gli animali’
tundiddòggiu ‘luogo e azione della tosatura’ (logud.sett. tunɖidóldzu)[19]
vaccàggiu ‘vaccaro’ (logud. bakkardzu), vacchìli ‘recinto per vacche’
vìggiu ‘vitello’ (logud. bigru; logud.sett. iu)
zuddì /tsùɖɖi/ ’setole del maiale’ (logud. ɖɖas)
 
Caccia e pesca       

acchisògliu ‘cinghiale di alcuni mesi’ (logud. okkisórdzu)
canàgliu ‘custode dei cani’ (logud. kanardzu)
giannìttu ‘modo particolare di abbaiare dei cani’ (logud. id.)
nassàgliu ‘peschiera fluviale’ (logud. nassàrdzu)
pulcavru /puLkàvru/ ’cinghiale’ (logud. porkàvru)
tràtta ‘traccia, orma, odore che lascia la selvaggina’ (logud. id.)
sìvva ‘battuta di caccia grossa’ (logud. id.)
 
professioni e termini artigianali  

alchenti /aLkènti/ ‘apprendista’ (logud. diskènte, iskènte)
chèa ‘carbonaia’ (logud. id.)
frailàggiu ‘fabbro’ (logud. frailardzu)
fraìli ‘officina del fabbro’ (logud. fraìle)
loramènta ‘cordame’ (logud. id.)
maltra di paltu /maLtra ’i bbàLtu/ ’levatrice’ (logud. mastra de partu)
pàla ‘badile, vanga’ (logud. id.)
pannamènta ‘stoffe’ (logud. id.)
peɖɖàmini ‘pellame’ (logud. peɖɖàmine)
sèrra ‘sega’ (logud. id.), serrà ‘segare’ (logud. serrare)
tilàggiu ‘telaio’ (logud. telardzu)
 
Tempo e clima

accànnu ‘quest’anno’ (logud. okkannu)[20]
chìdda ‘settimana’ (logud. kida), kiddàdda ‘settimana’ (logud. kidada)
impuɖɖìli ‘alba’ (logud. impuɖɖile)
intrinàdda ‘crepuscolo’ (logud. int/e/rinada)
cast. mangiànu,sed. manzanu /mandzanu/ ’mattino’ (logud. id.), manzanàdda ‘mattinata’ (logud. mandzanàda)
muɖɖìna ‘pioggerellina’ (logud. id.), muɖɖinà ‘piovigginare’ (logud. muɖɖinare)
néula ‘nebbia’ (logud. id.), anniulà ‘annebbiare’ (logud. anneulare)
sisìa ‘brezzolina’ (logud. id.)
trimignòni ‘turbine, vortice di vento’ (logud. trimindzòne)
 
Altri sardismi

accabbiddà ‘raccogliere, raccattare’ (logud. akkabidare)
agattà ‘trovare’ (logud. agattare)
àiddu ‘varco in un podere rustico’ (logud. àidu)
aizu /aìdzu/ ’un poco’ (logud. id.)
ancùggia ‘gancio’ (logud.sett. ankùja)
assimizà /-dzà/ ’assomigliare’ (logud. assimidzare), assimìzu ‘rassomigliamento’
assulà ‘emarginare’ (logud. assolare), assulàssi ‘mettersi in disparte’ (s’assolare)
assulià ‘soleggiare’ (logud. assoliàre)
aundàssi ‘agitarsi del mare’ (logud. aundare), aundaddu ‘agitato’ detto del mare (logud. aundàdu)
azza /àttsa/ ‘ciglio’ (logud. atta)
bàdulu ‘instabile, inclinato’ detto di massi od oggetti (logud. id.)
beltula /bèLtula/ ’bisaccia’ (logud. bértula)
bicculittà ‘mangiucchiare’ (logud. bikkulittare)
bizà /bidzà/ ’vegliare’ (logud. bidzare)
calà ‘accostare la porta’ (logud. kalare); si calà ‘assopirsi’.
calpì ‘fendere’ (logud. karpire)
carràggiu ‘calcinacci’ (logud. karràrdzu)
coladdòggiu ‘passaggio angusto’ (logud. koladórdzu)
cuà ‘nascondere’ (logud. kuare)
cuccuruméɖɖu ‘capriola’ (logud. id.)
cuzu /kùdzu/ ’angolo, cantone’ (logud. id.)
culòttu ‘passaggio nella boscaglia’ (logud. kolare)
currìa ‘legaccio, correggia’ (logud. korrìa)
ciòbbu ‘coppia di capi convergenti’ (logud. ğóbu)
dìllu ‘ritmo e ballo sardo tradizionale’ (logud. id.)
faiɖɖà ‘parlare, prenotare’ (logud. faeɖɖare)
fàula ‘bugia’ (logud. id.)
fèmmina ‘donna, moglie’ (logud. fémina)
fiagà ‘odorare’ (logud. fragare; logud.sett. fiagare)
ficchì ‘alzarsi’ (logud. fikkire)
fìndigu ‘parto’ (logud. isfindigare)
fittiànu ‘assiduo, cliente’ (logud. id.)
fòga ‘arcata di ponte, valico fra due alture’ (logud. ge)
fraddìli ‘cugino’ (logud. fradile)
frigà ‘strofinare’ (logud. frigare)
frùnda ‘fionda’ (logud. id.)
frùttura ‘frutta’ (logud. frùttora)
fùa ‘velocità’ (logud. fua)
fumàddigu ‘fuliggine’ (logud. fumàdigu)
fulchidda /fuLkìɖɖa/ ‘ramo biforcuto’ (logud. furkiɖɖa)
furà ‘rubare’ (logud. furare)
giàga ‘cancello rustico’ (logud. id.)
giàganu ‘sagrestano’ (logud. id.)
giàiu ‘nonno’[21] (logud. id.)
giànna ‘porta’ (logud. id.), giannìli ‘soglia della porta’ (logud. giannile)
giòssu ‘giù’ (logud. giòsso)
guttìggiu ‘goccio’ (logud. buttìju)
ilchirrià /iLkirrià/ ’cernere’ (logud. iskirriare)
ilcudì /iLkudì/ ’percuotere, picchiare’ (logud. iskùdere)
ilcutta /iLkùtta/ ’attimo’ (logud. iskutta)
ilculzu /iLkùLtsu/ ’scalzo’ (logud. iskùrtsu; logud.sett. iskùltsu, iccùLtsu)
ilcumpruà /iLk-/ ’comprovare, verificare’ (logud. iskumproare), iLkumpróu ‘verifica, accertamento’
illagnigà ‘dimagrire’ (logud. illandzigare)
illuscighinà ‘scivolare’ (logud. illišiginare)
ilpeà ‘inclinare un oggetto verticale’ (logud. ispeare)
iltirrì /iLt-/ ’stendere, distendere’ (logud. istèrrere), iLtérridda ‘strato di paglia o altro, distesa’
iltinchidda /iLtinkìɖɖa/’scintilla’ (logud. iskintiɖɖa)
itirrì /iLt-/’stendere’ (logud. istèrrere)
iltrampàdda /iLt-/’caduta, stramazzata’ (logud. istrempada)
iltrintògliu /iLt-/’strettoia’ (logud. istrintórdzu)
iltuddà /iLt-/’spegnere’ (logud. tudare; logud.sett. istudare)
ilturriddà /iLt-/’starnutire’ (logud. isturridare)
iltutturràdda /iLt-/’ceffone’ (logud. istutturrada)
ilvintià ‘smaltire una sbornia’ (logud. isb-, isventare)
impelcossà /-Lk-/’condurre, passare per un luogo disagevole’ (logud. inperkossare)
impittà ‘impiegare, usare’ (logud. impittare)
inférru ‘inferno’ (logud. id.)
inghirià ‘aggirare’ (logud. inghiriare)
intoltigà /intoLtigà/’torcere, storcere’ (logud. intortigare), tòLtu ‘storto, ricurvo’
làccana ‘limite, confine’ (logud. id.)
laddu ‘spianato’ (logud. ladu)
lébiu ‘leggero’ (logud. id.)
linghì ‘leccare’ (logud. lìngere), lìntu ‘lindo’, lettm. ‘leccato’ (logud. id.)
lintóri ‘rugiada notturna’ (logud. lentòre)
lippùzza /-ttsa/’rasoio piccolo’ (logud. lèppa)
lìttu ‘bosco’ (logud. id.)
lolga /lòiLga/’anello’ (logud. lóriga)
maìa ‘magia, stregoneria’ (logud. id.), majàglia ‘fattucchiera’ (logud. maiàrdza)
maióri ‘potente’ (logud. ant. maiore ‘titolo che indica la preminenza conferita da una carica sui sottoposti’).
màlmaru ‘marmo’[22] (logud. màrmaru)
mandaddàggiu ‘inviato per chiedere la mano della sposa’ (logud. mandadardzu)
mannatrócculu ‘grandicello’, ‘adulto che si comporta da bambino’ (logud. mannarócculu)
mannìzzu /-ttsu/’fascio di frasche per accendere il fuoco’ (logud. manna)
mannu ‘grande’ (logud. id.)
minimà ‘diminuire’ (logud. minimare)
minuddìa ‘insieme di bambini’ (logud. id.)
miràgula ‘miracolo’ (logud.sett. id.)
mòla ‘macina’[23] (logud. id.)
mòssu ‘morso’ (logud. móssu), mussigà ‘morsicare’
muccu ‘moccio’, ‘gomma degli alberi’ (logud. id.)
muɖɖìzza /-ttsa/ ’piccoli cespugli di lentischio’ (logud. id.)
muggì ‘piegare’ (logud. mujare)
mùidda ‘ronzio’ (logud. mùida)
mulciòni ‘pezzo di un ramo di legno’ (logud. mugròne)
multoggiu /muLtòğğu/ ’carogna’ (logud. mortórdzu)
muntinàggiu ‘mondezzaio’ (logud. muntonardzu)
muriddìna ‘cumulo di pietre’ (logud. muridina)
muruvòssu ‘fondazione’ (logud. muruvóssu)
naddà ‘nuotare’ (logud. nadare)
nètta ‘la nipote’ (logud. id.)
nìddiddu ‘senza difetto, limpido’ (logud. nìdidu X cat. nédiu ‘limpio’)
nònnu ‘padrino’ (logud. nónnu)
nura ‘nuora’ (logud. id.)
pabbìru ‘carta’, ‘atto’ (logud. pabìru)
Pàlca /PàLka/ ’Pasqua’ (logud. Paska), ~ d’abbrìli ‘Pasqua’ (logud. ~ de abrile), ~ ’i Naddàli ‘Natale’ (logud. ~ de Nadale)   
paltì /paLtì/’dividere’ (logud. partire), cumpaltì ‘dividere in parti uguali’ (logud. cumpartire); dippaltì ‘separare’ (logud. dispartire)
paltimenta /-Lt-/ ’divisione’ (logud. partimenta)
paltuntu /-Lt-/ ’forato’ (logud. pertuntu)
péddra ‘pietra’ (logud. pèdra), peddrighìna ‘pietruzze’ (logud. pedrighìna), peddràli, in sùldu ~ ‘sordo come la pietra’ (logud. sùrdu pedràle)
pèrra ‘metà’ (logud. id.), ilpirrà ‘spaccare’ (logud. isperrare), ilperraddùra ‘spaccatura’, a l’ilpirriòttu ‘con le gambe divaricate’
pibbirinàddu ‘lentigginoso’ (logud. pibirinadu)
pìddigu ‘del colore della pece’ (logud. pìghidu)[24]
pìggia ‘piega’ (logud. pìdza, logud.sett. pìja)
pindulà ‘penzolare’ (logud. pindulare), pindulòni ‘penzoloni’ (logud. pendulòne)
pisàssi ‘reagire con impeto’ (logud. si pesare)
pisùddu ‘pesante’ (logud. pesudu)
piùaru, piùru ‘polvere’ (logud. prùere; logud.sett. piùere)[25]
pontìggia ‘passerella sopra un ruscello’ (logud. pontigra)
prigadurìa ‘preghiera insistente’ (logud. pregadorìa)
prigontà ‘chiedere, domandare’ (logud. pregontare)
prisòggiu ‘legaccio’ (logud. presórdzu)
pùddiddu ‘putrido’ (logud. pùdidu), puddiddìna ‘puzza’ (logud. pudidìna)
punga ‘amuleto’ (logud. id.), pungà ‘proteggere con amuleti contro il malocchio’ (logud. pungare)
punì ‘mettere’ (logud. pònnere), appunìssi ‘contraddire’ (s’appònnere), cumpunì ‘comporre’, ‘accordarsi, metter pace’ (logud. cumpònnere)[26], impunì ‘aizzare, istigare’ (logud. impònnere), ilpunì ‘smettere, smontare dal turno di servizio’.[27]
ottorìnu ‘viottolo, strettoia’ (logud. utturìnu)
óru ‘orlo, ciglio’ (logud. id.)
prèssa ‘fretta’ (logud. prèsse), imprissàssi ‘avere, mettersi fretta’ (s’impressare)
puppìa ‘bambola’ (logud. id.)
puppiòni ‘acino’, ~ di la ’ula ‘pomo d’Adamo’ (logud. puppuiòne)
ràmini ‘rame’ (logud. ràmine)
rasu ‘raso, colmo’ (logud. id.)
rattu ‘ramo’ (logud. id.)
riltiggia /-Lt-/ ’fune di palma nana’ (logud. restigra)
rimunì ‘conservare’ (logud. remonire)
rùju ‘rosso’ (logud. id.), irrujì ‘arrossare’[28] (logud. irrujire,-are)
rumàsu ‘magro’ (logud. romasu), irrumasigà ‘dimagrire’ (log. irromasighire,-are)
runàghi ‘nuraghe’ (logud. nuràghe; logud.sett. runàghe)
saigà ‘scuotere, dimenare’ (logud. saigare)
saìna ‘rugiada’ (logud. id.)
salìa ‘saliva’ (logud. id.)
séiu ‘sesto’, in turrà a ~ ‘rimettere in sesto’ (logud. id.)
sémidda ‘sentiero’ (logud. id.)
sìcca ‘secca, scogli affioranti’ (logud. id.)
sìccu ‘secco’ (logud. id.), siccà ‘seccare, disseccare’, /sik: e pìLtu/’secco e pestato’
s(u)iɖɖàddu ‘tesoro nascosto’ (logud. siɖɖadu)
sigà ‘tagliare, rompere, spezzare’ (logud. segare)
sìnnu ‘segno della croce’ (logud. id.), si sinnà ‘farsi il segno della croce’ (logud. si sinnare)
sirià ‘sentire, avvertire’ (logud. serare, seriare)
sirènu ‘rugiada’ (logud. serénu)
sizì /-dz-/ ’avvicinare, chiudere, combaciare’ (logud. sidzire)
sóla ‘suola’ (logud. sòla)
sòldi /-Ld-/ ’sporcizia, ‘verme carnario’ (logud. sòrde), suldì ‘il
verminare della carne’
sorràltra /-Lt-/ ’cugina’ (logud. sorrastra)
sorrigà ‘russare’ (logud. surragare)
sugrògnu ‘consuocero’ (logud. sogróndzu)
sùlfaru ‘zolfo’ (logud. id.)
suliànu ‘solatio’ (logud. soliànu)
sùlpu ‘gergo’ (logud. sùspu)
suluvrà ‘sciogliere’ (logud. solovrare), sulòvru ‘scioglimento’
sumì ‘trasudare dell’umidità’ (logud. sumire)
tìccu ‘gocciolo, sorso’ (logud. id.)
tiddìli ‘cercine’ (logud. tedìle)
tinàggiu ‘torsolo’ (logud. tenàghe)
tittìa, escl. per esprimere la sensazione di freddo (logud. id.)
traigògliu ‘spirito notturno’ (logud. traigórdzu)
trèmpa ‘sfacchinata’ (logud. trèmpa ‘declivio montano’)
trinu ‘striato’ (logud. id.)
trònu ‘tuono’ (logud. trónu), trunà ‘tuonare’ (logud.
tronare), trunàddu,-a ‘(pietra, muro) screpolato’, fig. ‘intontito’ (logud. tronadu)
truffiggià ‘torcere’ (logud. troffidzare, troffigare)
tùva ‘tronco cavo’[29] (logud. id.)
tùvu ‘odore’ (logud. id.)
unfià ‘gonfiare’ (logud. unfrare; sett. uffiare)
untinà ‘ungere, macchiare col lardo’ (logud. untinare)
vaggiànu ‘scapolo, celibe’ (logud. baiànu)
vàgliu ‘variegato’ (logud. bardzu, vargiu)
velcamu /vèLkamu/ ’vescovo’ (it. vescovo X logud. pìscabu,-mu)
(v)ìa ‘riga dei capelli’ (logud. id.)
vìddrigu,-a ‘patrigno, matrigna’ (logud. bìdriġu,-a)
viltiri /-Lt-/ ’vestito’ (logud. bestire)
zappulà /-ts-/ ’cucire una toppa’ (logud. tappulare)
ziraccu /-ts-/ ’servo’ (logud. teraccu), tsirakkà ‘servire’
zirrià /-ts-/ ’stridere’ (logud. tirriare)
 
Morfologia

a ‘o’ (particella interrogativa logud. a)
addidì ‘di giorno’ (logud. addedìe)
addinòtti ‘di notte’ (v addenòtte)
appróba ‘vicino’ (logud. appròbe)
a tésu ‘lontano’ (logud. id.)
dugna ‘ogni’ (logud. ant. de onnia)[30]
dunca ‘dunque’ (logud. dunkas)
elleà? ‘come mai?’ (logud. id.)
fattu, in fattu ‘appresso’ (logud. id.)
fèltu /-Lt-/’arrivato, giunto’ (logud. fértu)
già ‘già’ (logud. id.)
iltu /iLtu/ ’questo’ (logud. ant. istu)
indùnu ‘d’un tratto’ (logud. id.)
inòga ‘qui’ (logud. inòghe)
mèda ‘molto’ (logud. id.)
mégu ‘meco’ (logud. mégusu)
pari  ‘insieme’ (logud. pare)
por ‘per’ (logud. pro X corso par)
si ‘se’ (logud. id.).
 
Locuzioni avverbiali
 
a l’appàlpu ‘tastoni’ (logud. a s’appàlpu)
a l’ilculza /iLkùLtsa/ ’a piedi scalzi’ (logud. a s’iscùrtsa)
a l’ilcusgia /iLkùža/ ’sottovoce’ (logud. a s’ascùsa)
ória ória ‘con impazienza’ (logud. id.)
fà a pari ‘convergere’, iscì di pari ‘divorziare’, miscià a pari ‘mescolare insieme’, punì a pari ‘mettere contro’.
piglià la fua ‘prendere la rincorsa’ (logud. leare sa fua)
pugnìssi l’òcci ‘pungersi, bucarsi gli occhi’, lettm. ‘scegliere con oculatezza’.
 
 

[1] Francesco Mameli, Il logudorese e il gallurese (Ed. Soter, Villanova Monteleone-Muros, 1998) descrivendo le affinità lessicali tra il logudorese e il gallurese, compie un lodevole sforzo lemmatizzando quasi un migliaio di termini, ciò che sembra evidenziare, rispetto ai dialetti di Castelsardo e Sedini, un influsso assai più contenuto del logudorese sul gallurese. In realtà, da uno spoglio effettuato dallo scrivente sul lessico gallurese, risulta che le forme di origine sarda sono oltre tremila.
[2] La forma màrra rappresenta la base postulata da Meyer-Lübke in REW, 5369, e da Hubschmid in Sardische Studien, pp. 57, e in Enciclopedia Linguìstica Hispànica, I, 1959, pp. 43 segg.
[3] Oltre che essere di uso corrente, questa voce designa alcuni territori vicini ai due paesi di Castelsardo e Sedini per i quali cfr. NLAC, p. 317, dove è riportato pratus per pratum.
[4] Il prestito nìbbaru ha soppiantato il fitonimo genuino cast. ağğàčča da cui ha preso nome la borgata de La Ciaccia, frazione di Valledoria (cfr. NLAC, p. 128).
[5] Cfr. il toponimo Baddi Tivùdda che traduce il logud. Badde Tuvuda (in NLAC, p. 82, è riportato Tuvùdda che è da correggere).
[6] La fonte locale dà il significato di ‘falena’ per il quale però cfr. maripòsa. La voce puburéddu designa tutti i tipi di farfalline che frequentano l’interno delle abitazioni, da quelle che depongono le uova sui tessuti a quelle che depongono nella farina.
[7] L’informatore ha fornito il valore ‘barbagianni’ ma questo rapace notturno è detto /piddzòniLtrìa/ (vedi) da scindere in piddzòni iLtrìa ‘uccello strige’.
[8] Le forme con ğ- iniziale nei sardismi rappresentano un indicatore di antichità; esse concordano infatti con quelle nuoresi in g- ma non con quelle logudoresi e logud.sett. che hanno b-. Se ne può dedurre che l’imprestito avvenne in una fase in cui il logudorese non aveva ancora labializzato la velare.
[9] Il gall. ha vilghéddi ‘tratti di vene gonfie’ (VTI, p. 256) che ricordano le verghette di vimini necessarie per confezionare il contenitore per la ricotta. La toponimia sedinese registra Vilghéddu, adattamento del sardo ant. Virgetu lettm. ‘luogo dove crescono gli alberi da cui vengono tratti le verghe’ (cfr. Saba A., Montecassino e la Sardegna medioevale, doc. XXXI, p. 194; DA, p. 76).
[10] Mentre l’aggettivo rappresenta un derivato del logud. cònca ‘testa’, la voce locale per ‘testa’ è cabbu.
[11] Il Wagner (DES I 682) attribuiva questa forma allo sp. explicar trascurando che essa è attestata nella scheda 221 del codice di S. Pietro di Sorres che risale al 1446, a un periodo cioè in cui in Sardegna difficilmente poteva aversi un influsso castigliano, i cui primi testi infatti iniziano soltanto una cinquantina di anni dopo. Appare pertanto corretta l’etimologia del Sanna in CSPS, p. XXXI (lat. explicare) che il Wagner non prese in considerazione. L’esito pr < pl impostosi sulla palatalizzazione pi, attestata soltanto nel citato codice quattrocentesco, testimonia della lotta fra l e r in nesso con occlusiva bilabiale. In questo caso, come in non molti altri (ad es., Angròna per Anjone, forma palatalizzante già attestata negli Statuti di Castelgenovese), prevalse la reazione all’innovazione allo stesso modo che nel nuorese e in campidanese.
[12] Probm. la voce è derivata, come in sardo, dal cat. alacaio ‘lacché’ ma in seguito è prevalso l’influsso del sardo làccu ‘truogolo’, per cui l’aggettivo è diventato sinonimo di /iLteLkağğu/ ‘ghiottone’, ‘che finisce gli avanzi ripulendo i piatti’, lettm. ‘stercoraro’.
[13] Anche in Anglona è noto il detto popolare lu macchini è di trentaséi galiddài ‘la pazzia è di trentasei tipi’.
[14] L’esito pòLčanon risulta in DES II 296 dove la voce viene riportata come esclusiva dell’Ogliastra.
[15] Deriva da errata discrezione del nesso lu salmèntu e ipercorrezione con i- per u- come se si trattasse di una prostesi. La risoluzione di s- > ž- è presente anche in altre forme come, ad es., Ižimoni ‘Simone’.
[16] DITZlcs, p. 1067.
[17] Anche il còrso ha porcu ma il carattere di prestito, oltre che dai derivati, pare confermato dal plurale li polchi /li bbòLki/ che mantiene la velare al contrario del gall. li pòlci.
[18] Lu suìli è anche il toponimo di un’unità fondiaria al limite meridionale dell’abitato di Sedini (cfr. NLAC, p. 404).
[19] Il logud.sett. tundidóldzu rappresenta, accanto a tusórdzu, lo svolgimento regolare di tùndere analogamente al camp. tundidróz’u (non è registrato nel DES).
[20] L’importanza di questo esito è data dalla sua attestazione con la grafia achannu nel codice di S. Pietro di Sorres (CSPS, 251 <1468>). Essa attesta non solo l’uso del còrso nel settentrione dell’isola ma che era già avvenuto sia il prestito di logud. okkànnu sia il mutamento ok- > ak- che si osserva anche in gall. akkisòlu (<logud. (b)okkisórdzu) e attùñu (< sp. otoño).
[21] Sardismo in uso insieme al còrso minnànnu.
[22] Un derivato è la Malmuradda, forma aggettivale che designa una grande rupe calcarea dagli effetti scenografici situata nella valle di Silanis a pochi chilometri da Sedini.
[23] Derivato da mòla, è il toponimo urbano di Sedini Carréla ’i la Mòla ‘via della macina’.
[24] Mentre l’aggettivo costituisce un prestito, la voce per ‘pece’ è cast. pègi, sed. pìdzi (< pice).
[25] Oltre a piùere il logud.sett. ha anche piùaru e piùru (Bulzi, Perfugas), forme non genuine con -u per -e determinato dalla desinenza di genere maschile in gall.-sass. ma che attestano un continuo interscambio del logud.sett. con esse. Queste due varietà, dopo una prima fase in cui hanno abbandonato il còrso pòlvera per il logud. prùere, esercitano a loro volta un influsso “di ritorno” sulle sottovarietà più esposte del logud.sett. che acquisiscono così dei sardismi rielaborati. Si deve probabilmente a dinamiche di questo tipo e a numerosi incroci l’insorgenza di molte di quelle forme che il Wagner, spesso non riuscendo ad etimologgizzarle, definiva aberranti. Non a caso il logud.sett., cioè proprio la varietà sarda meno conservativa, è quella che più di ogni altra ha resistito alle indagini del grande tedesco se è vero che per quasi un centinaio di lessemi egli non riuscì ad individuare i rispettivi etimi.
[26] Il valore di ‘mettere d’accordo, fare la pace’ non è registrato nel DES. In questo senso il verbo ha valore transitivo e intransitivo; es.: nos semus cumpostos ‘abbiamo appianato le nostre divergenze’; los ana cumpòstos ‘li hanno messi d’accordo’.
[27] Ad es.: ajó, ca est ora de ispònnere ‘andiamo, ché è ora di smontare’; ispóstu azis? ‘avete finito il vostro turno?’. Neanche il valore di ‘smontare dal turno di servizio’ è raccolto in DES II 294-295.
[28] La forma rùju ha soppiantato da tempo il còrso rùssu, di cui resta memoria soltanto nella toponimia (cfr. Li Russi <Castelsardo; NLAC, p. 374> e Ìsula Russa ‘Isola Rossa’).
[29] La fonte orale locale (sig. Giovannino Mossa) ha fornito il valore di ‘tronco cavo scavato per macinare le bacche del lentischio’ che evidentemente rappresenta un uso pratico cui, con l’andar del tempo, i tronchi cavi vennero adibiti in quanto non consentono alle bacche di fuoruscire.
[30] Forma attestante una fase anteriore rispetto all’innovazione logudorese con gli italianismi (d)óndzi, (d)ógni.
 

 

 

7La crabbitta 'La capretta'        

(poesia di Bittau Ara, Sedini,  1864-1943)

 

Furaddu hani da casa la crabitta,             Mi hanno rubato da casa la capretta

Di cattru mesi fatti e ottu dini,                    di quattro mesi e otto giorni,

Era beddh’e ilvezza di suggini,                era bella e svezzata dal suggere,

L’era pisendi come  mannalita.                 l’allevavo come una bestiola domestica.

Cu la parua di si gualthani,                        Col timore che si ammalasse,

Ancora la tinia i lu salchoni,                       la tenevo ancora nel recinto dei capretti,

Siddh’è ch’è po’ bisognu di  magnani,     se l’hanno fatto per fame

Li sia in santa benedizioni;                        la tengano con santa benedizione;

Però, s’è po’ la mala intinzioni,                  però se l’hanno fatto con cattiva intenzione

Calchi fralthima m’obblìgani a dani,        qualche bestemmia mi obbligano a lanciare,

Veru è chi Deu dizi a paldhonani,             è vero che Dio dice di perdonare,

Chi Crilthu i la so leggi l’ha ilchritta;           ché Cristo lo ha scritto nelle sue leggi;

furaddu hani da casa la crabitta.                mi hanno rubato da casa la capretta.

Mancarri manna chi sia l’offesa,                  Sebbene sia una grande offesa,

Si dei in chilthu mundu paldhonani,           si deve in questo mondo perdonare,

Pol chiss’è chi no deghu fralthimani,          è per questo che non devo bestemmiare,

Mi pari chi dugnunu l’ha cumpresa,            mi sembra che tutti l’abbiano capito,

La me crabitta, cantu grammi pesa,           la mia capretta, quanti grammi pesa

Balli indossu li possini cuntani,                    (il ladro) abbia in corpo pallottole di piombo.

Manc’una lu dottori a ni tirani,                       che il medico non possa estrarre

Cand’anda po’ falli la ’isìta,                            quando andasse a visitarlo,

Furaddu hani da casa la crabitta.                 mi hanno rubato da casa la capretta.

Cand’anda po’ falli chissa cura,                   Quando andasse a dargli quella cura,

Come dugna duttori acculthumaddu,         come ogni medico che si rispetti,

In dugna brendu acciappallu unfiaddu      che gli trovi ogni membro gonfio

E falli in dugna nuggia un’abelthura;          e gli pratichi incisioni in ogni nocca;

Da dugna tagliu cazzia malghura,              da ognuna fuoriesca tanto pus

Cantu lu mundu ea ha cunsumaddu.          quanto il mondo ha consumato acqua.

Siddhu ch’era da althri accumpagnaddu,   Se fosse da altri accompagnato

Eu li pregu la matessi ditta;                            io gli auguro le stesse pene;

Furaddu hani da casa la crabitta.                 mi hanno rubato da casa la capretta.

Palchì no credu d’essè a lu solu                   Perché non credo che fosse solo

Lu ch’è ilthaddu cussì azzaldhaddu,           quello ch’è stato così avventato,

No ha timuddu mancu lu piccaddu,             non ha temuto neppure il peccato,

Chi l’anima s’ha polthu in oriolu.                  portandosi nell’animo la preoccupazione.

Cussì boghia a lu luzi lu figliolu,                  Altrettanto possa riuscire ad allevare figli

Cant’eu la crabitta aggiu allevaddu,            quanto io ho potuto allevare la capretta,

Sia vaggianu o sia cujuaddu                         sia scapolo o ammogliato

Di dalli chissa paga li miritta;                         questa è la paga che si merita;

Furaddu hani da casa la crabitta.                 mi hanno rubato da casa la capretta.

Li miritta a dalli chissa paga,                         Si merita questa paga,

Pol me ilthesi brutta l’azioni,                         per me fu una pessima azione,

M’allegru meda si Deu lu laga                      mi rallegro se Dio lo lascia

I lu mundu po’ tribulazioni,                            al mondo per tribolazione,

Un occi fora e l’althru pinduloni;                   con un occhio fuori e l’altro penzoloni,

Dui ilthilli inficcaddi in dugna titta;                con due stili conficcati nel costato.            

Furaddu hani da casa la crabitta.                mi hanno rubato da casa la capretta.

I lu pettu infilchuddi quattru ilthilli,               Con nel petto conficcati quattro stili

Videsselli la punta da l’ilchina,                     che fuoriescano dalla schiena,

Li mossi di la carri crabittina                         i bocconi della carne di capretta

Mancu po quarant’anni a digirilli.                 Non possa digerirli neanche in quarant’anni.

Prufissori avvisà più di milli,                         Che possa chiamare più di mille professori

E nisciuni inzelthalli midizina,                     e nessuno riesca ad azzeccare la terapia

Po no ilmintigalli la panzina,                        così da non dimenticare quel pasto,

Mancarri minoreddha e pogh’impitta,         anche se era piccola e di poca utilità

-Furaddu hani da casa la crabitta.               mi hanno rubato da casa la capretta.

No sogu si so dui o si so treni,                      Non so se siano due oppure tre

Li ch’ani fattu chissu cunculdhattu,              quelli che hanno stretto tale patto,

Manch’eu credu chi sia un reattu,                 Neanch’io credo che sia un reato

Chi l’hani fattu pol vulemmi beni;                e che l’abbiano fatto per volermi bene;

Calchi aizzeddhu d’ilbagliu, si v’eni,          Un piccolo errore certo l’hanno fatto,

Mancu pinsaddu v’hani in primm’attu,        a botta calda non ci avranno pensato,

Hani pinsaddu a pigliallu a barattu,            hanno pensato di comprare a vil prezzo

Comenti in dugna logu ni capitta;                così come può capitare dappertutto;

Furaddu hani da casa la crabitta.                mi hanno rubato da casa la capretta.

Cumenti ni capitta in dugna logu,                come può capitare dappertutto

La mea no sarà la prima ’oltha,                    il mio caso non sarà la prima volta,

Sia pol casa soia la rioltha:                            possa avere in casa sua una rivolta:

Li  muri a  rilthà nudi da lu fogu,                   che i muri restino scalcinati per il fuoco,

Mancu cu la muglieri un disaogu,                neppure con la moglie abbia sollievo,

Di no pudè turrà nisciunu rilpoltha,              che nessuno possa dargli risposta

Pol cantu ilthazzi la crabitta moltha,            fin quando starà la mia capretta morta;

Insarraddu d’ilthà i la cellitta;                         possa essere rinchiuso in una gabbietta,

Furaddu hani da casa la crabitta.                 mi hanno rubato da casa la capretta.

Solu, insarraddu drentu a una cella,            Solo, rinchiuso dentro una cella

Briu di dugna grazia e faori,                          privo di ogni grazia e favore,

Di punisseli un vessu di dulori                     che gli venga una specie di dolore

Di no pudè ficchì cu l’ilthampella;                da non poter rizzarsi con la stampella;

Nè gent’anzena, né di parentella,               Né altre persone né parenti

Di chissu a no n’aè più fumori,                     abbiano più di lui notizia,

Tandu maladizia tine l’ori                              sicché possa maledire perfino il momento

Di candu l’è alzadd’a minaita;                       in cui gli venne quell’idea;

Furaddu hani da casa la crabitta.                 mi hanno rubato da casa la capretta.

Maladizia l’ora e lu minutu                             Possa maledire l’ora e il minuto

Di candu a minaìta l’è alzaddu,                   di quando ebbe quella macchinazione,

I lu momentu ch’er’eu arrabbiaddu             nel momento in cui ero arrabbiato

Era po fralthimani rimiraddu,                        stavo per mettermi a bestemmiare

Palchì tene tra me aggiu pinsaddu:             perché fra me e me ho pensato:

“Da li fralthimi pogu è chi s’acchitta”;           “Dalle bestemmie poco si guadagna”,

Furaddu hani da casa la crabitta.                 mi hanno rubato da casa la capretta.

I li fralthimi no vè acquilthu,                           Nelle bestemmie non vi è convenienza,

No paga né in oru né in pratta;                     non vi è paga né in oro né in argento;

Sidd’è ch’è veru chi zelu s’agatta,                Se è vero che esiste il cielo

La paga vi la doghia Gesù Crilthu.               La paga gliela dia Gesù Cristo.

Però pregu a vinilli solu chilthu:                    Però prego che gli venga solo questo:

Po no passà una vidda maltratta,                 per non passare una vita sofferente

Tre ori allalghu intindì la suffratta                 che il suo tormento si senta da tre ore lontano 

Da l’ilthabilimentu in undi abìtta;                 dalla casa dove abita;

Furaddu hani da casa la crabitta.                 mi hanno rubato da casa la capretta.

Eu no sogu mancu chiddhu tali                    Io non sono quel tale

A dugna cosareddha fralthimendi,               che bestemmia per ogni banalità,

Solu, ilthanti ch’a Deu ilthogu prighendi,     soltanto, mentre prego Dio,   

In faccia a tutti a dammenni signali,            di fronte a tutti perché mi diano segnali

V’ilthoghia lu preddi a cabizzali.                  gli stia il prete al capezzale.

Cant’aggiu tentu la crabba suggendi,          tanto quanto ho allevato la capra da me

Sempri a lu moritorra e trabagliendi,           stia in agonia con un piede di qua e l’altro di là

D’ilvilissenni tene ca v’abitta;                         e che persino chi abita con lui se ne stanchi;

Furaddu hani da casa la crabitta.                 mi hanno rubato da casa la capretta.

D’ilvilisenni dugna crilthianu,                         che se ne stanchi ogni cristiano

Pol cantu ilthazzi in chiss’infermiddai,         per quanto duri quell’infermità,

Sempri murendi e chena murì mai.              sempre morendo ma senza morire mai.

Pigliasseli l’odori da lontanu                           Che si senta il suo odore da lontano

Tene a turrammi la crabitta in manu,           fino a riavere la mia capretta in mano,

Un’ora no aé di saniddai;                                che non abbia un’ora di salute,

Briu di la so luzzi e libalthai                           privo della sua luce e libertà

Ca l’ha pigliadda e ca va polthu ditta;          sia chi l’ha rubata sia chi l’ha aiutato;

Furaddu hani da casa la crabitta.                 mi hanno rubato da casa la capretta

 

 

 

 

7. Li vaggianeddi di Zelgu 'le signorine di Tergu'

(testo ripreso parzialmente dall’antologia Poesia popolare in Anglona, pp. 137-140)

Questo testo rappresenta un caso di poesia popolare collettiva che ha per tema le ragazze da marito della piccola comunità di Tergu. Sul filo della memoria orale ne sono state raccolte più versioni tra le diverse famiglie del comune che è costituito da diverse borgate. Ogni versione, pur seguendo la stessa traccia, differisce dalle altre in più punti. Qui se ne presenta una summa nel tentativo di raccordarle tutte. Il testo è interessante anche perché cita diverse ragazze e anche qualche innamorato non con il loro nome ma attraverso il soprannome di uno dei geniori (Gambariltoni ‘spilungone’, Ebba ’Eccia ‘cavalla vecchia’, Ciappedda ‘chiappetta’, Cagafogu ‘cacafuoco’). 

Li vaggianeddi d’avali 
 
so’ pronti da li dodizi anni.
 
Sani fà li brinchi manni
 
sutta e subra lu lettu,
 
li femmini di pruvettu.
 
V’è cummari Caddalina
 
chissa isetta a serentina
 
daghi lu soli è caladdu
 
ajett’a l’innamuraddu
 
chi pari una maraiglia
 
fendi l’occittu di triglia
 
cun chissu Gambariltoni
 
tutti li femmini boni
 
so pissendi a fa l’amori
 
So  pronti a fà l’amori
 
mancarri essendi minori
 
no zi iettani la buccia,
 
e v’è cummari Nuccia
 
chi passa comme saetta
 
di Zeilgu è la reginetta
 
cun chissi tre innamuraddi
 
tutt’e tre dilliriaddi
 
chi una e l’alta n’a gana.
 
V’è cummari Lillana
 
ajittendi notti e dini
 
e mai nisciunu la zilca,
 
v’è cummari Franzilca
 
chi è un pogu ilcalancona
 
a faiddà no v’è bona
 
chi imbaglia dugna ripolta
 
fini andendi è iltraolta
 
candu abbaidda la luna
 
si no ni mori calcuna
 
di cuiuà no n’a solti.
 
Chissi di Bachiligolti[1]
 
so’ fendi cosa indibbadda
 
vi n’era una cuiuadda 
 
e avali s’è ilconza
 
voni pultaddi a la conza
 
di cantu so intultendi
 
cipria ni so’ finendi
 
dugna mesi un muiteddu.
 
V’è Pidruzza Ilcaniteddu[2]
 
chissa chi è occimurridda
 
chi iltazi molta e affritta
 
abbaiddendisi a Peppinu
 
dui meli polti in sinu
 
chi a tuccalli già so’ boni.
 
V’è la di Salamoni
 
chi pari un cavaddu iltalloni
 
in tundu brinca lu fossu
 
ipittendi un codi grossu
 
commu lu di la sureddala
 
jenti già ni li faedda
 
e dugna dì ni li cuntralta
 
e li dizi a iltà onelta
 
comenti era idda in pizzinnìa.
 
isgittendi notti e dini.
 
V’è la di Andria Sini
 
chi pari una janda ‘eccia,
 
v’è la di l’Ebba ‘Eccia
 
ilgaibadda e presummidda
 
di cant’è ilculuridda
 
pari un’ilcaipa lultradda,
 
vinn’era una caltigadda
 
chissa già no passa illogu.
 
V’è la di Cagafogu
 
chi abbri un fasgiolu tundu
 
accidenti di lu mundu
 
chissa puru è innamurendi,
 
ava’  da candu so’ nascendi
 
sani fa lu baddu a saltu,
 
vi n’è una d’ilcaltu
 
polta li pili bianchi
 
la chi mirita li vanti
 
è chissa cummari Maria
 
e cu la so’ simpatia
 
li fazi dillirià
 
prighendi d’innamurà,
 
chidda cummari Piretta
 
ni li fala la valdetta
 
ch’è passadda in pianitta
 
si no li cresci la titta
 
fazi manna maladdia.
 
V’è la di Pedru D’Alivia
 
ch’è tonta commu la raba,
 
ava’ vi n’è una brava
 
in chidda antiga Pulciana[3]
 
z’è falendi a la funtana
 
di l’ea medizinosa
 
so’ ilfugliendi una rosa 
 
pa mandazzilla a Caddura.
 
Dui di bona iltaddura

abitani illa cabanna:
 
una minori, una manna;
 
una allegra, una trilta
 
Li vaggiani zelgulani
 
imparendi ni so a cantani
 
li risadi chi so fendi
 
vi n’è tanti innamurendi
 
chi pesani melodia.
 
Eu caglià già mi ulìa
 
ma fine chi m’ani ilvultaddu
 
avàlavà chi m’ani folzaddu
 
imbareddi chi cantemmu.
 
A primma a primma pigliemmu
 
chissa Giuanna Antona Ciappedda
 
a chissa nisciunu faedda
 
palchì no vò lu fraddeddu,
 
la chi è giughendi a la brilca
 
è chissa di Maria Sanna
 
si l’esci la calta manna
 
vo’ dì chi è fultunadda,
 
la chi no è fintumadda
 
è chissa Iultina Bonoiva
 
di titti polta un’ilcoiva
 
chi è tutta bedda impiudda
 
no iltazzi mai mudda
 
ridendi a zocchi manni.
 
Li vaggianeddi d’avali
 
so’ pronti dali dodizi anni. 

Le signorine di adesso

sono pronte dai dodici anni.

Sanno fare dei grandi salti

sotto e sopra il letto,

le donne sveglie.

C’è comare Caterina

quella aspetta la sera

dopo che il sole è calato

aspetta l’innamorato

che pare una meraviglia

fa l’occhiolino di triglia

con quel Gambaristone

tutte le donne buone

stanno pensando a far l’amore.

Son pronte ad amoreggiare

benché siano minori

non gettano via la buccia;

e c’è comare Nuccia

che passa come una saetta

di Tergu è la reginetta

con quei tre innamorati

tutti e tre in delirio

uno e l’altro han desiderio.

C’è comare Lillana

che aspetta notte e dì

e mai nessuno la cerca;

c’è comare Francesca

che è un po’ spilungona

a parlare non è capace

che sbaglia ogni risposta

anche nel camminare è scomposta

quando guarda la luna

se non ne muore qualcuna

di sposarsi non avrà la fortuna.

Quelle di Bachili Colti

fanno cose inutili

ce n’era una fidanzata

e adesso s’è lasciata,

son da portare alla concia

da quanto si stanno indurendo,

di cipria ne stanno consumando

ogni mese un recipiente.

 

C’è Pietruccia Scanuccia

quella che ha gli occhi scuri

che sta languida e afflitta

mentre guarda Peppino

due mele ha messe in seno

che a toccarle son già buone.

C’è quella di Salomone

che sembra un cavallo stallone

con un balzo salta il fosso

aspettando un codi-grosso

come quello della sorella,

la gente gliene parla

e ogni giorno gliene accenna

e le dice di stare onesta

come era lei in gioventù.

Aspettando notte e dì.

C’è quella di Andrea Sini

che sembra una ghianda vecchia;

c’è quella della Cavalla Vecchia

sgarbata e presuntuosa

tanto è scolorita

pare una scarpa lustrata;

ce n’era una castigata

quella non va da alcuna parte.

C’è quella di Cacafuoco

che spacca i ceci,

accidenti del mondo

pure quella sta filando;

ora da quando nascono

sanno fare il ballo a salto;

ce n’è una di scarto

porta i capelli bianchi;

chi merita i vanti

è quella comare Maria

e con la sua simpatia

li fa delirare

sperando che sia disponibile;

a quella comare Pieretta

gliene scende la faldetta

ché è spianata con la pialla,

se non le cresce la tetta

ne fa una gran malattia.

C’è quella di Pietro D’Alivia

ch’è tonta come la rapa;

adesso ce n’è una brava

in quella antica Pulciana

che scende alla fontana

di acqua medicamentosa,

stanno sfogliando la rosa

per mandarla in Gallura.

Due di buona statura

abitano nella capanna,

una minore e una più grande

un’allegra, una triste.

Le signorine tergulane

stanno imparando a cantare

(con) le risate che fanno

ce ne son tante che amoreggiano

a che alzano una melodia.

Io volevo tacere

ma alla fine mi hanno convinto

proprio ora che mi hanno forzato

aspettate che cantiamo.

Per prima prendiamo

quella Giovanna Antonia Ciappedda,

con quella nessuno parla

perché non lo consente il fratello.

Chi sta giocando a briscola

è quella di Maria Sanna,

se le esce la carta maggiore

vuol dire che è fortunata;

chi che non è citata

è quella Giustina Bonorva,

di tette porta un canestro

che è tutta bella piena,

non sta mai zitta

mentre ride con grandi schiamazzi.

Le signorine di adesso

sono pronte dai dodici anni.                           



[1] Bachili Colti è uno dei tanti insediamenti che formano la comunità di Tergu.

[2] Ilcaniteddu è un diminutivo di Ilcanu, variante locale del cognome Scanu.

[3] Pulciana è il nome di una località del territorio comunale.

[4] Ciappedda è un soprannome della famiglia Deaddis.

 

 
 
 

 

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