RECENSIONI

[in allestimento - Contivigende - work in progress]

 

 INDICE

1. Recensione al volume di Anna Maria Sechi, Les oiseaux sans plumes.

2. Presentazione dei volumi La tuaglia ruia di Giuseppe Tirotto e Escandall - Scandaglio di Joan Elies Adell Pitarch

3. Presentazione del romanzo Son luce e ombra di Eliano Cau

4. Presentazione del 2° volume del libro "Perfugas e la sua comunità", di Angelo Ammirati

5. Recensida de sa regolta de poesias Carignos de 'entu de Maria Sale

6. Recensida de su romanzu Tilda de Reni atora, de J. Buch Oliver, Ghjacumu Thiers e Antoni Arca.

7. Lettura de Maria Sale de su romanzu Marantoni de Mauru Maxia

8. Presentada de Sevadore Patatu a su romanzu Marantoni de Mauru Maxia

9. Recensione di Angelino Tedde sul volume Perfugas e la sua comunità di Mauro Maxia

10. Breve relazione sul convegno di studi "Il Condaghe di fondazione dell'Abbazia di Saccargia", di Mauro Maxia. 

11Relata de sa presentada de su romanzu "Marantoni" de Mauru Maxia, de Eliano Cau

12. Il romanzo "Marantoni" di Mauro Maxia, di Angelino Tedde.

13. La lettera d'indulgenza del vescovo Gonzalez (1519) e il cosiddetto condaghe di Luogosanto, di Alessandro Soddu.

14. Corse et Sardaigne: les langues non plus ne s'arretent pas aux frontières, di Jean Chiorboli
 
15. Massimo Pittau"I toponimi della Sardegna. Significato e origine dei nomi di luogo di 83 comuni", di Mauro Maxia
 
 
 
 
 
 
1. Recensione del volume di Anna Maria Sechi, Les oiseaux sans plumes

 

 Anna maria sechi 2 Risultati immagini per anna maria sechi + oiseaux sans plumes Anna-Maria Sechi, Les oiseaux sans plumes, Strépy-Bracquegnies (Belgio), Ed. Le Livre en papier, 2017, pp. 230.

Questo libro di Anna Maria Sechi rappresenta il romanzo della sua vita ma anche delle persone che hanno condiviso tratti più o meno lunghi della sua vicenda. La scrittura è essenziale, priva di fronzoli, ma efficace. La trama è raccontata in presa diretta, quasi per fotogrammi, secondo uno schema spazio-temporale rettilineo. Il volume si articola in 34 capitoli, per lo più brevi, che variano da una lunghezza di appena due pagine fino a una dozzina. I capitoli più brevi hanno la funzione di collegare dei momenti più importanti. Quelli più lunghi, invece, devono la loro estensione all’insopprimibile esigenza che spinge l’Autrice a descrivere fin nei minimi particolari le fasi più concitate e drammatiche di momenti fondamentali della sua vita.

Per leggere tutto il testo premere questo collegamento Anna maria sechiAnna maria sechi (132.78 KB) 

 
2. Presentazione dei volumi La tuaglia ruia di Giuseppe Tirotto e Escandall - Scandaglio di Joan Elies Adell Pitarch
Risultati immagini per giuseppe tirotto GIUSEPPE TIROTTO  Risultati immagini per joan elies adell JOAN ELIES ADELL PITARCH
 
Il 26 agosto a Martis si è celebrata la manifestazione Martis in poesia che per tutta la giornata ha visto susseguirsi una serie di incontri centrati sulla letteratura, l'arte e la musica secondo una formula innovativa sperimentata dall'organizzazione curata dall'Istituto C. Bellieni in collaborazione col Comune di Martis, con la locale Pro Loco e numerosi collaboratori. All'interno della manifestazione era inserita una presentazione di opere letterarie intitolata Addobiu cun sos autores, in seno alla quale il sottoscritto ha presentato il volume La tuaglia ruia di Giuseppe Tirotto e il libro Escandall - Scandaglio del poeta catalano Joan Elies Adell Pitarch. Il testo della presentazione, opportunamente ridotto per questo sito, è disponibile qui premendo questo collegamento: Presentazione tirotto e adellPresentazione tirotto e adell (77.15 KB)
 
 
 
 
3. Presentazione del romanzo Son luce e ombra di Eliano Cau 
 

Eliano Cau, nato a Neoneli nel 1951, fino a pochi anni fa ha insegnato lettere nelle scuole superiori di Sorgono dove risiede con la propria famiglia.

Il suo ultimo romanzo, Son luce e ombra, è stato pubblicato dall’editrice Condaghes a Cagliari alla fine del 2016. È un volume di 229 pagine con 35 capitoli e una “Nota storica” a pp. 231-237.

Prima di questo romanzo Cau ha dato alle stampe le seguenti opere di contenuto narrativo: Dove vanno le nuvole (S’Alvure 2001) storia di un’ossessione amorosa ambientata nel Barigadu del Settecento); Adelasia del Sinis (S’Alvure, 2004) romanzo storico su Adelasia di Torres); Per le mute vie (Aìsara 2008) racconto sugli anni Sessanta ambientato tra Oristano e Neoneli; Un giorno una vita (Ilmiolibro, Mondadori 2011), romanzo ambientato tra il 1970 e il 1971 a Torino. Un cenno a parte deve farsi per Deus ti salvet Maria (S’Alvure, 2005) che rappresenta un saggio antologico su Bonaventura Licheri, poeta e intellettuale neonelese del 1700.

Con Son luce e omba abbiamo di fronte un romanzo storico ambientato tra il 1769 e il 1770, una cinquantina d’anni dopo che la Sardegna era passata dal dominio spagnolo a quello piemontese. Teatro della narrazione è la Sardegna centrale tra l’Altopiano di Abbasanta, il Barigadu e il Mandrolisai. Personaggi principali sono il padre gesuita piemontese Giovanni Battista Varallo (in realtà Vassallo) e il prete Benedetto Loy del villaggio di Nole. Co-protagonisti di forte impatto emotivo sono il pedofilo Basile Femmineri e una innominabile indemoniata, detta “Quella” oppure Cudda in sardo. Il racconto poi è costellato da numerosi comprimari che vi giocano dei ruoli di diverso peso.

Qui non si possono anticipare, per ovvie ragioni, i particolari più significativi del racconto. Però possiamo dire che si tratta di un romanzo molto avvincente imperniato sulle esperienze di un personaggio realmente vissuto (il gesuita piemontese Giovanni Battista Vassallo) che offre l’occasione all’Autore per aprire degli squarci sulle storiche missioni dei Gesuiti in altre terre e, in modo particolare, nelle reducciones del Paraguay in cui essi furono perseguitati dal potere coloniale spagnolo.

Nel racconto Vassallo condivide una singolare esperienza, ricca di grande umanità, con un altro personaggio, volutamente più sfumato, che è Benedetto Loy, prete di Nole. I due personaggi danno vita a un’iniziativa caritatevole, una missione popolare che consiste nel prestare assistenza a un numero sempre crescente di derelitti la cui descrizione vale, da sola, la lettura del romanzo. Lettura che poi non è mai una fatica ma, anzi, è perfino piacevole. Il racconto infatti è ben concatenato e piuttosto avvincente e lega il lettore appassionandolo fino alla fine.

Vi sono degli spunti di particolare interesse. Qui ne accennerò soltanto qualcuno per non privare i lettori del piacere di scoprire altri non meno appassionanti. Intanto, trattandosi di un romanzo storico, il racconto è necessariamente ambientato in un teatro geografico. Inoltre, anche se il romanzo è diviso in capitoli, si articola idealmente in tre parti distinte che ora andiamo a vedere.

I primi capitoli sono ambientati in una precisa località posta sulla riva destra del medio corso del Tirso. Si tratta del sito dove durante il 1700 sorgeva l’antico villaggio di Zuri. Ed è suggestivo il fatto che Cau ambienti una serie di vicende proprio in un villaggio e una chiesa (la celebre S. Pietro di Zuri) che né lui né noi abbiamo conosciuto in quanto questa località fu sommersa dalle acque del lago Omodeo nel 1925. La bellissima chiesa di San Pietro infatti fu smontata e ricostruita pietra su pietra tra il marzo del 1923 e il luglio del 1925 e rappresenta l’unico esempio di anastilosi in Sardegna (detto per inciso, è una fortuna che allora si lavorasse più seriamente di oggi e i 90 anni trascorsi da allora certificano che quel lavoro fu eseguito alla perfezione).

A Zuri, in locali di fortuna già appartenuti a una struttura conventuale, i due religiosi danno inizio alla loro missione popolare. Lì mettono in piedi un qualcosa che potrebbe definirsi un lazzaretto dove, a poco a poco, saranno accolti parecchi disperati. Qui, grazie all’esperienza maturata dal padre Vassallo con le medicine rustiche in precedenti missioni, alcuni malati saranno gradatamente recuperati mentre altri, come è normale, non riusciranno a sopravvivere ai mali di cui sono vittime. Tuttavia tutti trarranno dei benefici dall’assistenza, dalla cura e dall’amore dei due religiosi che in questa opera salvifica riusciranno a recuperare non solo i malati del corpo ma anche i malati dell’anima. Il riferimento è soprattutto a Basile Femmineri che diventerà un loro valido collaboratore.

La parte centrale del racconto, la seconda, è costituita dal trasferimento del gruppo formato dai due religiosi e dai malati che da Zuri si spostano lentamente lungo diverse tappe verso la destinazione rappresentata dalla chiesa di San Mauro di Sorgono. In proposito si può dire che questa chiesa e il vicino centro di Sorgono sono le sole località che nel romanzo conservano il loro nome reale. Tutte le altre località, che un lettore pratico dei posti può comunque identificare, hanno dei nomi di fantasia.   

Nella lunga e sofferta trasferta da Zuri a San Mauro il protagonista non è questo o quel personaggio ma è la siccità. Una siccità disperante che emerge quasi in ogni pagina e che soltanto quando la comitiva raggiungerà i boschi del Barigadu concederà qualche tregua e un po’ di ristoro grazie a quei pochi torrenti che l’arsura non ha ancora seccato. Una siccità devastante nonostante si sia ancora nel mese di maggio. Una siccità descritta in un modo così efficace che ricorda la sconvolgente siccità, sempre di maggio, descritta da Salvatore Satta nel Giorno del giudizio. Eppure il romanzo inizia con l’immagine di un forte acquazzone estivo.

Un altro protagonista, sempre presente, è l’ambiente, il paesaggio. Eliano Cau è profondo conoscitore del paesaggio sia della Sardegna sia del Piemonte. Infatti per le sue descrizioni – sia quelle del tormentato percorso da Tzur a San Mauro sia quelle della Val d’Ala lungo la Stura di Lanzo – non basta la fantasia ma è necessaria la frequentazione diretta, anzi una capillare conoscenza dei luoghi. Conoscenza diretta che poi è elaborata e plasmata dall’Autore quando deve descrivere la fredda nebbia delle valli prealpine o quando descrive la secchezza delle foglie inaridite dalla siccità oppure riesce quasi a far sentire lo scroscio della pioggia portata da un violento temporale. Nella resa pittorica di tante tavolozze l’Autore si avvale delle sue innate doti di raffinato poeta bilingue. E difatti possiamo dire senza tema di smentita che la prosa di Cau è una prosa poetica che, proprio per questo, raggiunge un’eleganza che solo pochi scrittori possono esibire. Al narratore basta tendere l’orecchio per fare balenare con poche parole una scenografia animata; per esempio: “Dalle vie che portavano alla chiesa incominciava a giungere la polvere e il rumore di carri e animali” (p. 175).

Un altro aspetto in cui Cau padroneggia la materia sono i personaggi. Qui davvero si ha a che fare con un’immaginazione che riesce a calarsi nella realtà dei secoli addietro. Ne nascono personaggi straordinari di cui l’autore riesce a descrivere magistralmente sia i caratteri fisici sia le sofferenze oppure le ossessioni che li posseggono. Ecco la bambina Reinedda, gli sfortunati Fifinu e Antiogu su ’Etzu, Innatzia Mùrtina, Don Boele parroco di Tzur, Loisa, Pilima Tzerchi detta Boboeddos, Batore il ragazzo bruciato, Cozone il campanaro di Nughes, Chiccheddu Callentura, Efes su Soddu, Micheli Ergu, Conca ’e Sorighe, Itriedda Duas Caras, Toni Susuncu, Grallinu Manosùna, la dissoluta marchesa torinese Eugenia, la diabolica Alene-Inghenia, Sùrbiu Meurrinu, Mauru s’eremitanu, Balente Nieddu, Loisu Erriccu, Violedda, le venditrici di ciliegie Màngela e Columba. Tutti nomi che l’Autore si guarda bene dal tradurre lasciandoli nella stessa forma in cui erano pronunciati.

Ma la ricca galleria di esseri viventi non si limita a decine e decine di personaggi, quasi figuranti di un dramma collettivo. Il racconto coinvolge perfino i cani, anche essi dotati di un’anima e di un nome: Liliedda (138), Misesfidele (144), Oghinìe (207), il cane tigrinu di Gavoi (168) ma soprattutto Apalaspùnghes che da p. 158 a p. 168 diventa quasi un co-protagonista del racconto.

Tornando alla trama, l’Autore dà una dimostrazione del suo talento innestando fin dall’inizio una storia nella storia che, a partire dai capitoli 13 e 14, tiene legato il lettore fino all’ultima pagina prima attraverso il racconto di Sarbadore e poi attraverso la narrazione in presa diretta. Possiamo parlare quasi di un regista, per come la materia è trattata. Preferisco non entrare nei particolari, davvero appassionanti, di questa storia nella storia per non privare i lettori della suspence che il racconto produce. E mi chiedo, a questo proposito, che cosa Eliano Cau abbia da invidiare alla tanto declamata “scuola sarda del giallo” di cui il quotidiano “La Nuova Sardegna” proprio oggi ha iniziato la distribuzione di alcuni romanzi.

Non solo Cau innesta un thriller nel suo romanzo ma lo ambienta in un ambiente sociale e in un periodo lontani da noi tre secoli. Questo significa che, prima di innestare il giallo nel suo racconto, l’Autore ha compiuto un lavoro di scavo e di ricerca che possono dare una misura sia del lavoro sia del talento che distinguono la sua opera. E, sempre a questo proposito, vorrei aprire una brevissima parentesi sulla situazione degli scrittori sardi in lingua italiana che un circolo più ristretto da una quindicina d’anni sembra voler monopolizzare nell’ambito della cosiddetta “nuova letteratura sarda”.

Ora però è giusto parlare di Eliano Cau e del suo nuovo romanzo. Intanto diciamo che la seconda parte del racconto si chiude idealmente presso la chiesa de S’Angelu, a breve distanza da Nole. Qui la processione dei derelitti fa tappa proprio in occasione di una tempesta. Che tuttavia non vince la siccità ma ben si associa alla cupa atmosfera demoniaca che aleggia intorno.  

La terza parte del romanzo è ambientata a San Mauro di Sorgono dove, durante la novena che precede la grande sagra di fine maggio (quella che nella zona chiamano Santu Maru erricu), la comitiva di disgraziati è sistemata alla meglio in alcuni locali dei muristenes che circondano il santuario. Qui l’Autore produce un intreccio magistrale che tiene uniti diversi fili. Ricordiamo che nell’ordito il filo principale è rappresentato dalla missione dei due religiosi. Anche a San Mauro non manca un episodio drammatico rappresentato dall’agonia e dalla morte di uno dei derelitti che si sono aggrappati al padre Vassallo e a Benedetto Loy.

Un altro filo è aggiunto dall’ambiente di San Mauro, vero santuario federale, dove giorno dopo giorno cresce l’afflusso di pellegrini da tutti i villaggi dei dintorni. In questo quadro, che Eliano dipinge come una tavolozza vivente, vi è modo per assistere a vivaci scambi di opinioni come quello della giovane venditrice di ciliegie di Nole con un baldo pretendente di un altro villaggio.

Un filo ulteriore, anzi un doppio filo intrecciato, è quello che narra da un lato la vicenda del vecchio bardaneri Loisu e, dall’altro, la vicenda, a tratti spigolosa, vissuta da Taniele nei dintorni di Paùle presso il dissoluto proprietario Sisinniu Pasteri.

Ma il filo più avvincente è quello parallelo, innestato dall’inizio, che ora volge verso un epilogo inatteso quanto sorprendente. Come un’abile regista l’Autore presenta in successione un drammatico scontro durante l’omelia all’interno della chiesa di San Mauro gremita di fedeli tra il prete Loy e una giovane posseduta dal demonio. All’episodio segue un lungo e snervante esorcismo sulla giovane in questione da parte del padre Varallo. Infine, giunge il crollo morale di prete Loy. Un epilogo che giunge inatteso ma che, a ben vedere, è preparato con sapienza dall’Autore nella terza parte del romanzo.

Questa è l’estrema sintesi del racconto. Gli spunti per approfondimenti in varie direzione sono tanti. Per esempio, tornando per un attimo agli scrittori sardi in lingua italiana, è davvero interessante l’impiego a piene mani che Eliano Cau fa delle strutture sintattiche del sardo. Anche se è scritto in italiano, questo romanzo potrebbe definirsi un racconto bilingue. Basta leggere il passo a p. 188 della ragazza di Nole che offre le sue ciliegie ai novenanti di San Mauro:

“Diceva la giovane venditrice, rivolgendosi agli acquirenti, con voce più mielata della frutta che vendeva: “Si de Nole cheressia chereis, lompìe a sa posada ’e ’idda mia, bastet chi duos soddos mi lasseis, ca s’isposa est ancora ’agadia”. Un passo che l’Autore neppure traduce e che presuppone che il lettore capisca perfettamente il sardo.

Ascoltiamo questa altra frase: “Non c’era anima nelle strade, e su ‘entu ‘e susu, la tramontana, sembrava un cavaliere scomunicato, uno dei currillos sul cavallo del diavolo”.

Sono molte le parole sarde che Eliano Cau semina lungo tutto il racconto senza preoccuparsi di tradurle: deleaos, su gabbanu, cherrìgu, aposentu, fogulone, foghile, mortores, corzos, fumadigu, currillos, su ‘entu ‘e susu, pinnetu, crivazos, thia, cartzones, sas ambisùs, a làcana, coccois, pane pintau, massajos, curadoria, cosinzos, cungiaos, accabadoras, bruxas, muristenes, istrupiaos, tullìos, òmines reos, barracellos, bardaneri, s’aùrra, s’eremitanu, disamistade, balentìa, unu frore, istreggiari, balente, istrumpa, camminantes, su puntore. Ma ci sono anche frasi intere scritte in sardo: “Paret s’erriu nostu in ierru”, “S’Angelu meu bellu!, Intendo sonos in sos padentes, òmines bonos bi sunt presentes”, “Custa est essia de s’iferru!”, “Tuc’a largu, Oghinìe!”.

Del resto il romanzo si chiude proprio con una frase in sardo che rimarca ancora una volta questo senso di appartenenza:

«Pius forte de unu tronu / su coro mi tremiat / cando chi m’apariat / cussa figura. / Umana criadura / chi forte apo amadu, / pro iss’apo pecadu / e nde so reu. / Perdonu Deus meu».

Insomma, viene da pensare che se un lettore non conosce il sardo potrebbe incontrare qualche difficoltà a cogliere pienamente il significato di numerosi passi del racconto. Questa scelta, che in qualche passo potrebbe ricordare l’italiano-siciliano dei gialli di Camilleri, aggiunge fascino a una trama che è già coinvolgente di suo.

Un’avvertenza finale. Il lettore che si accosta a questo romanzo, per poterne godere appieno, deve tenere conto che Eliano Cau ha alle spalle lunghi studi sulla vita e le opere di padre Bonaventura Licheri, uno dei maggiori protagonisti della cultura sarda del 1700, anche egli nativo di Neoneli. È consigliabile che la lettura sia preceduta almeno da uno sguardo sul saggio intitolato Deus ti salvet Maria pubblicato dall’Autore nel 2005. Buona lettura, dunque.

Perfugas, 21 aprile 2017

Museo Archeologico Paleobotanico

Mauro Maxia

 
Angelo ammirati
 
4. Presentazione del 2° volume del libro "Perfugas e la sua comunità", di Angelo Ammirati
Relazione ammiratiRelazione ammirati (415.95 KB)
 
 
5. Recensida de sa regolta de poesias Carignos de 'entu de Maria Sale  Risultati immagini per maria sale
 

Intrada. Pagas dies a oe fia in Tzaramonte a s’attoppu chi si b’est fattu pro sa presentada de una regolta de poesias iscrittas dae Maria Sale. Su volumene s’intitulat Carignos de ’entu cun su suttatitulu Poesias in sardu logudoresu e in italianu.

S’opera giughet 196 paginas e est imprentada dae sa EDES de Tattari. S’agattat bendende a su preju de 15 euros, reduidu a 12,75 si su comporu si faghet in internet (http://www.ibs.it/code/9788860253439/sale-maria/carignos-entu-poesias.html).

Finas a sa die no aia leggidu sas poesias de custa regolta chi Maria m’at intregadu a sa cumprida de sa tzerimonia ponzendemi una battorina decchida pensada e iscritta cue e tottu. Solu sos poetas giughen custa grascia chi lis dat mandos a ue sos atteros non poden imbattire.

Appo iscultadu e intesu su chi an nadu sos reladores giamados pro li fagher ala sa die. E de ala nde l’an fattu Tonino Rubattu e Bachiseddu Solinas e massimu su sindigu cando s’est lastimadu cun sos paesanos suos pro non resessire a faeddare sa matessi limba issoro.

Ma sa die infattu, dae sas paraulas de Giuanne Fiore chi abberin su libberu appo cumpresu chi su livellu fit finas pius altu de cussu chi si podiat attuare sa die de sa presentada. E custu si podet cumprendere ca in una tzerimonia sos fattores de inghiriu (microfonos de regulare, telefoneddos traittores, colpos de tusciu a disora, paginas chi si che bolan guasi a dispettu de chie las est leggende) istravian finas s’attentu de sa pessone pius attintzionada.

Connosco a Maria comente autora de poesias dae pius de una vintina de annos, est a narrer dae cando fit comintzende a proponnere sas poesias suas in sos cuncursos litterarios. Deo non mi cunsidero unu poeta proite cando fia pitzinnu mi so proadu a iscriere calchi cumponimentu e appo cumpresu chi non fit pane pro sas dentes mias. Duncas, non dia esser su pius idoneu a iscriere una recensione ca sos giuditzios subra a sas proas de un’artista los dian dever dare non sos “criticos” o sos “ispertos” ma cussos chi sun mastros in sa matessi arte. Duncas, appo a chircare de no isterrer su passu pius de s’anca.

Sa poesia de Maria, est a narrer su poetare sou, giughet unu traggiu primorosu e gai particulare chi si m’est impridu dae su primu cumponimentu sou chi mi cumbineit de leggere. E in sighida appo a narrer su proite. Custu mi permittit de narrere, e lu naro chentza perunu presumu, chi dia poder reconnoschere una poesia sua in mesu a deghinas de atteras. No est una virtude mia, custa, ma est una dode singulare chi Maria giughet pro naturalesa sua, comente chi l’appat eredada, e chi la distinghet dae calesisiat atteru poeta e poetessa. E la distinghet siat chi poetet in sardu sia chi poetet in atteras limbas, ca issa est capatze de iscriere cantones guasi de su matessi livellu finas in italianu e in gadduresu. Ma est in sa limba nadia chi resessit a giompere a sas chimas pius altas de s’arte poetica.

Innanti de intrare a arrejonare pius dae accurtzu de sas poesias de custa regolta, mi cheria arrèere subra a una chistione chi est essida a pizu in mesu a sa presentada. Unu reladore, cummentende su suttatitulu, at nadu chi in sardu sa paraula “poesia” est intrada dae pagu e chi diat esser istadu pius giustu a iscriere “cantone” ca custa paraula diat esser pius antiga in sa limba nostra. Ma si cunsideramus chi Paulicu Mossa dughentos annos faghet naraiat chi “de macchine e poesia dognunu hat su pagu sou” e chi Ziromine Araolla finas dae su Chimbighentos naraiat chi “sa poesia hat da exteriormente hue nudrire sos simplices et puros animos, et in secretu hue elevare sos savios et altos intellettos”, amus a dever attrogare chi custa paraula già no est intrada s’attera die e abbratzat paritzos tipos de cumponimentos poeticos, cumpresa sa “cantone”.  

Sa limba. Sa limba impreada dae s’Autora est su logudoresu litterariu o illustre. Est una limba chi currispondet pro medas caratteres a su logudoresu de susu, cussu chi sos istudiados li naran “logudoresu settentrionale”. Custa variedade dae Max Leopold Wagner fit giamada, guasi in buglia, ‘faeddu a istuppiu’ ca giughet paritzos sonos curiosos chi a boltas impidin de distinghere su significu de calchi paraula. Pro esempiu, sa paraula cultu, chi faeddende si pronuntziat /'kuɬtu/, cheret narrer siat custu siat curtu o curtzu. Custa particularidade faghet a manera chi cando s’iscriet non sempre si distinghet si sa cunsonante giusta siat sa l o sa r o sa s.  Un’attera particularidade de custa variedade est chi tenet paritzas paraulas chi su restu de su sardu non giughet e pro custu fattu medas sardos non las cumprenden.

Propiu custu limbazu, mancari siat de laccana, est su chi frunit sas istutturas e finas sos sonos a sa limba de sa poesia. Maria, sicomente custa variedade currispondet a sa limba sua de dogni die, b’accoglit a manos pienas paraulas e sonos. Accò pagos esempios: pag. 24 tzirigo (paraula chi benit dae su cossu zerigà); pag. 32, 142, 180 bestigas pro pertigas; pag. 68 cun bestighitas pro pertighitas; pag. 36 capida e pag. 146 cappida iscrittu a sa tzaramontesa inveces de carpida; pag.  42 e 108 berdulariu pro perdulariu; pag. 44 e 102 disimperados pro disisperados; pag. 60 poscrabu pro porcabru o porcavru; pag. 74 fischinare pro frichinare (est una variante de chilivrare); su matessi in sa pag. 80 cun fischinidas pro frichinidas; pag. 120 intostigadu pro intortigadu. Pro su matessi motivu podet cumbinare chi una paraula comente ismentigu s’agattet iscritta irmentigu (pag. 180) a sa nuoresa. Ma no est giustu a faeddare de una regolta de poesia dae unu puntu de vista linguisticu ca si trattat de litteratura, comente mi so proadu a ispiegare a tzertos chi sun cunvintos chi siat sa matessi cosa.

Su tessinzu. Sas poesias chi forman custa silloge sun in tottu chimbantaduas. Sun guasi tottu cumponimentos a versu libberu, duncas non rimados. Finas cando una poesia cumprit cun un’istrofa de duos versos – comente in “M’est manu carignosa | ’ettada in palas” (Sinnos de sero, pag. 154) – non semus in presentzia de unu versu rimadu. Cun tottu cussu medas de custas poesias de Maria giughen unu ritmu chi a momentos leat un’andamentu guasi de musica. E custu resultadu s’Autora l’ottenet in duas maneras.

Sa prima la cumbinat cun versos chi, mancari in testu s’agatten in duas rigas, risponden a sa cantidade sillabica de su settenariu o de s’ottonariu o de su novenariu o de s’endecasillabu. Leamus pro esempiu sos ultimos duos versos de sa poesia E m’apporris (pag. 184) ue amus unu novenariu sighidu dae unu settenariu:

e chi a faina cumprida

buttios nessi mi sere.

Sa musicalidade la dat s’accentu chi in su novenariu ruet in sa sigunda, in sa de chimbe e in sa de otto sillabas mentres in su settenariu su primu accentu podet ruere in una de sas primas battor sillabas ma su sigundu est fissu in sa de ses. Duncas amus custu ischema ritmicu chi non giughet bisonzu de rima:

e chì a faìna cumprìda | buttìos nessi mi sère

Su matessi effettu si podet iscumproare leggende sos ultimos duos versos de sa poesia Lampizos (pag. 158) chi sun partidos in battor rigas e naran:

cun foza pasende,

sempre in gana

d’atteros bentos

pro partire umpare.

Sun duos versos endecasillabos (chi dae su puntu de vista tecnicu si naran “de cuinta”) chi giughen custos accentos:

cun foza pasènde,| sempre in gàna

d’atteros bèntos | pro partire umpàre.

Sa sigunda manera Maria l’ottenet incadenende e intritzende sos versos cun assonantzias  e cunsonantzias chi ammajan su lettore chentza chi mancu s’abbizet de su proite. Pro dare un’idea pius giara leamus un’esempiu comente custu de sa poesia Chelzo (pag. 96) ue su ritmu est giogadu subra a sas paraulas chi giughen duas sillabas ligadas dae una t forte: ruttos ~ peittas ~ frittas ~ cattighende ~ tittones alternadas cun paraulas chi giughen sillabas cun una n: lughinzos ~ inue ~ cattighende ~ sun o chi repitin sillabas cun una z pretzedida da una sonante: chelzo lughinzos (ammentemus chi sas sonantes sun battoro: l, m, n, r).

No importat si in su libberu a boltas sas litteras sun iscrittas chentza esser addoppiadas. Inoghe diat cherrer abberta una parentesi pro faeddare de comente sas grafias non sempre currispondan a sa pronuntzia. Però su chi importat est s’intensidade de comente las pronuntziamus. In pius s’istruttura est impostada subra a tres endecasillabos de cuarta e de sesta chi forman una cadentzia aundada. Duncas amus tottu custos fattores ritmicos cumbinados a custa manera:

Chelzo lunghìnzos

pro foghiles rùttos

inue peìtas frìttas

catighènde

sun sa rasàda

’e ultimos tittònes

Finas a inoghe semus bidende sas cumpetentzias tecnicas chi possedit Maria e chi li permittin de cuncordare versos chi già si poden narrer libberos in su chi pertoccat a sa rima ma chi, de fattu, sun regulados dae partiduras seberadas dae s’Autora cun pratighesa manna. Est de narrer puru chi sos versos rimados non mancan in tottu ca si nd’agattan in paritzos logos comente, pro esempiu, in sa poesia Sighend’andare (pag. 176) ue bidimus custos tres versos partidos in ses rigas chi a sa rima basada aggiunghen una rima interna giobada:  

No nd’happo connottu,

in s’abolottu

so sempre istadu,

m’han cundennadu

a esser su frenu

de tottu s’alenu.

Si su testu si presentat cun tres versos s’at a bider cun pius giaresa s’istruttura a rima doppia a intro su versu e dae unu versu a s’atteru:

No nd’happo connottu,| in s’abolottu

so sempre istadu | m’han cundennadu

a esser su frenu | de tottu s’alenu

Un’attera tecnica chi Maria impittat est cussa de s’iteratzione, est a narrer cussa de impreare paraulas ripitidas comente si podet bidere in custu esempiu leadu dae sa poesia In su giannile (pag. 36):

S’ispiju m’est mustrende iscradia-iscradia

Su brincu ’e s’istrejida time-time,

su fundu, cunsumidu, ’e sa torrada,

sa tratta ch’impressada,

in sa partida,

no haia calculadu fue-fue,

né sinnu haia lassadu ’e dispedida.

In custa matessi istrofa eptastica (est a narrer de sette versos) su ritmu e sa musicalidade sun giogados finas dae sos atteros battor versos chi riman de custa manera: (3) –ada, (4) –ada, (5) –ida, (7) –ida.  

Finas cando paret chi un’istrofa non giuttat perunu artifitziu podimus bidere chi, bell’e gai, s’Autora at tessidu su matessi unu canavatzu. Leamus a esempiu sa propia poesia Su giannile (pag. 38) chi serrat cun battor endecasillabos chi giughen s’ultima paraula sempre de tres sillabas. S’accentu forte, ruende in sa penultima, dat unu ritmu cadentzadu a s’istrofa:

E so inoghe, oe a t’aporrìre

sa giunta de peraulas arribàdas

chi tantas boltas hapo carignàdu

pedende a tie su briu pro avanzàre

Finas a inoghe amus arrejonadu de tecnica ma non de poesia. In Sardigna medas cunfunden custas duas categorias chi, cun tottu chi medas boltas andan in pare, non si currisponden ca sa tecnica est un’elementu chi possedit finas s’artijanu mentres sa poesia est una virtude chi possedit s’artista. No est dae meda chi appo leggidu unu libberu de poesias chi dae unu puntu de vista tecnicu diat poder esser unu trattadu ma, cun tottu cussu, de poesia non bi nd’appo agattadu. Cando unu testu giughet ritmu li podimus finas narrer chi est una cantone ca cussu ritmu li permittit de esser finas cantadu. Ma sa cantone est unu tipu de cumponimentu poeticu chi non currispondet a totta sa poesia. Sa poesia, difattis, non giughet bisonzu de ritmu ca s’elementu chi permittit de la reconnoscher comente poesia est sa capatzidade de narrer cosas chi toccan su coro. E custu podet sutzedere pro mesu de una figura ottesa cun paraulas chi allughen sa fantasia o chi nos faghen bolare paris cun su poeta. Sa poesia no est fatta solu de ritmu ma finas de emotziones chi che la ponen pius in altu de sos valores ordinarios. Si b’est puru su ritmu, tando si podet narrer chi su poeta giughet finas sa capatzidade de intessere su testu in tramas chi aggiunghen bellesa a una cosa chi est già bella de sesi.

Su primu trattu chi distinghet sos testos de Maria e chi mi los faghen reconnoschere in mesu a paritzos atteros est dadu dae sa padronantzia de medas paraulas raras. Sun paraulas particulares chi forman unu lessicu seberadu chi paret passadu in su sedattu. Si cumprendet chi custas paraulas issa las at eredadas dae minore vivende cun zente e in logos ue cussas paraulas fin impreadas a pane e casu o guasi. De seguru in custa erentzia b’intrat su babbu poeta ma no est solu cussu.

Custa arte rara chi giughen Maria e sos poetas cun sa P maiuscula rappresentat una funtana manna pro sa limba. Sa poesia e sa litteratura, difattis, sun benas de sas printzipales chi alimentan sa limba. Ca sas paraulas de s’artista, dae comente sun intesas dae chie las iscultat o sun bidas dae chie las legget, intran a fagher parte de su patrimoniu linguisticu de su populu. Custu sutzedit siat ca a sos artistas lis reconnoschimus s’autoridade de inventare pro nois ettottu e siat ca, grascias a cussa autoridade, nois leamus cussas paraulas e las impreamus in su faeddare fattendelas giumpare dae su limbazu poeticu de sa fantasia a sa limba bia de dogni die. Pro cussu est chi podimus narrer chi sa poesia format sa limba mentres non podimus narrer su contrariu, in cantu sa limba a sa sola non bastat a fagher sa poesia ca giughet bisonzu de sa majia de s’artista, est a narrer de s’arte de su poeta. Eppuru b’at zente chi, sende cunvinta de cumprender pius de sos atteros, istat abbisende chi pro iscriere operas litterarias si devet impreare una limba istandardizada. Sa veridade est chi sa limba poetica non si podet reduire a regulas bogadas a piliesse ca s’arte de su poeta si fundat subra a sa libbertade de inventare e de si leare tottu sas licentzias chi li servin.

Su sigundu trattu chi rendet ispeciale sa poesia de Maria istat in sa capatzidade sua de pintare cuadros non cun pinzellos e colores ma cun paraulas e metaforas. Si est beru chi sa metafora est unu de sos istrumentos printzipales de sos poetas, pro Maria custu est beru finas de pius ca b’at poesias suas inue dogni istrofa currispondet a unu cuadru ottesu peri metaforas istraordinarias. In custu libru de poesias si podet narrer chi unu de sos gustos pius mannos chi su lettore si leat est cussu de interpretare a cale categoria de sa realidade currispondat cussa tale metafora impreada dae s’Autora in custa o in cudda istrofa. Si podet finas sustenner chi nos agattamus innanti a allegorias.

Logos beros e logos simbolicos. In grecu sos logos si naran tópoi, chi est sa matessi paraula chi nde format un’attera medas pius connotta, est a narrer sa toponomastica chi, difattis, istudiat sos lumines de sos logos. Ma custa paraula, tópoi, in litteratura est impreada pro faeddare de sos puntos fundantes de unu trabagliu litterariu. E in custa regolta de Maria Sale de tópoi si nd’agattan medas. Antzis si diat poder narrere chi sa poesia suas est fundada abberu subra a una serie de logos geograficos. Ma non si trattat solu de localidades beras, ca si cumprendet chi medas de custos logos sun simbulos. De custos logos in sos cumponimentos de custa silloge si nd’agattat a fileras ca Maria si los giamat e si nde servit dogni bolta chi sentit su bisonzu de ispricare unu cuntzettu. Ma unu cuntzettu chi issa cheret narrer non cun paraulas derettas, sinò cun una o pius metaforas.

Una de custas fileras s’allorumat cun sas paraulas chelu, inchelare, isteddos e istellas, luna e sole. Paris cun custas andan custas atteras ligadas a s’isviluppu de sa die, chi est una metafora de sa vida: lughe, interinada, notte, cascias de notte, chintales. Sa notte, a pusti, s’accumpagnat cun astrau, biddia e lentore chi simbulizan sos sentidos chi marcan sas dies e sas istajones de sa vida. E in s’andare de sa vida cumbinat de attoppare addes, chesuras, fozas, frunzas chi, sigundu comente las bidimus, poden essere impidimentos o difficultades chi a tottus cumbinat de attoppare in s’andare de su tempus. Custu de su andare est un’atteru de sos tópoi ammentados dae s’Autora chi, difattis, medas boltas faeddat de passos, istigas, caminos, anderas, leadas, andalas, camineras e andamentas. No est unu andare peri caminos cuncretos, ma unu percursu chi currispondet a cussu de sa vida.

Un’attera filera est cussa giogada subra a su cuntzettu de abba e tando accò su riu, su poju, su lagu e fattu a issos su giampadolzu e s’attu de giampare chi in sas poesias de Maria torrat medas bolta. Mancari chi Maria in sa pitzinnia sua appat giampadu abberu trainos e medas boltas, custu modu de narrer in sa poesia sua si referit a sos mudamentos de sa vida, mudamentos chi amus fattu o chi semus giamados a faghere finas cun timoria.

No est de badas chi Maria figurat unu simbulu comente cussu de sa gianna chi paris a su giannile e a s’antarile currispondet a s’incomintzu e a sa cumprida de sa vida. Gai comente non est in vanu chi issa tzitet duas paraulas simbolicas meda in su faeddare de sa vida, est a narrer su lughinzu e sa candela chi est una metafora de sa vida dae cando printzipiat a cando si nd’istudat.

Un’importantzia manna giughen sos simbulos impersonados dae su semene, dae su semenare e dae sos rebuddos chi sun sas erentzias retzidas dae sos mannos nostros ma finas sos insignamentos lassados a sos minores, a fizos e nebodes. Mancari non parzat, finas sas umbras giughen custu significu ca in issas Maria bidet s’accumpagnamentu de sos mannos peri sa vida nostra e cussu chi pensamus chi amus a fagher nois ettottu a sos chi amus a lassare a pusti nostru.

Su bentu, chi dat su titulu a sa silloge, est s’atteru elementu simbolicu chi s’agattat in sa pius parte de custas poesias. In pare a sisias e frinas, issu nos accumpagnat totta sa vida battendenos e giuttendeche sentidos e sensatziones a boltas de cuntentu e a boltas de tristura e de pena.

Tottu custos simbulos naran chi sa trae chi rezet custa regolta de Maria Sale est sa vida chi cun momentos bonos e malos, cun sas erentzias e sos isettos, cun afficcos e isperas nos accumpagnat dae sa prima a s’ultima die.

Est unu lessicu istraordinariu su chi impittat custa poetessa chi, finas pro cussu, est un’artista chi si movet subra a pianos altos ca a sa padronantzia de s’arte de tessere versos aggiunghet su poderiu de sas paraulas e sa sensibilidade sua propia. Sa sensibilidade de una femina chi giughet, in su matessi tempus, un’animu sentzigliu chi si giunghet a una personalidade chi sos pensamentos e sos oriolos de persone e de mama prenettan finas cando sa cara non lu dat a bidere. E già no est de badas chi una de sas paraulas chi essin pius a pizu in totta sa regolta siat propiu pedinu, una paraula chi de sesi narat medas cosas.

Pinturas de paraulas. S’istile de Maria est un’istile chi giughet originalidade pro su fattu chi si pasat subra a unu lessicu passadu in chiliru e sedattadu chi li benit dae sa pitzinnia passada in campagna. Sos cumponimentos suos pro su pius su marcados dae s’ambiente e de custu fattu nde sun testimonzas finas sas fotografias postas dae s’Autora in su volumene. Sun immagines de baddes, buscos e pedras, est a narrer de elementos cuncretos chi an accumpagnadu a Maria pro un parte de sa vida sua. E custu si cumprendet cando agattamus passos comente cussu ue narat: “sa pedra isperiadorza mi pinnigat a setzere”.

Cantos dian poder narrere ite est sa pedra isperiadorza? Chie no at vividu in campagna no est fatzile chi resessat a cumprendere ite cheret narrere a si setzere in unu isperiadorzu o a s’affaccare a un’acceradolza o a bogare conca dae un’aldiola o isperiare dae una contra. Pro intrare in su mundu de sos massajos e de sos pastores chi passan sas dies issoro in campos, pasculos, chesuras, saltos, buscos, littos, padentes, montes, palas, nodos, baddes, canales, trempas, pentumas, burgos e accorros bisonzat chi unu connoscat bene su mundu issoro e sos lumines de sos logos ue viven.

Propiu s’ambiente ue at vividu pro paritzos annos (sos annos chi pius s’imprimin in sa mente) l’at permittidu de s’appoderare de maicantas paraulas chi medas sardos non cumprenden pius. Custu fattu diat poder fagher pensare chi sa poesia de custa autora siat ermetica. Ma si trattat de un’ermetismu pius de apparentzia chi benit dae sa raridade e finas dae s’inventu de paritzas paraulas. Ma est beru finas chi in tzertos passos, comente amus a bider, si podet faeddare de ermetismu.

S’abboju de sa tecnica e de s’arte faghen a manera chi Maria resessat a pintare cuntzettos cun figuras comente chi siat pintende cuadros. Proamus a mirare unos cuadros tintos de paraulas, comente custos de Pedidora de lughe (pagg. 162-163) chi est una de sas liricas pius bellas de sa regolta:

Non nde tenzo

peraulas chirriadas,

nè cantigos dignos de pesare

sero in laras.

Est un’autoretrattu nudu e cruu chi s’Autora faghet de issa matessi, ue si dat pius pagu valore de su chi giughet abberu; e custu fattu li faghet onore mannu, ca sos bantidos unu non si los devet dare mai de perisse.

Isconnotta l’imbaro

sa candela cun fiama sestada,

benzende a lughinzu tentu,

a m’abbojare in s’intrada

de iscampulittu ’e pamentu.

Inoghe s’Autora si pintat cun una candela in manu chi currispondet a sa vida cun sa durada sua sestada ma chi, non sende connotta, non s’ischit cantu nde l’imbarat.

Li bastan pagas paraulas a Maria pro figurare paris su corpus e s’anima (pag. 164):

ranza ’e rena chi oe | a s’anima so imprestada.

Un’attera pintura est cussa chi abberit sa poesia Cabos (pag. 134) ue s’Autora proat a medire sas capatzidades suas in s’arcu de sa vida chi l’est assignada:

Cabos de seda diligos signalan

sa lacana sestada in car’e in palas,

medendemi s’isterrida de alas.

Custa tertzina a sa sola diat cherrer unu cummentu meledadu subra a tottu sos cuntzettos chi, in tres endecasillabos ebbia, Maria resessit a narrer cun un’arte chi giompet a chimas altas abberu. In custos cuadros issa resessit finas a si pintare cun sas timorias e sas insiguresas chi calesisiat omine o femina chi arrejonat a fundu devet rujare pro poder ottennere sas rispostas chi est chirchende.

Ma de cuadros issa nde pintat guasi in dogni cumponimentu. In custu de Retrattos cuados (pag. 128) arrejonat cun su bacchiddu lassadu dae su giaju comente chi pottat indittare finas a issa su caminu derettu de faghere:

Su ’acchiddu intortigadu

chi has lassadu

forsis m’has apporrire

pro sighire

in cust’andare a tàmbulu

e a s’intzerta.

Pintende custos cuadros s’Autora si servit finas de atteras tecnicas comente sos ossimoros chi s’agattan in pius de una poesia. Leamus pro esempiu custu de Frinas lantadas (pag. 136):

Paraulas accamadas s’istan chietas

cun passu abbilandradu chentza fune.

Si cherimus andare in chirca de sas funtanas dae ue Maria leat s’ispiratzione, amus de ponner in contu chi no est solu s’ambiente ue s’est pesada a bi la frunire. In cantu a s’istile issa impittat solutziones chi agattamus in atteros autores mannos sardos e non sardos. Su cuntzettu de sas lacanas e de sa gianna, pro esempiu, s’agattat in sas duas battorinas pienas de significos de sa poesia Sa lacana de sa vida de Antoninu Mura Ena. E in custu matessi autore agattamus sas immagines de s’abba ludosa e de s’abba currente. In sa poesia Cale tempus (pag. 82) in dogni istrofa sa repitida de s’aggettivu interrogativu cale? ammentat su ritmu de sa famada cantone Balada para los poetas andaluces de hoy de Rafael Alberti. Gai comente in sa serrada de Medende passos (pag. 110: E-i su camminu est limpiu | intro su riu) paret de indenter s’insonida de sa famada serrada de Quasimodo Ed è subito sera. E finas a Garcia Lorca paret de intender in s’istrofa chi concruet Poesia (pag. 150): e musicas m’imbento | e dillirios e danzas | pro ch’in semidas noas | bolet lughente | s’anima inchieta | in chirca de ausentu.

Tottu custu bagagliu est sa base naturale, fatta de erentzias e de letturas, de sa poetica de un’autora comente a Maria. Unu riu non si format mai de sesi ca sempre b’at rizolos chi dae paritzas parte li giughen sas abbas issoro finas a lu fagher mannu e bellu comente bella si presentat non solu custa regolta ma totta sa poesia de Maria Sale.

21 de maju 2015

Mauru Maxia

 
 
 
 
 
 
Risultati immagini per tilda de reni 6. Recensida de su romanzu Tilda de Reni atora, de Jordi Buch Oliver, Ghjacumu Thiers e Antoni Arca, traduidu in sardu dae Antoni Buluggiu. 
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Tilda de Reni, atora

Romanzu de Jordi Buch Oliver, Ghjacumu Thiers e Antoni Arca, traduidu in sardu dae Antoni Buluggiu.

Editziones NOR, Ilartzi, 2014, pp. 170, € 10,00; e-book € 2,49. 

1. Como pagas dies in Tàttari s’est presentadu su romanzu Tilda de Reni atora. Un’òpera chi est guasi una novidade ca essit foras dae sos ischemas, sende iscritta a tres manos dae tres autores de natzionalidades differentes. Làstima a non b’esser pòttidu andare sende arressu in domo. Finas ca nd’aiamus faeddadu cun Antoni Arca carchi mese faghet cando, sempre in Tàttari, isse fit bènnidu a sa presentada de unu romanzu meu chi paris cun cussu in chistione, sun sos primos duos de sa collana “Isteddos” de custa domo editora noa fundada dae Frantziscu Cheratzu, su matessi editore de Condaghes. E finas ca custa presentada fit, in su matessi tempus, un’ammentu de Antoni Buluggiu, un’amigu chi connoschia dae guasi baranta annos, cando issu fit segretariu de su Partidu Sardu e deo ebbia bi tenia carchi responsabilidade in cussu partidu. De Antoni Buluggiu appo postu un’ammentu, curtzu ma sintzeru, sa die ettottu chi aia ischidu chi si nde fit andadu (http://maxia-mail.doomby.com/pagine/interventi-interventos.html).

De Antoni connoschia sos pensamentos, creo, e sa manera de faeddare e de iscriere ma de custu nde dia cherrer arrejonare in sighida. Innanti cheret chi nare unas cantas impressiones subra a su romanzu de sos tres iscrittores chi, mancari isten in logos dispartidos dae su mare (Cadalugna, Còssiga e Sardigna), cussu propiu mare aunit sas terras ue istan. Mi paret chi, si sa terra e su mare sunt sos logos ue issos si poden abbojare, sa pinna est su mesu pro ca custos tres iscrittores sun resessidos a iscriere unu romanzu che a custu.

Forsi so unu de sos primos chi an lèggidu custu romanzu friscu de imprenta e l’appo lèggidu cun attentu, torrendebei prus de una borta. Est unu testu chi naschet in àtteras limbas: Quandu sò spenti i lumi (Ajaccio, Albiana 2012), iscrittu dae Ghjacumu Thiers in cossu, e Tilda de Reni, attrice (Ilartzi, NOR 2014) iscrittu in italianu dae Antoni Arca. A custas duas versiones non s’est aggiunta balu sa de tres, comente si diat poder isettare, bidende chi unu de sos autore est cadalanu.

Dae s’incomintzu de sas paraulas chi currisponden a sos logos de sos autores (Cor-sica, Sar-digna, Cata-lunya) nd’ant bogadu unu sambenadu ebbia de fantasia: Corsarcata. Ma a custu sambenadu li mancaiat unu lùmene. E custu lùmene s’est àppidu a sa cumprida de un’arrejonamentu chi est a sa base de su proite oe semus faeddende de custu romanzu intituladu Tilda de Reni, atora. S’arrejonamentu est ispiegadu bene in sa pag. 175 ue si narat chi Antonio est su lùmene de chie at traduidu su testu in sardu e custu Antonio currispondet a Antoni Buluggiu.

Si m’est cuntzessu un’abbisu, a custu propòsitu, forsi li fit dèghidu de prus si a su postu de Antonio, chi est in italianu, in custa versione sarda s’esseret postu Antoni ca, ultres de esser sa variante sarda, custa est finas sa forma de custu lùmene in cadalanu e in cossu, limba ue custu lùmene currispondet a Antoni in su Pumonte e Antone in su Cismonte.

Dadu chi semus faeddende de Còssiga appo a nàrrere chi custu argumentu pro me est unu istìmulu mannu ca una parte de sos istudios mios de custos ùltimos vint’annos tenen sos printzipios propiu in Còssiga. Dae cust’ìsula a pagu bettu dae sa nostra nde benin sos faeddos de sa Gaddura e de s’ala de Tàttari chi sun sa materia de paritzos libros mios. Duncas m’at fattu piaghere meda cando sa narratzione s’ispostat a Còssiga e a logos suos chi non sun bettados gai ma chi currispondent a logos chi solu chie los connoschet a minudu los podet discrìere gai bene comente los discriet Ghjacumu Thiers in sas partes chi li pertoccan e finas in trettos istòricos chi isse ammentat a chie non los connoschet (mira “Petru Giovacchini e il sogno sfumato” in http://maxia-mail.doomby.com/pagine/interventi-interventos.html). 

2. Nadas custas pagas cosas de intradura, passamus a bìdere su trabagliu. Sa faina litteraria s’acchippit in duos tempos e in battor logos, comente narat s’ischeda de s’editzione essida in Còssiga. Su protagonista de s’istoria no est unu ma sun duos. Su primu est unu giòvanu de sas alas de Roma chi s’est appenas laureadu in lìtteras e s’interessat de istoria de su cìnema. S’àttera est issa, Tilde de Reni, o Matilde Sereni comente at a essire a pizu in s’andare de su contu. Sa vida de s’unu e sa vida de s’àttera faghen a pare in sa pag. 49: “Oe a merie no aia una vida e como nd’apo duas. Sa mea e sa de Tilda de Reni”.

Su laureadu est su protagonista attivu mentres Matilda est sa protagonista passiva. Su primu est in chirca de iscrìere s’istoria de sa sigunda chi, comente narat unu lemma de un’enciclopedia de su cìnema, nachi fit istada un’attora manna in sos annos Trinta. Sa sigunda est sa propia Matilde Sereni, in arte Tilda de Reni, chi betza e malandada s’est reduida a cascera de unu cìnema romanu. Sa passividade de Matilda est chi a su laureadu non li contat nudda de lu poder aggiuare in s’iscrittura de s’istoria sua. Sigundu s’enciclopedia custa attora fit nàschida in s’America Latina, in Salgueiro a pagu trettu dae Bogotà in Colombia. Ma custu datu intamen de l’incaminare in s’àndala giusta lu diat aer discaminadu si unu tale Piero Parini, chi viviat cue e tottu, non l’aeret indittadu chi custa Matilde, nachi, diat esser nàschida in S’Alighera, in Sardigna, e non in Salgueiro.

Dae cussu momentu (semus in sos capìtulos 5 e 6) sa vida de su laureadu e de Matilde sighin parallelas e su romanzu leat un’àtteru ritmu. Sos primos battor capìtulos, intamen, proponen incuadraduras chi currisponden (capìtulos 1 e 3) a momentos drammàticos de sa vida de unu crabarzu cossu chi a pustis s’at a iscobèrrere chi fit su babbu putativu de unu burdu de Matilde chi fit istada abbuttinada dae unu marineri cando aiat trasportadu a issa e a sa mama dae s’Alighera a Còssiga. Sos capìtulos 2 e 4 mustran segmentos de sa vida de Matilde cando, sende pagu prus de una pitzinna, faghiat sas primas isperientzias in Cadalugna comente attora de su cìnema mudu.

Est ladinu chi sos capìtulos 1 e 3 sun iscrittos dae Ghjacumu Thiers ca, sende cossu, est in sa mezus cundissione de pintare cuadros maicantu verdaderos de sa Còssiga e de sos cossos. Gai comente est de totta evidentzia chi sos capìtulos 2 e 4 sun de manu de Jordi Buch Oliver ca, sende cadalanu, mustrat pratighesa meda discriende fattos singulares e situatziones generales de sa Cadalugna e de s’Ispagna de sos annos Vinti e Trinta.

Dae su capìtulu 5 a su 7 su narradore est Antoni Arca chi, sighende sas fainas de su laureadu, intrat derettu in sas andainas  suas, est a nàrrere a discrìere personazos e logos chi faghen parte de s’universu sardu e, prus a minudu, aligheresu ebbia.

Su capìtulu 8 est torra de Oliver chi contat finas a manera crua sos pagos iscrùpulos de una tzerta cinematografia cadalana de su tempus, cun tramas iscantaradas e iscenas pornogràficas chi daian manera a impresarios isureris de fagher dinari fàtzile cun pitzinnas pagu abbistas. E sos filmes chi tenen a Tilda-Matilde comente protagonista, a dolu mannu, non si nde pesan dae cussu livellu.

Sos capìtulos dae 9 a 11 sun de manu de Arca e sun su milieu de s’istoria ue, peri una chirca a minudu in sos documentos de sas iscolas de S’Alighera, su laureadu benit a cabu de sa vera identidade e de su malupassare de Matilde pro neghe de tantas cumbinassiones: sa morte de su babbu; s’isfruttamentu chi nde faghet una mastra de iscola; sas lottas de sa mama pro si fagher reconnòschere comente mama dae sas leges de tando chi cunsideraian burdos sos fizos de chie si cojuaiat cun su ritu religiosu ebbia; su fàmine e sa fuida in barca dae S’Alighera a Còssiga in chirca de sos parentes de sa mama; sa violentzia chi in cussu biazu Matilde patit dae unu marineri e s’ingraidantzia chi nde sighit.

Sos capìtulos 12 e 14 sun torra de Thiers e sun torra ambientados in Còssiga ue si benit a cabu de s’istoria de Maria Ghjuvanna Fighjuloni, sa mama de Matilda, a tempos de s’intrada de sos fascistas. In su de 13 e in su de 17 si torrat in Cadalugna cun Oliver chi contat sa cumprida de su cìnema mudu.

Arca torrat in su de 15 pro faeddare de s’istranzada de su laureadu in S’Alighera in currispundentzia cun unu de sos festivals de l’Avanti! chi si faghiant finas a pagu tempus innanti de sa rutta de su PSI. E su contu sighit in Roma ue si benin a ischire àtteros particulares de sa vida de Matilda.

Thiers in su capìtulu 18 contat una parèntesi ambientada dae Torinu a Còssiga, ue si ponet in lughe chi Marc Pascelli, su burdu de Matilda e de su marineri, fit istadu passadu pro esser fizu de Maria Ghjuvanna, chi de abberu li fit giaja, e de Petru Pascelli, su crabarzu foras de conca chi s’aiat bidu sa morte in cara in sas trinceras de sa Germania in su 1914-18 e dae ue fit torradu feridu de mala manera. In su mentres su laureadu si detzidit a si cojuare cun Marcella, s’amorada sua dae cando fin criaduras. E in cussu iscoberrit chi Piero Parini, s’imboligosu chi che l’at intzuddidu in cussa istoria, est un’àtteru burdu de Matilde chi, pustis de s’aer mandigadu su patrimoniu de sa mama, como si fit proende a nde li bogare àtteru dinari dae s’iscrittura de s’istoria de sa vida sua intregada a su laureadu. E in su capìtulu 19 sempre Thiers ponet s’ùrtima paraula de su contu narende de cando Matilda fit passada dae Còssiga a Continente peri sas manos de unu nobile livornesu a su tempus de su primu cungressu de su PCI e pagu innanti chi sos fascistas aeren leadu su podere.

Si podet narrer chi sos segmentos de su romanzu de tott’e tres autores sun sempre de unu livellu altu mancari si distingat bene s’istile de dognunu. S’istoria – chi paret chi non si cherzat pesare in sos primos battor capìtulos pro unu sèberu de istrategia narrativa de sos autores – si mantenet interessante finas a sa cumprida. Tando si cumprendet chi est s’istoria de una fèmina chi at suffridu meda non solu pro sa malesa de òmines indignos ma finas pro sas règulas de una sotziedade chi, in chirca de mezoru, lompeit a tempos prus malos de cussos chi che fin colados. In pagas paraulas, su romanzu est bene sestadu siat comente intritzu e siat comente istile. 

3. Su romanzu traduidu in sardu si podet narrer chi tenzat finas un’àtteru autore, est a narrer su chi at traduidu su testu. Custu traduidore, comente amus bidu a s’incumintzu, est Antoni Buluggiu. Inoghe ch’at de abbèrrere una parèntesi manna ca sa traduida de custu romanzu at currispostu, pro unu casu isfortunadu meda, cun sos ùrtimos meses de vida de Antoni.

Custa traduida de seguru l’at cajonadu sufferentzia a Antoni in prus de cussas chi at dèvidu patire pro su male chi l’at istudadu. Pro custa traduida Antoni sebereit s’impreu de sa LSC (‘limba sarda comuna’), est a nàrrere de su còdice isperimentale chi sa RAS at impittadu dae su 2006 pro sos documentos suos in essida. Una tarea de peruna fatzilesa, custa, comente appo nadu finas a Arca chi già l’at attrogadu ebbia. E custu fattu a Buluggiu li podet aer cajonadu carchi discodiu in cunfrontu, pro esempiu, a su sèberu de sa limba sua naturale, est a nàrrere cussa chi faeddaiat dae minore. Custu non cheret nàrrere chi non si devat proare a impittare una limba istandardizada, ma sa cosa no est gai fàtzile si finas Manzoni appeit su bisonzu de andare a intèndere comente fit sa limba bia in cunfrontu a cussa tèttera chi, sighende sos cànones de s’italianu litterariu de tando, aiat impreadu iscriende a Fermo e Lucia.

Si bidet bastante bene in sos primos capìtulos ue, creo, Antoni at àppidu sa possibilidade de los mezorare. Iteu custos capìtulos e carchi àtteru tenen unu livellu meda prus artu de sos capìtulos finales e sa leggidura iscurret chentza isvios meda. Custu ca sas imperfetziones gràficas sunt reduidas guasi a nudda. Ma finas ca Antoni leat paritzas paraulas dae su faeddu naturale, su sardu otieresu, pro esempiu impreende su passadu remotu chi sa LSC non previdet.

A manu a manu chi s’avantzat in sos capìtulos cumparet in manera sempre prus limpia chi Antoni no appeit su tempus de torrare subra a su testu pro lu poder limare prus a minudu. No est de badas chi sos capìtulos chi serrant su romanzu in paritzos passazos sun isettados “impolidos”, pro la narrer cun paraulas de Ziròmine Araolla. Pro esempiu, in sa pag. 157 si legget: “Unu legiu, unu testu cun versos dae Amleto e unu faru a los illuminare”. Est una frase ue su sardu est appenas pasadu subra a s’italianu. Un’àtteru esempiu in sa pag. 142 cando s’agattat “a ue Marcella” chi traduet s’italianu “da Marcella” e chi in sardu si narat ‘a sa de Marcella’ o ‘a ue est Marcella’. E balu “una granedda de rena” (pag. 143) pro “unu raneddu de rena”; “sas insìngias” (pag. 152) e finas “s’insegna” (pag. 154) pro “sas insìnnias”; “tuntzu” (pag. 154) pro “tzùnchiu” e àtteros esempios meda chi non faghet a ammentare inoghe.

Non sunt faddinas, custas, ma signos de unu trabagliu interrùmpidu, chi no est lòmpidu a cumprimentu, e già ischimus su motivu. No est chi Antoni non nd’aeret sa capatzidade de fagher custu. Sende sardòfonu de bona calidade, isse aiat una padronantzia manna de sa limba sua.

Est chi pro traduire non bastat a connòschere sas règulas e a ischire faeddare bene sa limba chi s’impittat. Su traduire est un’arte guasi comente a iscrìere ca, prus de bortare paraulas dae una limba a s’àttera, cumportat de torrare a iscriere in una limba su chi est iscrittu in un’àttera limba. E Antoni, sende unu iscrittore bonu, fit puru unu bonu traduidore. Ma custu non l’est bastadu ca su tempus non bi l’at cuntzessu.

Dae su chi essit a pizu in tzertos capìtulos, sende impididu su mastru, su trabagliu paret agabbadu dae unu dischente. E si custu est beru, si diat poder nàrrere chi Antoni Buluggiu già est su traduidore de custu romanzu ma b’at trabagliadu pro unu trettu ebbia. Pro cussu, ultres de issu, est capatze chi si devat faeddare de unu ghost translator. Un’àtteru traduidore, est a nàrrere, chi cun s’andare de su tempus de siguru s’at a impratighire in custa faina mattanosa. Finas ca s’insignamentu de Antoni li restat in sos iscrittos suos e in sas partes de custu romanzu chi sa paga vida non l’at cuntzèdidu de cumprire a traduire.

(15 de frearzu 2015)

                                          Mauru Maxia

 
 

7. “Marantoni” de Mauru Maxia. sa ‘lettura’ de Maria Sale 

 Maria Sale Maria Sale

L’hapo legidu cun piaghere mannu su liberu de sos contos de  Marantoni, su giaju ‘e Mauru Maxia.Contos de sa vida sua chi si miscian cun sos de tota sa familia e de chie l’hat connotu.

Contos cun passazos cabales a sa vida de babbos e de giajos nostros,  sa vida difitziele, fintzas in sas cosas chi oe no han pius importantzia, ma chi, propriu cussas,  nd’hat fatu vidas istraordinarias.
Bonos pensamentos, sacrifitziu, sabiesa, coraggiu e intelligentzia manna.
Cosas  chi  Mauru nd’hat  accabidadu da-e sende minore. E bonu melèdu hat apidu in sa pensamentada de  los torrare a  bida cun sa ‘oghe  de su giaju, mancari inzomendebi fantasia e bideas sua, ma inzevinende a siguru  sos sentidos e bideas chi hat tentu su giaju sende iu.
Faeddos  e bisos chi podet  bogare a lughe solu unu nebode chi hat connotu  a fundu  su giaju sou.
E si, a vint’annos da-e sa morte, los hat cherfidos mustrare a car’a mundu b’est   giara s’affressione manna chi hat ligadu giaju e nebode.

E si,  Mauru,  b’est  resessidu  fatendelu  in sa faeddada nadìa ‘e su giaju, cheret narrer chi sas arrejonadas de su giaju li sun imbaradas iscritas in coro e mente cun literas chi su tempus no iscolorit.

Unu lorumu de cosas bene inzomadas inue sa trama paret trunchendesi, cando passat da unu contu a s’ateru, ma inue  invece sighit cun boghe limpia  mustrende s’intritzu ‘e sa vida.
M’est parfidu guasi de intender sa ‘oghe de tiu Marantoni cun sa faeddada e-i su tragiu geniosu.
Sò torrada minore, cando intendia contos, de  vidas passadas, diventados contados.
Sa  zenerassione de babbos e giajos nostros fin, da-e pius a mancu,  omines chi  faeddaian meda, chi lis piaghiat a si “raccontare”, fin liberos abertos inue si legiat sa vida insoro e s’imparaiat a iscrier sa nostra.
E duncas, podet parrrer  chi su contu no siat nudda de ispeciale, ca est su contu de una familia che tantas, su tribagliu, su sacrifitziu, su dolore, s’amore chi mudat cun s’edade ma no sessat, sos
cumponimentos de una vida giusta, s’impastu bene dosadu chi tenet umpare sas pedras de domo. Ma cale sienda pius manna!
S’anima de totu su chi hat iscritu Mauru est su faeddare, ca tiu Marantoni si fit fatu connoscher da-e sos nebodes, no da-e cando issos sun naschidos, ne da-e cando issu est bennidu a Pejfugas ma  da-e tempos innanti ch’esseret naschidu issu e-totu, ca lis haiat mustradu tota sa raighina de sa zenerassione sua.

Cosa  chi como  non  sutzedit  piusu, sos  giajos de oe no han tempus de arrejonare a longu cun sos nebodes; lis  regalan  sa  “ pleistescion” e gai faeddan cun sos pupatzos chi bi faghen mustriàcas, ma tra issos no si connoschen piusu, hamus perdidu s’usu de su faeddu. A dolu mannu!
Chie hat capatzidade e ammentos balidos diat dever fagher che Mauru, podet esser mediu pro ardiare custu tempus fatu de irmentigu chi semus vivende e pro nos intregare in vidas benidoras. E, in issas, restare ‘ios nois puru, a pustis mortos.

Bravu Mauru e milli grascias pro m’haer fatu nadare ind’unu mare de ammentos chi, sun sos suos, ma mi  sò ‘ida deo, ind’unu sonnu bellu de ateros tempos.

Mi si cumpiago meda cun Mauru Maxia pro su liberu sou “Marantoni”. 

 
 
 

 

8. Presentada a su romanzu Marantoni de Mauru Maxia Risultati immagini per salvatore patatu

de Servadore Patatu

  
 

Legende custu lìberu, so torradu a criadura; non solu pro sos arrejonos, chi, in parte apo vìvidu e pro sos personazos chi apo connotu de pessone, ma mascamente ca m’at batidu a sa mente de cando, alunnu de sas elementares, legìo unu lìberu ogni duas o tres dies, lèndelos a prestidu dae su “Centro di Lettura” de bidda mia o dae sa biblioteca de s’Ente Morale Falchi-Madau. Dae s’incomintzu matessi ch’intraia deretu a intro sas tramas de s’istòria contada, partitzipende a s’intritzu, e vivia su contadu comente e chi essere istadu in mesu a sos personazos, in sos logos fentomados e descritos dae s’autore; e non mi daiat coro de ndi bessire, interrumpende sa legidura.

Leggere è come sognare” narat unu diciu italianu. Ma custu diciu est bàlidu cando su lìberu est interessante.

E difatis, como chi devo lègere lìberos pro mestieri, chi so obrigadu pro lu poder presentare, a boltas càpitat chi su lìberu non mi piagat e devo andare addainanti su mantessi. Ma, mancu male, càpitat puru su contràriu. E tando, su tribagliu meu diventat su pius agradessidu de su mundu. E est su chi m’est capidadu legende su lìberu Marantoni. So torradu a criadura e non mi so arressu finas a chi non l’apo agabadu.

Epuru s’istòria est un’istòria de un’òmine calesisiat, chi podet èssere babbu nostru, giaju nostru o un’amigu de famìlia. Sos fatos sunt cussos de ogni die, chi semus, o fimus, abetuados a intèndere nàrrere dae sos mannos nostros.

Cun totu custu, ses leadu dae s’afatzenda, dae sas tramas chi s’autore tesset in su telarzu de sos ammentos, dae sas descrissiones a boltas cruas a boltas poèticas de ambientes, de biddas, de fatos, dae sas descrissiones de una perra de unu dadu tempus e de una sotziedade chi semus perdende. In pagas peràulas, restas ammajadu dae su messagiu chi intrasmitit e ti ch’intrat in tzelembros, fatèndedi meledare.

Unu lìberu non servit a “niente” si custu lìberu non càmbiat sa zente. E su messagiu chi ti lassat in finitia ti càmbiat deabberu su sentidu.

Deo l’apo lègidu cun piaghere mannu, duas boltas, su lìberu de Marantoni ca si bi agatant totu sos elementos chi faghent bellu unu contadu.

Chie leget benit atiradu e apassionadu dae su comintzu e totu, ca su romanzu comintzat cun su funerale de su protagonista, chi racontat sa vida sua. E la racontat sende mortu. Innanti dae su letu, inghiriadu dae parentes e amigos e, daboi, dae intro su baule, andende a campusantu. Apo pessadu a un lìberu frantzesu: Mémoires d’outre tombe (Ammentos dae sa losa) de Chateaubriand. Solu chi s’iscritore frantzesu iscriet sos ammentos suos sende biu, cun s’intentu de los pubblicare addaboi mortu, de modu chi chie leget epat s’impressione de intèndere cosas chi ndi bessint dae sa tumba. Inoghe Marantoni contat sa bida sua issu mantessi, cun sa pinna de s’autore chi tenet su mantessi nomen.

Est edducas iscritu cun sa tènnica de s’analessi, chi est unu pretzisu sèberu de s’autore chi, gioghende tra fàbula e intritzu, at chèrfidu cambiare s’òrdine cronològicu naturale de sos elementos e de sos fatos contados. Agende in custa manera, s’autore ponet in campu unu “gancio narrativo”, pro incuriosire su legidore, pro si l’atirare, lu tènnere, lu pinnigare e l’apassionare.

Si cumprendet bene chi su comintzu, su fatu insòlitu e non de tzertu naturale est fundamentale in s’economia de su contadu e si devet andare, sighende a lègere, a s’iscoberta de su significu intimu e cuadu suta a sas pijas de sa narrassione.

Sa finitia de s’analessi, est a nàrrere, su mamentu in su cale si torrat a s’incomintzu, non signat sa concluida de su lìberu, chi sighit ancora pro unu paju de capìtulos, nados sempre dae su protagonista mortu, ma pessados dae s’autore chi est su nebode de su protagonista.

E est difìtzile andare a iscobèrrere cando faeddat Màuro pro buca de su giaju e cando faeddat su giaju cun sa pinna de su nebode. Ma custu non nos devet interessare, ca no at importàntzia peruna. Su lìberu no andat segadu a bìculos, dividèndelu in partes. Operassione inùtile a dannosa, ma issu andat lègidu e atzetadu in s’interesa sua

Marantoni est su protagonista de su contadu e pienat totu sas pàginas de su romanzu. Est caraterizadu comente apartenente a una categoria sotziale pòvera, de onestos tribagliadores. Cun un’impignu pulìtigu indiritzadu a manca; simpatia pro su PCI. Fisicamente est òmine forte, segadu in linna bona, inteligente, sàbiu, chi distìnghet su bonu dae su malu, su giustu dae s’isbagliadu, ca at unu sensu mannu de su dovere, de sa dignidade e de sa libertade. Custas dodes ndi bessint a pizu dae sos cussideros chi su protagonista faghet tra isse mantessi, chi sunt filosofia bera e pròpia. (Lègere dae pag. 141; “Su rispetu . . .” finas a pag. 143: “Ognunu campat dae su traballu suo”.)

Sa timòria est su pessare a s’arriscu chi ndi podet bènnere dae fàghere un’assione; su coragiu cunsistit in su bìnchere custa timòria, ma ponzende cabu a sos arriscos chi curret.

 “Sa timòria est nàschia cun s’òmine” e no est vigliacheria, “ma faghet agire s’òmine cun cumportamentos acabados”.

Sa timòria naturale devet èssere superada, bìnchida, cun su coragiu, ma s’òmine lu devet tratare cun su cussizu de sa prudèntzia. In piena libertade.

Si s’òmine no est lìberu non podet agire. E sa libertade est tratada in totu sas isfumaduras semàntigas. Cando fit in cummissione edilìtzia, bidiat chi, chie non fit lìberu, votaiat a segunda de sos interesses chi nde li podiant bènnere o chi podiant andare in favore de calchi parente, amigu o personazu potente dae su cale dipendiat. E gai sa mezus carrela de Pèrfugas, sa carrela de Santu Giuanne, pro sas detzisiones isbagliadas pro andare in favore de calecunu, est istada arruinada pro sempre.

E agit zuighende sa zente, ca non bisonzat de partire dae sas fides chi ispirant s’òmine, ca issu at bidu chi unu segretàriu de su fasciu at dimustradu, in paritzos casos, pius umanidade de unu apartenente a su partidu chi Marantoni preferiat, ca sunt sas pessones chi faghent sos partidos e non sos partidos chi faghent sas pessones.

S’òmine avisciadu no est mai lìberu, e faghet un’esèmpiu chi paret metzanu, de pagu importu, ma est indicativu de su caràtere lìberu de su protagonista. Cando fit in Lìbia, no retziat mai posta e, a su mamentu de sa cunsigna, dae parte de su furieri, de sas lìteras arrividas, si ch’est bessidu a fora a pipare. E est capitadu chi b’aiat una lìtera pro isse, chi no at pòtidu lègere subitu, pròpiu ca fit bessidu a sudidìsfàghere su visciu. E dae cussu mamentu no at pius pipadu. Como totu sighint a pipare, mancari iscant chi su fumu bochit sa zente e chi lu legiant puru iscrtitu in mannu in su pacheto. De custos cunsideros su lìberu est pienu. Onzi ocajone est bona pro esprimire cussideros e bideas chi sunt semper positivas. Edducas, su personazu est pulidu, onestu, leale, non solu in sos arrèjinos teòricos, ma mascamente in s’assione. Odiat s’imbìdia, sos ponapare, sa belosia e sa fàula. Edducas, est un’òmine modernu, unu tzitadinu abertu a s’Europa e a su mundu.

Återu personazu printzipale est Cisca, sa fèmina amorada, chi dèdicat sa vida sua, cun calore e intregu, a su maridu. Sufrit cando issu sufrit e faghet de totu pro li avitare sa mìnima ofesa; chi istat a un’oru, guasi in chizolu, chena si pònnere mai in mustra:

No at nau mai una paràula in prus de su netzessàriu in tota sa bida sua”.

Fèmina decorosa e sàbia, chi suportat sos dolores mannos de sa carena sua, chena si lamentare mai. E afrontat cun dignidade manna, in su coro sou, afrigidu e disconoladu, sa morte de tres fizos. Dae su cumportamentu sou, ndi bessit sa fregura de una fèmina de àteros tempos, chi at su sensu de sa famìlia, de sa solidariedade, de s’altruèsimu, calidades tìpicas de sas fèminas sardas antigas.

Bona de ànimu e de sentidu: “po issa fit unu cussolu cando cumpilaiat sos bulletinos postales pro imbiare su dinari a sos bisonzosos”. Est s’astrassione de sa mama. Legende, apo pessadu a mama mia. Sa mama est pro ogni fizu, sa mezus de su muntu. Victor Hugo, cando fit in sas elementares, at fatu su tema tituladu: ”Parle de ta mère” iscriende una frasa solu: “Ma mère est ma mère” at iscritu cuddu piseddu. E su mastru l’at postu su votu pius altu. Edducas, si deo assimizo Cisca a mama mia, cheret nàrrere chi custa mama est manna deabberu.

Poi b’at totu una sèrie de personazos chi deo apo connotu bene meda: Mario e Chichinu Panciroli, Nanni, Angelinu, Andreuccio, sos Buiarones, don Pinna, Pietrinu s’impiegadu de s’anàgrafe, tiu Giuansantu, Pepe Loisu, boghe de su tenore de Naunele, chi cullàborat cun su famadu Elio e le storie tese, una de sas boghes, sa e de Pepe Loisu, pius bellas chi deo epe mai intesu. E so cuntentu chi siet parente de Màuru.

In su romanzu, s’autore no aparit mai, o guasi mai; si fentomat duas boltas solu. Una est a pag. 104, cando narat chi est nàschidu su segundu fizu de Nanni e l’ant pesadu a su giaju: Màuru. Custu de non si fentomare est unu sèberu pretzisu de s’autore, chi servit a dare pus obietividade a s’istòria contada e a la fàghere bessire dae sas làcanas de unu contadu familiare.

Interessantes sas tradissione descritas a s’internu de su contadu. In Pèrfugas, cando morit unu narant chi che l’ant caladu a sa de Antoni Manca. In Tzaramonte naramus chi che l’ant pigadu. In Nulvi che l’ant giutu a Pèntuma. In Martis che l’ant faladu a Cugudda. In Carzeghe che l’ant giutu a Bajolu e in Codronzanos che l’ant giutu a Caminu reale, ca, bessidu dae cheja, pro andare a campusantu, si passat in sa ss. 131 betza, su Caminu Reale, fatu pro òrdine de su re Carlo Felice. Su bizadorzu de su mortu chi càmbiat dae bidda a bidda. M’ammento cando est mortu giaju meu, bizèndelu, tiu Piola, su mezus amigu sou, s’est tucadu a boghes nende: “Ohi, compare meu, gia fizis gai cando semus sètzidos in giostra”.

Sas diferèntzias tra Perfugas e Naunele, ue su pòveru non si misciat a su ricu, sende chi in Perfugas (e in tota s’Anglona) sas cumpagnias sunt frommadas dae amigos chi apartenint a categoria sotziales diferentes. Una die tiu Michelinu est torradu imbreagu che supa a domo; e sa muzere s’est assuconada ca, apena intradu, est rutu e s’est isdoadu longu longu in terra. ”Maridu meu e cun chie fias a ti contzare goi?”. E cuddu at fentomadu sas mezus pessones de ‘idda. “Ohi babbu meu, ite birgonza, chissà ite ant pessadu de te”, narat cudda fèmina betèndesi sas manos a pilos. E tiu Michelinu, a ojos serrados li rispondet: “Eh, ma tue no as bidu comente fint contzados issos”.

Brincare su fogarone de santu Giuanne e diventare compares e comares. Sas iscenas de sa pregunta, cando andant a dimandare s’amorada de Angelinu, chi fata suta a metàfora, sa pisedda diventat una crabita chi si devet acasare cun unu crabitu. In àteras biddas fit una culumba a sos primos bolos, chi devet fàghere su nidu cun un’àteru culumbu.

Pregunta divessa dae sa de Marantoni, chi pro andare a presentare s’amorada a Naunele, no essende fatìbile fagher totu in una die, ant dèvidu drommire in un’ostera in Tàtari; e sas conseguèntzias si sunt bidas in presse, ca Cisca s’est presentata ràida in s’altare.

Interessante e bene fata est sa microistòria cuntènnida in su romanzu. Su fràigu de sa diga de su Coghinas, de sa lìnia de sas ferrovias sardas dae Tèmpiu a Tàtari, ue at tribagliadu Marantoni, agabbada su 16 de santandria de su 1931. Sos disacatos de sa frebba ispagnola; sos Pancirolis, sos mazores de Cisca, bènnidos dae Reggio Emilia pro fraigare sa cùpula de sa cheja manna de Berchidda. Sas domos recuisidas pro istranzare sos soldados in tempus de gherra, cosa sutzessa in totu sas biddas de Sardigna. Sa ritirada de sos tedescos in Còrsica. Su DDT betadu a ambas manos dae s’ERLAAS (Ente regionale per la lotta anti anofelica n Sardegna) fundadu in su 1946. Ancora oe si podet lègere in calchi fatzada de Pèrfugas s’iscrita in tinta niedda: DDT OK, chi cheriat nàrrere chi in cussa domo sa meighina fit istada betada. Sas mudaduras de su campanile e de sa cùpula de sa cheja de Pèrfugas.

De importu mannu su logu e su tempus descritu in su romanzu. Su logu est sa bidda de Pèrfugas, cun fuiduras a Neoneli e àterso logos de tribagliu de su protagonista (Tèmpiu, Sa Madalena), ma puru in istados istranzos (Argentina e Lìbia). Pèrfugas, però, est sa bidda inue naschet e s’istrobojat un’istòria drammàtica, a paris de Fontamara de Silone e Aci Trezza de Verga.

Sa bidda est de importu non pro sas bellesas chi presentat, ma pro sa geràrchia sotziale chi b’est presente, tardia, chi at cambiadu pagu in su cursu de sos sèculos, inue s’isfrutamentu de s’òmine subra a s’òmine no est tocadu ne dae su fasciu, ne dae sas gherras o dae sa dimocrassia.

Su tempus de sa narrassione e de s’acollòcu istòricu est sa cosa pius importante de su romanzu, ca abràtzat unu perìudu chi partit dae sa gherra europea fintzas a su tempus nostru.

E discriet sa microistòria de Pèrfugas e de àteros logos acurtzu e atesu, partende, comente amus gia nadu, dae su fràigu de sa diga de su Coghinas e de sa ferrovia Tàtari-Tèmpiu-Palau.

Edducas s’iscritore faghet suos sos contos de su giaju, subra a sos cales at meledadu a fundu, torrèndelos a vìvere in mente sua e in sa cuscescia istòrica sua, cun una sensibilidade chi possedit solu su poete o s’iscritore; guasi a los chèrrere intrepetare in s’ìntimu sou de òmine, chi a Pèrfugas at dedicadu sa vida sua, fizu, antzis, nebode de cussa zenerassione male tratada, inzunzada, ofesa e istratamazada, pro los torrare a propònnere, addaboi de los aer sumidos e contivizados, comente e frutu de s’isperièntzia sua umana e pulìtiga.

E no ismentighemus sa fregura de linguista e ricercadore, chi in sa narrassione onzi tantu bessit a pizu: in sa pag. 69, inue discrìet su limbazu naunelesu e su perfughesu “prenu de paràulas e sonos curiosos, difìciles de pronuntziare pro unu chi no est nàschidu in su logu”. Alludit a sa pronùntzia de sas peràulas comente custu, istòria, cobirtura, baltza, caltzetas, caltzones. bustare, e gai sighende, in sas biddas de s’Anglona e in paritzas àteras biddas de su Logudoro.

Essende un’analessi, su romanzu s’isvilupat cun su discursu diretu. Est a nàrrere, a contare s’istòria est su protagonista mantessi. A s’internu de s’analessi, però, b’at puru calchi prolessi, chi est un’àtera manizadura de su tempus de sa narrassione chi antibitzat unu fatu chi devet galu capitare.

Una est a pag. 108: “. . . dae su suicìdiu de Anderuciu ch’at a passare tempus meda innanti chi capitet in Pèrfugas unu fatu chei cussu”.

Un’àtera a pag. 125 cando, contende sa morte de Nanni, narat chi trinta annos apoi, morzende issu, cumprendiat su signifìcu de sa morte, chi no est comente la pessamus nois sos bios, ca semus atacados a sa bida cun energia manna: “sa natura nos at dadu un’energia potente, ma non nos at dadu su privilegiu de suspèndere sos sentidos”. Custa energia est sa bida; sa morte est sa paghe. E chie morit at sa cara serena, “comente fit Nanni mortu e comente fia deo addaghi so mortu”.

Sa resessida de un’òpera literària dipendet meda dae su limbazu simbòlicu, chi est de fundamentu a s’intentu literàriu de s’autore chi, in custu casu, est un’ispetzialista in limbazos. Edducas curat bene meda sa richesa de sas peràulas tratadas, s’agetivassione pretzisa, mai banale e betada apare gai, su tantu de nàrrere.

Su sèberu sintàtigu si rifaghet a sa sintassi populare e sa narrassione ammantenet sempre sa friscura de su sardu, cun freguras retòricas, metàforas e similitùdines leadas dae su mundu agropastorale, chi irrichint de significos connotativos su limbazu literàriu, chi est literàriu pròpiu pro cussu, ma riproduet puru su modu de faeddare e de contare de nois sardos, chi faeddamus cun metàforas e similitùdines e tratamus s’ironia comente e un’istrumentu, unu mesu pro illebiare sa fadiga de su campare, chi, in Sardigna, est pius dura de ateros logos.

Ma s’ironia servit puru pro illebiare su contadu e lu rèndere pius lichitu. In su lìberu est tratada meda. Cando faeddat de sos pagamentos de su tribagliu fatu a s’incunza o in càmbiu de una petza de casu. S’òmine chi chi betaiat sos pabirotos subra a sa cobertura e daboi pioiat abba de su colore caratterìstigu de cosa fea.

Sa denùntzia de sa nàschida de unu fizu: innanti andaiant a chircare sos testimonzos, bufaiant e addaboi assentaiant su nomen de su nàschidu “sos sambenados chi a Pietrinu (s’impiegadu de s’anàgrafe de Pèrfugas) li colaiant peri sa pinna”. “Unu collega che fiat paradu a suta sa pinna de pietrinu”. “Pietrinu andaiat a su tzilleri a si pasare dae sas fadigas de s’ufisciu”. “Dae sas istravagàntzias de Pietrinu non s’est salvadu niunu, ca Lisa si narat Masia e non Maxia comente e sos àteros fizos. E m’at ammentadu de sa situassione de sa famìlia mia e de àteras in bidda, ca a segundu de s’edade giughimus una T in pius. Frate meu duas innanti e una apoi; deo sempre una e, una de sorres mias, duas prima e duas poi. In sa famìlia Sale bi nd’at su mesu chi si narant Istincheddu e s’àteru mesu Sale. Mancu male chi cussa sorte no est tocada a nois, si nono nd’aiat bessidu su patatu tropu salidu. Sas bessidas caraterìstigas de sos sardos comente Sa fortuna de Bureca e de Bariloto chi s’assimizat a sa fortuna de Pedru Feghe chi est mortu in cundissiones feas.

Sa parte pius bella de su lìberu, a parrer meu, est su capìtulu dedicadu a Nanni. Sa morte de unu fizu est una cosa chi cumprendet solu chie l’at proadu. E deo l’apo proadu. Ma s’iscritore resèssit a intrare in s’ànimu de su giaju chi l’at proadu e resèssit puru a lu discrìere. Sos fizos mortos sunt tres, ma duos sunt tratados in su lìberu cun una delicadesa ammajadora. Andreuciu chi s’est impicadu e Nanni chi est mortu de disgrascia.

Inoghe Màuro est deabberu mannu. Deo apo piantu legèndelu. Nanni fit su babbu de Màuro, chi est restadu òrfanu chi aiat apena ùndighi annos. Si podet lègere dae sa pàgina 112 a sa pàgina 128. Nanni at lassadu oto fizos e sa muzere ràida.

Sa parte finale de su lìberu est dedicada a sa decadèntzia fìsica de cust’òmine coragiudu e forte, finas chi morit e arrivimus a finitia de s’analessi. Ma su lìberu sighit cun sa morte de Angelinu, de Cisca e cun unu paju de cussideros subra a sa morte e a sa vida in campusantu.

Cun sos concluos de su contadu si serrat su cèrchiu, chi in Sardigna est unu signu semiòticu, ca est sa metàfora de sa sotziedade nostra, basada subra a sa solidariedade, chi agatamus in sa fromma de su nuraghe, in sos coros e in su ballu sardu chi sunt formas de pregadoria.

Unu lìberu chi bessit dae sas làcanas de Pèrfugas, pro s’illargare a sa Sardigna tota e diventat universale, ca, naraiat unu professore meu de s’Universidade de Pisa: Cantu pius unu intrat in sa profundidade de su micromundu sou tantu pius unu arrivit a diventare universale.

Màuro, in custu romanzu, resessit a intrare in sa profundidade de su micromundu de sa sotziedade nostra, de s’ànimu umanu e resessit edducas a imbiare unu messaggiu universale. 

Servadore Patatu

  

9. Recensione di Angelino Tedde al volume Perfugas e la sua comunità di Mauro Maxia Risultati immagini per angelino tedde

Per leggere la recensione collegarsi al sito  http://www.accademiasarda.it/2013/08/una-scheda-per-la-rivista-rion-rivista-italiana-di-onomastica-sul-lavoro-di-mauro-maxia-su-perfugas-e-la-sua-comunita-a-cura-di-angelino-tedde/

 

 

 

 

10. Breve relazione sul Convegno di studi  Il Condaghe di fondazione dell'Abbazia di SaccargiaRisultati immagini per abbazia di saccargia

Lo scorso 14 novembre a Codrongianos si è tenuto un interessante convegno di studi dal titolo Il Condaghe di Fondazione dell’Abbazia di Saccargia. L’incontro arriva quasi due anni dopo l’altro convegno tenutosi, sempre a Codrongianos, per i 900 anni della fondazione dell’abbazia. L’organizzazione è stata curata da mons. Giancarlo Zichi, direttore dell’Archivio Diocesano dell'arcidiocesi sassarese, che si è avvalso della collaborazione dell’assessore alla cultura Antonella Pinna e del giovane consigliere Andrea Zucca.

Il convegno si è tenuto nella suggestiva sala conferenze del Ce.Do.C. che, oltre ad avere già accolto importanti eventi culturali, ospita il retablo della SS. Trinità di Saccargia. La sala non è riuscita a contenere tutto il pubblico che in parte ha dovuto seguire i lavori in piedi.

Hanno partecipato all’incontro importanti personalità tra cui l’arcivesco di Sassari mons. Paolo Atzei; mons. Pietro Meloni, vescovo emerito della diocesi di Nuoro; il rettore uscente dell’università di Sassari Attilio Mastino; Angelo Ammirati, ex direttore dell’Archivio di Stato di Sassari; lo storico gesuita Raimondo Turtas; Maria Porcu Gaias, nota storica dell’arte. Il convegno si è aperto con i saluti dell’arcivescovo Atzei e del sindaco Luciano Betza nelle rispettive vesti istituzionali.

La tre relazioni in programma sono state svolte, nell’ordine, da Alessandro Soddu, Graziano Fois e Mauro Maxia. La scelta dei relatori si è rivelata coerente col fatto che i tre studiosi hanno curato le più recenti edizioni di condaghi (Il Condaghe di San Pietro di Silki edito da Soddu e G. Strinna nel 2014; Il Condaghe di Luogosanto edito da Fois e Maxia nel 2009; Il Condaghe di San Michele di Salvennor edito da Maxia nel 2012).

Alessandro Soddu ha relazionato su “Saccargia nelle fonti narrative medievali e moderne” esibendo un minuzioso resoconto delle fonti scritte che attestano l’esistenza e il ruolo dell’abbazia di Saccargia dal 1112 fino al recente passato. Lo storico medievista ha ricostruito la serie degli abati che hanno governato l’abbazia sia nel periodo di massimo splendore (secoli XII – metà XIV) sia dopo l’abbandono del monastero quando alla sua guida furono chiamati degli abati commendatari. Soddu ha approfondito i concetti di fundaghe e condaghe, soffermandosi sul testo secentesco che racconta la fondazione dell’abbazia analogamente ad altri testi dello stesso periodo come i condaghi di San Gavino di Torres, e Santa Maria di Luogosanto e Santa Maria di Tergu.

Graziano Fois ha relazionato su “La memoria della fondazione di Saccargia come racconto. I rapporti con la cronaca dei giudici di Torres”, evidenziando alcune questioni legate al Libellus Iudicum Turritanorum, già edito da Enrico Besta (1906) e Antonio Sanna (1957). Fois poi si è soffermato su due questioni riguardanti la maternità del giudice-re Gonnario di Torres e l’importantissimo ruolo di Saccargia nell’ambito della viabilità del regno logudorese e, in particolare, dell’itinerario che connetteva le antiche capitali di Torres e Ardara.

Lo scrivente ha presentato il contributo “Riverberi del perduto Condaghe di Saccargia nelle fonti coeve”. Attraverso l’analisi di tutta la documentazione medievale relativa a Saccargia disponibile soprattutto nei superstiti condaghi (soprattutto in quelli di Silki, Salvennor e Trullas), sono stati isolati poco più di trenta atti che permettono di ricostituire una serie di documenti che, nel contempo, dovevano far parte dell’antico condaghe dell’abbazia in questione. Ne emerge che anche l’abbazia di Saccargia, come gli antichi monasteri di Silki, Trullas, Salvennor, Bonarcado e Bosove, aveva certamente un proprio condaghe che è andato perduto.

Questa conclusione è ora confermata dalla recente scoperta fatta dallo storico ogliastrino Francesco Carboni di un carteggio cinquecentesco in cui non solo si cita il condaghe in questione ma se ne descrivono perfino le caratteristiche e, in particolare, il fatto che fosse costituito da oltre un centinaio di fogli.

L’interessante e assai partecipato dibattito che è seguito alle relazioni ha coinvolto, tra gli altri, la storica Marisa Porcu Gaias, l’ex direttore dell’Archivio di Stato Angelo Ammirati e l’archeologo Franco Campus. Chiudendo il convegno Giancarlo Zichi, preannunciando la prossima uscita degli atti del convegno celebratosi nel 2012, ha comunicato l’intenzione di dare alle stampe non appena possibile anche i nuovi contributi emersi nel convegno della settimana scorsa.

 Mauro Maxia

 

 

11. Relata de sa presentada fatta in Neuneli su 28 de austu 2014 a su romanzu “Marantoni” de Mauru Maxia

 de Eliano Cau  

Cando Sarbadore Cau, su sindigu ’e Neuneli, m’at lumenau a Mauru Maxia, nao sa beridade ca no ddu connoschia. E cando m’at preguntau si ddi presentaìa unu libru, dd’apo arrespostu luego ca ei, curiosu ’e legìe s’istoria.

Ch’apo postu una pariga ’e dies a che ddu finie, e a pustis mi dd’apo torrau a passae cun praxere mannu.

Marantoni fiat, che a mimi, neunelesu. Su lumene suo, est finas su titulu ’e su libru. In baranta capitulos e s'autore nd’iscriet s’istoria, chi est istoria de s’omine e istoria nosta.

E a differentzia ’e comente si solet faere, Mauru partit dae sos congruos e a inie torrat, comente in d’unu cricu, ca unu cricu est sa vida ’e su cristianu.

De nanti a medas neunelesos e perfughesos, po ite Mauru s’at batiu iffatu parentes e amigos, aus arresonau de sa cadena ’e sa vida ’e Marantoni, loriga po loriga, dae sa dispedida de ’idda sua a s’arribu a Perfugas, dae s’Africa ’e sa prima gioventude a su triballu ’e maistu ’e muru peri sas digas de su Tirsu e de su Coghinas. E a coa aus chistionau de ognia impreu, de ognia sentidu, de su sole e de sa luna. Sas biddas de su coro ’e Marantoni: Neuneli e i sos arregordos de giovanìa, parentes, frades, nebodes, paesanos, su monte, sas artes de tando, sa sociedade; e Perfugas, sa ’idda noa, e sa familia, Cisca, sa cumpàngia istimada, e sos figios, sos gosos e i sas penas.

Marantoni est un’omine ’e capìa, un’omine ’e cabale, e che a chie jughet ischina ’eretta, ponet passos in s’arte sua, in s’ambiente, in sos contos de ’omo tenendo semper imprimìas in s’intragna sas ideas de su dovere, de sa dignidade ’e s’omine, de sa libertade.

Unu esemplu po totus, Marantoni. In s’esistentzia sua, in sos arrastos chi at lassau, cumparet che a sos gigantes de Monte Prama, che i sos nurachesos chi ant gherrau contras a chentu inimigos e ddos ant ’intos; e gai issu, dae Neuneli a “Sa de Antoni Manca”, su campusantu ’e Perfugas chi no si nd’arregordat un’ateru sinò su ’e Nuoro de Sarbadore Satta in “Il giorno del giudizio”. Non fartat po nesciunu cussa ’omo, sa morada a finitìa ’e su camminu nostu, cando s’erriu lompet a mare. Che a sos omines sabios, issu puru, a pustis de milli penas e milli anneos, s’ibettaiat cuss’ora: ma no dda timiat, antzis…

Esemplu in custa vida, esemplu in s’atera.

E a pustis sa limba impreada de Mauru Maxia, cun s’ammesturu ’e su neunelesu e de su chistionu e Loguòro: una musica, unu cantigu. Gosu po sas origas e po su coro. 

Sorgono 5 ’e cabudanni 2014

Eliano Cau

 

 

  

12. ‘Il romanzo in lingua sarda “Marantoni” di Mauro Maxia’  Marantoni cop

di Angelino Tedde 

Mauro Maxia, Marantoni, romanzu, Editziones NOR, colletzione Isteddos, Ilartzi, pp. 206, €.12; edizione digitale € 3,99.

Mauro Maxia, specialista di filologia e linguistica italiana oltre che di linguistica sarda, pur preso da un’intensa attività di studi linguistici, filologici e onomastici ˗ come abbiamo avuto modo di scrivere nel nostro sito di Accademia sarda di storia, di cultura e di lingua ˗ questa volta si è lasciato tentare dalla narrativa in lingua sarda. Per il vero non si tratta della prima volta poiché già nel 1976, quando era ancora un ragazzo, scrisse un romanzo in sardo (che però non ha mai pubblicato) oltre a un breve racconto segnalato una trentina di anni fa nel Premio Ozieri. Per questa sua prima opera edita l’autore si è servito della lingua del protagonista che, essendo originario del Barigadu, parla una lingua intermedia tra logudorese e campidanese.

La veste grafica del libro, multicolore e maneggevole (cm. 17 x 12), è davvero azzeccata per eleganza e per praticità. Ottima anche la nota sull’autore e sul contenuto del romanzo in copertina e in retrocopertina. L’opera è in vendita anche in formato digitale e questo aspetto innovativo la rende disponibile a una più vasta platea di lettori sia in termini di accessibilità immediata sia per il prezzo davvero modico.
Il romanzo si presenta in  40 capitoli in  genere brevi, ma ve ne sono anche più lunghi, tutti di agevole e piacevole lettura dopo che il lettore si sia abituato ad una parlata che cambia, ma non tanto, rispetto a quelle del nord e del sud dell’Isola. 

La fabula del romanzo segue passo passo l’esistenza del protagonista Marantoniche a diciotto anni, appresa l’arte del maistu de muru e fatto rifornimento dei ferri del mestiere e del poco corredo, saluta i familiari e dalla sua Neoneli, quasi ombelico dell’isola, procede verso il nord della Sardegna dove ha saputo del grande cantiere della diga del Coghinas. Ivi giunto, purtroppo senza la qualifica di maistu de muru a causa dell’ingenerosità dei muratori con i quali fino ad allora ha lavorato, chiede di essere sottoposto ad un esame pratico da parte del capocantiere e, data la sua abilità, viene promosso sul campo e subito assunto. Dopo la costruzione del diga del Coghinas il giovane trova lavoro nel cantiere della ferrovia Sassari-Tempio-Palau. Ma egli non si accontenta di lavorare, guadagnare e dormire nei pressi del cantiere. Ha bisogno di fissare un punto fermo e così elegge Perfugas come luogo di residenza, alloggiando nei primi tempi in una locanda a portata di mano. Deve pure inserirsi nel contesto sociale e allora il giovane ˗ grazie ai compagni di lavoro e alla messa domenicale, dove si possono guardare le fanciulle che Perfugas offre come future mogli ai propri giovani, alla festa di San Giovanni, dove si diventa abbastanza agevolmente compares e comares de fogarone saltando i falò notturni ˗ adocchia la sua futura sposa Cisca, diminutivo di Francesca. Sarà dunque Cisca la donna della sua vita, della quale chiederà la mano facendo intervenire da Neoneli i genitori per poi accompagnarla alla presentazione dei suoi parenti al paese natale. Tutto va a gonfie vele e Cisca, a due mesi dal fidanzamento, che in Sardegna allora era considerato quasi un matrimonio, dopo due mesi già attende un bimbo per cui è necessario sposarsi al più presto in chiesa. I due colombi, in attesa di costruirsi la casa ˗ non per niente lui è un muratore ˗ vengono ospitati dai genitori di lei che assegnano loro una camera della locanda. La vita continua con i figli che nascono, con la casa nuova che cresce man mano che le domeniche si succedono alle domeniche (le mattinate erano destinate alla casa da costruire). Si può dire che la vita sia bella e il ciclo proceda senza intoppi. I tempi certo non sono dei migliori perché sotto la dittatura fascista occorre prudenza a manifestare le proprie idee politiche e dove non arrival’homo faber arriva il discernimento e il consiglio de sa pobidda Cisca per evitare episodi spiacevoli che, comunque, non mancano.

Compagna altrettanto fedele di Marantoni nei suoi primi venti anni di lavoro è l’inseparabile bicicletta, con la quale compie faticosissime trasferte oggi impensabili per qualunque lavoratore. Sembra quasi di vedere un operaio ciclista che per raggiungere il cantiere di lavoro compie tragitti anche di sessanta ˗ settanta chilometri e, nel caso del primo contratto, addirittura 130 chilometri per raggiungere Oschiri da Neoneli. E quando i tratturi non consentono l’uso della bicletta, allora non resta che andare a piedi, alzandosi alle due del mattino per raggiungere il cantiere dopo cinque ore di marcia.

La vita procede serena pur tra le difficoltà di quasi ogni giorno: nascono Giovanni, Elisabetta, Angelo, Andrea e Caterina. Ma quando la navigazione sembra procedere tranquilla e il ciclo della vita sembra seguire quello del tempo ˗ e direi come il ciclo liturgico che va dalla nascita, allo smarrimento, alla cattura e passione morte e risurrezione di Cristo ˗ anche per Marantoni e per Cisca arrivano le amarezze. Una tragedia dopo l’altra li sconvolge proprio quando, ormai superato il mezzo secolo di vita, il percorso si auspica più sereno.

Il protagonista del romanzo muore ormai vecchio seguito pochi giorni dopo dalla moglie Cisca. La generazione eroica si è spenta dopo aver attraversato gli anni Venti e Trenta, le ripercussioni della seconda guerra mondiale e la presenza tedesca, il boom economico della ricostruzione, le temperie sessantottesche e il mutamento radicale di una mentalità ancorata ai primi del Novecento.

Passando a trattare dalla fabula all’intreccio di questo breve (quasi 370 mila caratteri, spazi compresi), ma grande romanzo in lingua sarda, le curiosità sono tante. Infatti, l’escamotage messo in pratica dall’autore ˗ il monologo di un defunto che rivisita come in un flash-back non solo la sua intera esistenza, ma anche quella dei suoi familiari e congiunti ˗ ha il sapore di una saga familiare. Oltre ai brevi riferimenti ai tempi della guerra e della politica, che appaiono e scompaiono come fantasmi, grande spazio vien dato alla vita quotidiana, a quella dei luoghi (in primis Perfugas e Neoneli ma anche altri villaggi sardi), alle vicende paesane e alle dicerie non sempre benevole.

Il teatro delle vicende narrate, pur avendo in questi due centri i propri fulcri, si apre all’improvviso su situazioni inattese come quelle che hanno visto Marantoni o suoi congiunti trascorrere più o meno lunghi periodi in Africa e nell’America Latina, ma anche in Emilia oppure in Umbria. Alla fine le località citate nel romanzo sono oltre quaranta e in alcuni casi costituiscono dei veri e propri quadretti come nel caso del nascente abitato di Palau e dell’abitudine delle sue poche signorine di uscire a passeggio tutte le sere.

Da un punto di vista geografico questa opera si potrebbe anche definire il romanzo di un’isola e tre continenti. Da un punto di vista storico, invece, rappresenta non solo la storia di un uomo ma di una intera comunità che a tratti è quella del villaggio ma a tratti diventa la storia della Sardegna tra l’epidemia di peste spagnola e l’endemia malarica che fanno strage d’innocenti, tra due guerre rovinose e una società che comunque si evolve grazie a grandi infrastrutture come gli sbarramenti artificiali e le nuove ferrovie. Non una controstoria dell’Isola, ma comunque un’altra storia che difficilmente si coglie nei libri di testo proprio per il fatto che è animata dai problemi e anche dalle angustie di tante persone che nel romanzo a volte sono proposte in primo piano e altre volte si vedono sullo sfondo di una rappresentazione colletiva.

Dunque, non la solita storia che nasce e finisce nel passato di un qualunque villaggio sardo, ma un insieme di situazioni che spesso si collocano fuori dell’orizzonte isolano. In questo contesto, pur nella semplicità d’animo del protagonista, al lettore attento non sfugge la sofferenza e il tormento che lo accompagnano in alcuni momenti cruciali della propria esistenza. Così come non sfuggono le pennellate con cui, seppure attraverso una prosa che a tratti potrebbe apparire scarna, vengono descritte le personalità di vari personaggi (artigiani, impiegati, preti, ciabattini, muratori, poeti, negozianti, industriali) che popolano il racconto.

Volendo trovare un fil rouge che innerva il racconto, si potrebbe intravedere nel dramma lacerante rappresentato dalla morte violenta dei figli che coinvolge non solo il protagonista ma prima di lui anche suo padre, il cui primogenito scompare a seguito di un oscuro episodio di abigeato. La modernità del racconto, poi, emerge ripetutamente nell’attenzione rivolta al lavoro, alle sue problematiche costituite ora dalla durata della giornata lavorativa ora dalle scarse misure di sicurezza ora dalle inesistenti, o quasi, coperture assicurative e previdenziali.

Trattandosi della storia di un maistu de muru, particolare attenzione è rivolta ai caratteri edilizi delle costruzioni ma anche a certe consuetudini come quelle legate al matrimonio e alla morte. Una serie di curiosità rendono avvincente la lettura del romanzo che il nostro esperto filologo sa maneggiare con maestria. Per farla breve, la lettura non conosce soste se non forzate da fattori esterni. Marantoni, ottimo lavoratore dotato di bonomia, di fronte alla parola data, pur richiamato da Cisca su certi calcoli non perfetti relativi alla costruzione di un palazzo, preferisce non guadagnare nulla piuttosto che venir meno a un malinteso senso del valore attribuito alla “parola data”. Il denaro non è tutto. L’uomo serio deve possedere l’etica del dovere, dell’impegno assunto, del lavoro, della lealtà, del rispetto delle persone come quello delle tradizioni civili e religiose. Se si vuole trovare un elemento sottostante all’azione del protagonista e nella complessiva trama lo si può certamente individuare nella duplice interazione del dovere e della volontà con gli affetti, mai esibiti ma che riemergono quasi in ogni pagina.

Siamo ben lontani dall’ottuso e dannato Mastro Dongesualdo di Verga, dal fatalismo senza scampo di Grazia Deledda e più vicini all’uomo che in qualsiasi circostanza, tragica o lieta, deve salvaguardare la propria dignità senza dare spazio ai sentimentalismi di qualunque genere siano. Il lavorio antropologico-culturale del primo e del secondo Novecento va sfociando lentamente nella società dei diritti, certamente, ma secondo Marantoni pure dei doveri.

La lingua. Al primo approccio, abituati come siamo ciascuno alla parlata del proprio paese, magari la lettura può richiedere un minimo di adattamento a lettori non proprio adusi a leggere dei testi in sardo. Ma se ti abitui subito a po per pro,maistu per mastrubisongiu per bisonzutraballae per trabagliarefàere perfàgheregeo per deoseus per semuscecìu per sètzidupobidda per muzere,figiu e figia per fizu e fiza la lettura fila via senza la minima incertezza. Una certa sorpresa magari la provi quando per tutto il romanzo il gerundio lo trovi con le antiche desinenze latine che a prima vista potrebbero anche sembrare italiane:traballandofaendofinindo. Insomma, dopo la lettura delle prime dieci pagine ti rendi conto che anche quello è il tuo sardo, variegatissimo, che si muove e vive con un volteggiare diverso, ma grazioso, con una musicalità a volte più dolce o più acuta, ma è sempre la tua amata lingua sarda ˗ che nel suo ballo tondo tiene a braccetto la parlata logudorese e quella campidanese ˗ certamente quella più vicina al linguaggio del monumentale Codice di Eleonora d’Arborea. Qua e là, tuttavia, nel contesto di situazioni specifiche emergono sporadiche citazioni nella parlata perfughese e, almeno in un caso, pure in gallurese. Anche dal punto di vista linguistico, dunque, l’Autore si mostra coerente dall’inizio alla fine con i personaggi e le vicende narrate oltre che con le sue solide competenze.

Mauro Maxia con questo romanzo si pone decisamente come caposcuola, non solo teorico ma anche pratico, di una nuova fase della lingua sarda che va al di là delle ataviche divisioni da chentu concas e chentu berritas. Forse dovremmo risvegliare un po’ l’attenzione per la nostra bella lingua isolana da parte dell’anglofilo presidente della Regione Sarda Francesco Pigliaru che, se la madre Rina non avesse avuto il polso e la lungimiranza per richiamarlo in patria, ce lo saremmo trovato ancora tra gl’illustri sardi inglesi.

Angelino Tedde, http://www.angelinotedde.com/2014/08/il-romanzo-in-lingua-sarda-marantoni-di-mauro-maxia-di-angelino-tedde/#more-10954

 

 

13. La lettera d’indulgenza del vescovo González (1519) e il cosiddetto condaghe di Luogosanto  Condaghe 1
di Alessandro Soddu 
 

Il contesto. Per la recensione di un’opera complessa come il volume curato da Graziano Fois e Mauro Maxia, intitolato Il Condaghe di Luogosanto (edito da Taphros, Olbia 2009), servirebbero i pareri di uno storico della Chiesa, di uno storico modernista, di un agiologo e di un linguista, dal momento che si tratta dell’edizione di un testo redatto, parte in latino e parte in sardo logudorese, nel 1519 per avvalorare le origini e la fondazione del santuario di Nostra Signora di Luogosanto e delle annesse chiese dei martiri S. Nicola e S. Trano. Essendo stato coinvolto per le tematiche medievali che il testo richiama, proverò comunque a farne una sommaria esegesi, dando conto naturalmente del contributo scientifico scaturito dalla ricerca compiuta da Fois e Maxia.

Prima di entrare nel merito delle problematiche che il testo pone sul tappeto, vorrei citare un aneddoto personale, utile per spiegare il milieu culturale nel quale deve essere collocata tutta la questione. Nel 1998, nell’ambito di una ricerca commissionata dall’Ecole française de Rome e dal CNR-Istituto sui rapporti italo-iberici di Cagliari riguardante il censimento dei santuari cristiani in Italia, ho avuto modo di occuparmi, oltre che di quello di Luogosanto, del santuario di S. Maria della Neve di Cuglieri. Dopo aver raccolto la bibliografia ottenni un incontro con l’anziano parroco di Cuglieri (Antonio Motzo) che mi illustrò la leggenda di fondazione: la statua della Madonna sarebbe stata ritrovata da alcuni pescatori nella spiaggia di S. Caterina di Pittinuri il 5 agosto del 358, giorno in cui nevicava su Roma (da qui l’intitolazione a S. Maria della Neve); la gente avrebbe voluto depositare la statua nella chiesa di S. Silvana (oggi S.

Croce), ma i buoi che guidavano il carro si ribellarono e proseguirono fino al sito di Monte Bardosu, dove venne edificato il santuario. A conclusione del racconto ringraziai il parroco, chiedendogli però di riferirmi, oltre alla leggenda, qualche dato storicamente accertato. Ma don Motzo replicò ammonendomi severamente che non si trattava di leggenda ma che era tutto vero. Ecco dunque il cuore della questione: la dialettica tra  verità storica e leggenda, che riguarda l’origine di un gran numero di santuari sardi, e non solo, segnata da elementi narrativi spesso simili, che testimoniano un comune sostrato culturale. Ed ecco perché la necessità di specialisti quali gli storici dell’età moderna e della Chiesa e soprattutto gli agiologi per comprendere fenomeni che sfuggono ad una mera ricostruzione di eventi sulla base di fonti scritte anche autorevoli e richiedono piuttosto la conoscenza delle grandi correnti del cristianesimo e dei meccanismi che sovrintendono alla costruzione e diffusione della devozione popolare.  

Il testo. Come si rileva dal documento stesso, il testo edito da Fois e Maxia è una lettera patente d’indulgenza, scritta a Sassari nel 1519 (non sono indicati mese e giorno) dal vescovo di Ampurias e Civita Ludovico González, rivolta agli arcivescovi di Cagliari, Arborea e Torres e loro suffraganei, nonché a tutti i fedeli cui sarebbe pervenuta o mostrata la suddetta lettera e specialmente a quelli della città, chiesa e diocesi dello stesso González, al suo vicario, ai canonici, presbiteri e chiese della stessa diocesi, rettori e curati e a tutti gli abitanti dell’uno e dell’altro sesso. Notaio rogatario della lettera è un certo Gribaldus. Le finalità dell’atto di Ludovico González sono dunque pastorali: in particolare, il vescovo intendeva rivitalizzare la fede cristiana in Gallura attraverso la promozione di una “meta di pellegrinaggio martiriale di montagna” (la felice espressione è dell’amico e collega Franco Campus) da affiancare al polo rivierasco di S. Simplicio di Olbia, con un orizzonte extradiocesano giustificato dalla volontà di attrarre il maggior numero di fedeli. Il testo è redatto in latino, con un lungo inserto in sardo logudorese riservato all’approfondimento della “leggenda”, il cui uso doveva essere funzionale ad una lettura pubblica che operasse da ulteriore volano promozionale. Ricostruendo la storia del santuario di Luogosanto, González afferma di aver tratto le informazioni in suo possesso da – cito la traduzione del testo in sardo – «un condaghe e una “lettera antica” e anche per pubblica fama fra tutti i nostri diocesani della diocesi di Civita o Terranova, i quali tutti riferiscono d’aver così inteso da tutti i loro antenati, come questi antenati avevano inteso dai loro predecessori, di grado in grado fino al nostro presente tempo», cioè il 1519. Ecco dunque la menzione del condaghe (nella parte in latino si parla addirittura dei condaghes delle tre chiese di Luogosanto), che non è giunto a noi nella sua forma ma solo nei suoi contenuti sommari, mediati dal vescovo González e integrati da altre informazioni non meglio precisate («una litera antigua») e dalla tradizione orale. 

Condaghes e fundaghes. Ma che cos’è precisamente un condaghe? Nei secoli XI-XIII questa parola indica un registro in cui venivano ricordate donazioni da parte di giudici e maggiorenti locali, acquisti, permute, liti giudiziarie, ma anche fatti di rilievo riguardanti la vita e l’attività dei monasteri. Si sono conservati i condaghes relativi ai monasteri di S. Pietro di Silki (presso Sassari), S. Michele di Salvennor (presso Ploaghe-SS), S. Nicola di Trullas (presso Semestene-SS) e S. Maria di Bonarcado (nell’attuale provincia di Oristano). Oltre a quelli monastici, si sono conservati frammenti di condaghes di chiese cattedrali, come quello di S. Antioco di Bisarcio, o redatti dagli stessi giudici, come quello di Barisone II di Torres a beneficio dell’ospedale di S. Leonardo di Bosove (presso Sassari). Riguardo all’etimologia, gli specialisti sono da tempo concordi nel ricondurre condaghe al greco bizantino kontákion, ossia bastone (kontós) intorno al quale si avvolgeva il volumen, che già era pronunciato kondak’i. Recentemente Giampaolo Mele ha proposto di riferire più precisamente il termine all’accezione di kontákion come libro liturgico-musicale, testo diffuso nel mondo bizantino soprattutto nei secoli VIII-IX. Secondo Paolo Maninchedda, «con un processo di sineddoche analogo a quello per cui il libro intero (kontákion) prese il nome dalla parte (kontós ‘bastoncino attorno al quale veniva avvolto
il volumen’), così il nome di un libro liturgico passò a designare tutti i libri conservati in chiesa» (P. Maninchedda, Medioevo latino e volgare in Sardegna, Cagliari 2007, p. 76). Tra la fine del XV ed il pieno XVI secolo, ormai declinato in Sardegna il monachesimo benedettino, il termine condaghe assume un significato differente, quale quello attribuibile al condaghe di S. Chiara di Oristano e al fundaghe o condaxi di S. Martino di Oristano di “elenco di immobili, urbani e agrari e relative rendite”. Infine, nel Cinque-Seicento si affermano condaghe o fundaghe nel significato di “leggenda di fondazione” di chiese e monasteri, in virtù dello slittamento semantico indotto dalla paraetimologia che deriverebbe il sardo condaghe dal latino condere “fondare”: è questo il caso dei condaghes di S. Gavino di Torres, S. Maria di Tergu, SS. Trinità di Saccargia, S. Antioco di Bisarcio e S. Pietro di Sorres. Come giustamente osservano Fois e Maxia, è a quest’ultimo genere che devono essere attribuite le notizie riferite dal vescovo González. 
 
La “leggenda”. La vicenda relativa all’edificazione del santuario di Luogosanto può essere articolata in otto fasi: 1) Tre frati francescani si trovano in pellegrinaggio a Gerusalemme, nella chiesa di S. Giovanni Battista. 2) Appare loro la Vergine Maria che raccomanda un buon ritorno in Italia e indica loro di recarsi in Sardegna, in un grande bosco del Capo di Sopra dove si trovano sepolti i corpi di due santi, Nicola e Trano, i quali avevano condotto la loro vita da eremiti in quei luoghi e lì erano morti. La Vergine chiede ai frati di costruire tre chiese, una in suo onore, una per San Nicola e una per San Trano. 3) I tre frati francescani obbediscono e arrivati in Sardegna, trovato il luogo indicato, vi costruiscono il loro romitorio. Attraverso le elemosine dei fedeli riescono quindi a costruire le tre chiese, nel luogo che dai tempi in cui San Nicola e San Trano conducevano una vita santa era chiamato Logosancto. 4) González osserva che le tre chiese sono dunque antichissime: «da quando la fede cristiana cominciò a crescere e spargersi per il mondo» (intendendo cioè i primi secoli dopo Cristo), costruite durante il pontificato di Onorio II (ossia 1124-1130). È evidente l’iperbole da un lato e l’imprecisione storica dall’altro: basti pensare al la cronologia relativa a Francesco d’Assisi (1181-1226) e al papa cui effettivamente ci si riferisce, ossia Onorio III, in cattedra tra 1216 e 1227. 5) Costruite le tre chiese, i principales di Sardegna mandano un’ambasciata al pontefice Onorio affinché questi invii un suo legato che le consacri e conferisca alle stesse «indulgencias et perdonos». 6) Prima dell’arrivo degli ambasciatori alla corte pontificia, appare ad Onorio la Vergine Maria che gli comanda di inviare in Sardegna un cardinale per adempiere a quanto richiesto. 7) Onorio invia in Sardegna messer Giovanni, cardinale di Avignone, il quale arriva a Luogosanto, dove convoca tutti gli arcivescovi e vescovi di Sardegna e quindi consacra le tre chiese, intitolando la prima a Dio e alla Vergine Maria, la seconda a San Nicola e la terza a San Trano, unendo queste due ultime alla prima. Quindi affilia le tre chiese all’Ospedale di S. Giovanni Battista di Gerusalemme. 8) Il cardinal e consegna lettere apostoliche di perdono a tutti i fedeli che si fossero confessati e avessero fatto atto di contrizione, o avessero la volontà di farlo, i quali avrebbero dovuto visitare le dette chiese in un periodo compreso tra la Natività di Maria (8 settembre) e la festa di S. Michele (29 settembre), in tutte le festività mariane, in quelle degli apostoli, durante tutta la Quaresima, alla Pentecoste, Ascensione, Natale e relative ottave, facendo elemosina secondo le proprie disponibilità. 
La tradizione del testo. I contenuti della lettera del vescovo González erano parzialmente noti, ma non si conosceva finora il documento originale. Curiosamente, così come González nel 1519 ha messo per iscritto le notizie contenute in uno o più condaghes andati perduti, a partire dalla fine del Cinquecento noi abbiamo conosciuto la sua lettera d’indulgenza attraverso gli storiografi dell’età moderna che ne hanno avuto conoscenza diretta o, ancora una volta, mediata. Si entra così in quello che a mio avviso è il maggior pregio del lavoro di Graziano Fois – che ha curato la parte storica, mentre
Mauro Maxia ha curato quella linguistica – ossia la meticolosa ricostruzione della trasmissione e progressiva alterazione, non sempre casuale, del testo. Il primo storiografo ad essersi occupato della storia della Madonna di Luogosanto e del suo “condaghe” è naturalmente Giovanni Francesco Fara, che doveva aver visto direttamente la lettera di González, forse nella copia pervenuta nella sede di Sassari o in quella di Bosa, giacché scrive «ut ex antiquo eiusdem loci [Luogosanto] codice a Ludovico, episcopo civitatensi, approbato constat» («come risulta da un antico codice dello stesso luogo, giudicato attendibile da Ludovico, vescovo civitatense»). Fara, dunque, evidenzia la forza legittimante del vescovo nel tramandare il contenuto del codice (ossia il “condaghe”) e in un altro passo della sua opera inserisce arbitrariamente la data – 1227 – del ritrovamento dei corpi dei santi Nicola e Trano da parte dei francescani e dell’edificazione delle tre chiese, specificando di nuovo «ut in dictarum ecclesiarum manuscripto codice a Ludovico, episcopo civitatensi et ampuriensi, approbato constat».
Graziano Fois ricostruisce il tortuoso percorso del testo attraverso le opere di Giovanni Arca (fine XVI secolo), Dimas Serpi (1600), Jaime Pinto (1624), Salvatore Vitale (1639), Francesco de Vico (1639), Jorge Aleo (1684-1687), Pacifico Guiso Pirella (1730), autori che pur citando la fonte originale (González) si rifanno in realtà a Fara e ai suoi continuatori, proponendo talvolta date differenti (1217, 1218) relativamente alla fondazione delle tre chiese. Di particolare rilievo è l’opera di Salvatore Vitale (frate minore osservante, così come lo era stato Ludovico González), che nei suoi Annales Sardiniae traduce in latino la parte della lettera scritta i n sardo, omettendo però il brano relativo all’affiliazione delle tre chiese di Luogo santo all’Ospedale di S. Giovanni di Gerusalemme, a testimonianza del timore di rivendicazioni da parte dei Cavalieri di Malta, eredi dell’ordine gerosolimitano. Oltre l’orizzonte storiografico esaminato da Fois si pone il breve accenno che del santuario gallurese fa Vittorio Angius all’interno del celebre Dizionario del Casalis. Lo scolopio cagliaritano si mostra insolitamente scettico, lasciando intravedere nel suo anonimo informatore un avversario di campanile di Luogosanto. Riferendosi alle cappelle di S. Maria, S. Nicola e S. Trano, Angius infatti dichiara: «Il Fara scrivea che queste per le frequenti largizioni de’ fedeli diventarono ricche; e forse sarà stato così: ma nessuna magnificenza attesta quelle dovizie raccolte dalle genti devote, non parendo altro quelle tre chiesette che bruttissime e sordide spelonche. [...]. Il Condaghe venuto sotto gli sguardi del González non mancava di quelle grosse imposture, di cui riboccano gli altri consimili monumenti; e sulla fede di quello egli asseriva che il giudice Ubaldo supplicasse il Papa di spedire un legato per la consecrazione della chiesa, e che godesse vederla consecrata da un certo cardinal Giovanni. Che capriccio era in quei buoni autori de’ Condaghe di far venire da Roma i cardinali per fare tali riti in meschinissime cappelluccie!» (ivi, s.v. Gallura, p. 192). 

L’opera di G. Fois e M. Maxia. Merito del lavoro di Graziano Fois e Mauro Maxia, oltre che di fornire un’edizione e parziale traduzione della lettera di González, è di mettere in evidenza le molteplici problematiche che il testo pone. Il saggio di Fois, anticipato in sintesi sul numero del 2009-2010 del periodico “Almanacco Gallurese”, è articolato in nove capitoli che trattano gli aspetti codicologici e diplomatistici, quelli agiografici, la questione della trasmissione del testo, la ricostruzione del contesto storico oggetto del “racconto” (la presenza francescana, l’implicazione gerosolimitana), la temperie culturale in cui si inserisce l’atto del vescovo González, e tanto altro ancora. È apprezzabile la volontà di Fois di non volere imporre a tutti i costi una “verità” storiografica, optando di volta in volta per la proposizione di un ventaglio di ipotesi, con un taglio didattico che rende comprensibili anche ai non addetti ai lavori temi altrimenti (e comunque) assai complessi. Mauro Maxia ha curato, invece, la parte linguistica, attraverso tre capitoli che danno conto della struttura del testo e della lingua del documento in tutti i suoi aspetti (fonetici, morfologici, sintattici). Spicca la traduzione in italiano dell’inserto in sardo e gli utilissimi glossario e indice dei nomi e dei luoghi. Il volume è arricchito da quattro appendici, un apparato fotografico e, opera meritoria, di una pregevole riproduzione fotografica della lettera del vescovo González. È evidente, in conclusione, come l’opera di Fois e Maxia rivesta una notevole importanza, non soltanto per la comunità di Luogosanto e per la Gallura. L’interesse sta nella rivalutazione di una fonte che, pur priva di preoccupazioni lato sensu filologiche o di ordine storiografico, approda negli scritti di Fara e da qui in tutta una serie di opere della piena età moderna, facendosi a un tempo tradizione dotta e popolare. La circolarità delle due tradizioni dimostra come l’autorità della fonte ufficiale (soprattutto quando ecclesiastica) trasformi in autorevole e indiscutibile l’esposizione e l’interpretazione di fatti storici e leggendari, fissando attraverso una nuova codificazione scritta irrelata forniti da imprecisati condaghes, “documenti antichi” e memorie orali. La fiducia e

la fede, insieme al rispetto per l’autore-autorità, devono essere a questo punto a scatola chiusa e poco importa se il condaghe o i condaghes di Luogosanto cui fa riferimento Ludovico González siano realmente esistiti. L’iniziativa del vescovo sembra in realtà essere funzionale, appena rinnovato il quadro delle diocesi sarde e di quella gallurese nel caso specifico, ad un riordino e una funzionali zzazione o rifunzionalizzazione delle strutture ecclesiastiche presenti nel territorio, azioni che necessitavano di una corroborazione storiografica e agiografica di cui la Gallura era carente, senza che questo voglia dire “invenzione” in senso stretto. Quale che sia l’origine e indipendentemente dalla veridicità del racconto tramandato da González, è indubbio che gli obiettivi di quest’ultimo furono raggiunti con un successo clamoroso e forse insperato. Già nel 1600 Luogosanto è diventata meta dei pellegrini galluresi e non solo, come testimonia Dimas Serpi nella sua Chronica de los santos de Sardeña. È questo il dato più significativo: la scoperta o riscoperta, a partire dal 1519, di una tradizione che si sarebbe consolidata nei secoli, facendo diventare la Madonna di Luogosanto patrona dell’intera Gallura. Forse occorrerà pensare già ai festeggiamenti del 2019, cinquecento anni dopo. 

Alessandro Soddu

Presentazione del volume G.FOIS , M. MAXIA, Il Condaghe di Luogosanto, Olbia 2009
Luogosanto, 5 settembre 2009 

 

 

 

  

14. Corse et Sardaigne : Les langues non plus ne s'arrêtent pas aux frontières

de Jean Chiorboli  

(rédigé par Damien Bianchi le Samedi 29 Septembre 2012 à 21:24 | Modifié le Vendredi 12 Octobre 2012 - 15:06) 
Corse et Sardaigne : Les langues non plus ne s'arrêtent pas aux frontières

 

Dans certains de mes ouvrages, notamment "La légende des noms de famille" (http://www.albiana.fr/Prova/La-legende-des-noms-de-famille-br/-Appellations-dorigine-corse.html) j'avais eu l'occasion de citer les travaux du linguiste sarde Mauro Maxia, auteur notamment d'un intéressant "Dizionario dei cognomi sardo-corsi". Voilà que je reçois de M.Maxia une étude sur la "Fonetica storica del Gallurese e delle altre varietà sardocorse", qui vient s'ajouter aux nombreuses publications qui étudient les rapports –historiques, linguistiques, culturels- entre Sardaigne et Corse, et dont on trouvera toutes les références sur Internet (voir notamment http://www.librisardi.it/autore.php?id_autore=898).

 

Il s'agit d'un livre très "savant", dédié "A i cugini côrsi", dont je ne vais pas faire ici un compte-rendu exhaustif. D'abord parce que Corse Net Infos n'est peut-être pas le support idéal pour disserter sur l'histoire des deux îles sœurs. Ensuite et surtout parce que la Sardaigne ne constitue pas vraiment mon domaine de compétence, d'autant moins quand l'étude se focalise sur la phonétique et la (micro)dialectologie. 

"Li Saldi" et "li Còssi".

Le domaine "sardocorso" qu'étudie M.Maxia est constitué par deux aires principales (Nord-Est et Nord-Ouest de la Sardaigne) où l'on parle sassarese et gallurese. La corse est définie comme "l'isola madre" par rapport à ces variétés "corsophones". A propos des rapports complexes entre les diverses régions, l'auteur observe: 

"Vi è chi, nel tentativo di marcare la distanza del gallurese dal sardo, osserva che i galluresi chiamano gli altri sardi li Saldi ‘i Sardi’. Si tratta di un approccio riduttivo perché tralascia che, in modo analogo e da parecchi secoli, i galluresi chiamano li Còssi ‘i Corsi’ gli abitanti della Corsica" 
  

Pour les raisons indiquées nous ne discuterons pas de la question de savoir si le domaine en question doit-être défini comme "corso-sarde" ou "sardo-corse", ou si la syntaxe des variétés correspondantes est "essentiellement italienne": l'auteur considère qu'il s'agit d'un lieu commun qui ne correspond pas toujours à la réalité. 

Concernant la situation sociolinguistique, l'auteur indique aussi que des éléments "propriamente sardi" se sont substitués aux formes originelles au point parfois de compromettre l'intercompréhension entre les corsophones sardes et ceux de "l'île mère". Maxia examine donc concordances et divergences entre les diverses variétés. L'auteur indique par exemple que alcùtina en gallurese a comme correspondant ancudina en corse (notamment). En l'occurrence il aurait été utile de signaler que d'autres variantes comme alcutina e alcudina sont aussi présentes en corse, dans la langue vivante et la toponymie (voir notre ouvrage sur "Langue corse et noms de lieux", Albiana 2008). 

Nous faisons confiance à M.Maxia quand il dresse minutieusement les cartes des "communes et territoires corsophones", des zones corsophones enclavées dans des communes sardophones, ou des zones sardophones insérées dans des communes corsophones. Dans le cadre corse cela reviendrait à distinguer dans une commune comme Bonifacio, par exemple, les quartiers corsophones de ceux où perdure la langue d'origine ligure. 

Que vivent les dialectes. Et la langue ? 

Les "isoglosses" ont parfois un aspect magique (Maxia correspondrait en othographe corsa à masgìa, et signifierait en sarde…"magie"!). Cependant nous avouons ici notre peu d'enthousiasme pour la recherche frénétique des lignes de démarcation (les "frontières" n'arrêtent ni les hommes, ni les langues ni les nuages radioactifs…). Les diverses tentatives de découpages "géolinguistiques" de la Corse ont abouti à des résultats différents quant au nombre et à la délimitation des divers dialectes. En raison des méthodes employées, de la compétence des linguistes et enquêteurs, les données publiées sont souvent sujettes à caution, hier comme aujourd'hui. Chaque nouvelle publication critique les précédentes, sans pour autant échapper elle-même aux contestations. Par exemple le "Nouvel Atlas Linguistique" corse (http://umrlisa.univ-corse.fr/spip.php?article42 ) présente des données qui peuvent surprendre. 

Dans l'atlas en question la "corsisation" des noms de lieux n'est pas toujours cohérente. Ainsi aurait attendu non pas (San) Giulianu mais Ghjulianu; cf. (San) Ghjuvanni). Dans le Sud, à Palneca et Santa-Maria-Siché on aurait un féminin (a fiori) pour "la fleur". A Sollacaro la consonne initiale dans a voci "la voix" serait [v] (ce qui donnerait forcément a foci en transcription orthographique). En Corse du Nord (à Santo-Pietro-di-Tenda, Patrimonio, Bastia) on aurait des "enclaves" où les consonnes P ou T seraient maintenues (comme dans le Sud) et non sonorisées, comme le montrent les cartes des autres communes de la région (voir ici un extrait de la carte u pettu "la poitrine"). 

Dès lors qu'on reconnaît l'existence d'une "langue" corse, il ne serait pas non plus inutile de mettre également en lumière les convergences (pas seulement dans la prononciation) entre les divers "dialectes" (par exemple le fait que la variante faible de /f/ et /v/ est réalisée de la même manière dans TOUTE la Corse). Mais il est sans doute plus facile se focaliser sur les différences, par ailleurs assez nombreuses pour qu'on n'ait pas besoin d'en inventer. 

Recoller les morceaux du puzzle.

La dialectologie a toute sa place comme objet de recherche universitaire, à condition de refléter fidèlement la réalité. Son utilité est plus contestable dans le cadre des cours de langue corse, surtout quand la langue de travail est systématiquement le français. S'il s'agit de produire des corsophones (c'est en tous cas l'objectif récemment affirmé par le pouvoir politique territorial: voirhttp://www.corsenetinfos.fr/2012/08/21/langue-corse-politique/ ), l'école doit mettre au premier plan la pratique EN langue corse plutôt que les discussions AUTOUR de la langue corse. L'énumération de la trentaine de noms qui désignent la chauve-souris dans les diverses variétés ne semble pas la meilleure manière d'améliorer la compétence des collégiens. Le problème ne tient pas pas seulement à la formation des enseignants de l'école primaire et secondaire, mais aussi à la qualité des descriptions du corse, sur lesquelles ces derniers devraient pouvoir s'appuyer dans leur pratique quotidienne. Va pour le découpage, à condition qu'on recolle les morceaux de temps en temps. 

Encore une fois se pose ici le problème majeur de la linguistique descriptive, à savoir la disponibilité –et la fiabilité- des données, parfois reprises d'une publication à l'autre sans vérification, donnant une image faussée de la réalité corse, ce qui a souvent abusé notamment les chercheurs étrangers. 

Ce n'est sans doute pas le cas de Mauro Maxia, qui ne néglige ni la recherche de terrain ni l'enseignement de la langue. Il a assuré notamment des cours d'orthographe sarde, et des stages en "Laboratorio ed esercitazioni di Lingua Sarda" (http://www.lefweb.uniss.it/index.php?sez=2&arg=1&txt=1&son=1&id_doc=188). Quant à la recherche linguistique il étudie depuis de nombreuses années ce que le Professeur M.Pittau définit (dans sa présentation de l'ouvrage que nous signalons ici) comme le "problème représenté par les variétés d'origine corse parlées dans le Nord de la Sardaigne". 
La "Fonetica storica" de M.Maxia doit être considérée comme une contribution importante dans la "reconstruction de l'histoire et de l'identité de la Gallura". La citation reprend le préambule rédigé par les autorités de "l’Amministrazione Provinciale di Olbia Tempio" à qui j'emprunterai également une réflexion qui me semble bien résumer l'esprit de l'ouvrage. Les langues ne sont pas des systèmes fermés, la réalité montre au contraire que de nombreuses expressions "passent de manière naturelle d'une langue à l'autre".

 
Jean CHIORBOLI
 (http://www.corsenetinfos.fr/Corse-et-Sardaigne-Les-langues-non-plus-ne-s-arretent-pas-aux-frontieres_a85.html
 
 
 
 
 

 15.    Massimo Pittau, I toponimi della Sardegna. Significato e origine dei nomi di luogo di 83 comuni, vol. 2, Sassari, Edes 2011, pp. 1.103.  

  

Da una trentina d’anni a questa parte l’onomastica sarda ha fatto dei grossi passi avanti anche grazie al costante interesse che le ha dedicato Massimo Pittau, ad iniziare dal volume I cognomi della Sardegna. Significato e origine di 5.000 cognoni (Roma, Delfino editore, 1990) poi notevolmente ampliato attraverso il Dizionario dei cognomi della Sardegna. Origine e significato di 7.500 cognomi, 3 voll., L’Unione Sarda, Cagliari - Cles (TN), 2006. Ma il suo interesse non si è limitato agli studi sull’antroponimia, alla quale ha dedicato anche altri saggi e articoli su questioni specifiche che spaziano pure al di fuori dell’ambito sardo. Pittau, infatti, ha riservato un’attenzione e un interesse altrettanto profondi alla toponomastica, disciplina che spesso gli ha consentito di allargare le sue riflessioni e i suoi studi sul sostrato linguistico della Sardegna che da sempre attrae e affascina gli studiosi per la sua complessità. Testimone di questo interesse è il volume sui macrotoponimi dell’isola I nomi di paesi città regioni monti fiumi della Sardegna. Significato e origine (Gasperini editore, Cagliari 1997), che era stato preceduto da una monografia sui toponimi della sua città natale (L’origine di Nùoro. I toponimi della città e del suo territorio, Insula, Nùoro 1996). A questi lavori hanno fatto seguito alcune monografie grazie alle quali chiunque si interessi di questo settore disciplinare avrebbe potuto intuire che tale attenzione prolungata doveva avere a monte un progetto. Ed ecco, infatti, che il progetto comincia ora a prendere forma attraverso l’ultima fatica rappresentata dal secondo volume di un’opera che si annuncia ponderosa oltre che basilare per gli studi sulla toponimia sarda.

Il secondo volume de I toponimi della Sardegna propone dei numeri che riassumono lo sforzo affrontato da Pittau. Già il sottotitolo annuncia l’esame in chiave etimologica dei toponimi di 83 comuni che rappresentano poco meno di un quarto rispetto al totale di 376 in cui si articola la Sardegna. Questo dato lascia intendere che, una volta portata a termine, l’opera dovrebbe essere costituita da non meno di quattro volumi. Anche se il piano dell’opera non è esplicitato dall’Autore, si può dedurre come l’opera sia concepita per macroambiti territoriali se è vero che il volume in questione copre un’area geografica che dai comuni più settentrionali (Ozieri e Posada) scende fino a Ghilarza, Sòrgono, Tonara e Désulo mentre da est a ovest i limiti dell’area indagata sono rappresentati dai comuni costieri di Bosa e Orosei. Del resto, l’Autore precisa (p. 6) che “questo primo volume…è dedicato alla toponimia della Sardegna centrale…che linguisticamente è caratterizzata dalla varietà logudorese della lingua sarda”. Più in dettaglio, gli 83 comuni esaminati nel volume in questione corrispondono a una fascia geografica che si identifica con l’area centro-settentrionale dell’isola. Se ne può dedurre che le aree relative ai successivi tre volumi dovrebbero corrispondere, rispettivamente, all’estrema fascia settentrionale, a quella centro-meridionale e all’estrema fascia meridionale. Sul perché l’Autore non espliciti un piano dell’opera si deve presumere che esso si troverà nella prefazione al primo volume che attualmente è in preparazione.

Subito dopo l’indice è presente una tabella (p. 19) che insieme ai toponimi presi in esame (19.957) offre la sintesi della relativa origine. Merita soffermarsi su quest’ultimo dato che, se viene proiettato sul numero totale dei comuni sardi, lascia capire che al termine dell’opera i toponimi presi in esame dovrebbero oscillare intorno ai novantamila. Questo dato, di per sé assai eloquente per essere commentato, corrisponde in larga parte al corpus toponimico della Sardegna che è rappresentato dai toponimi registrati nelle tavolette dell’Istituto Geografico Militare Italiano (I.G.M.).

La tabella cui si accennava informa che l’82,66% dei toponimi esaminati ha un’origine latina; il 10,82% preromana o sardiana (aggettivo coniato dallo stesso Pittau per designare la lingua del popolo che costruì i nuraghi); l’1,28% presardiana ossia risalente alle popolazioni prenuragiche; lo 0,58% greco bizantino; lo 0,60% catalana e lo 0,85% spagnola; il 3,24%, infine, ha un’origine italiana. Esposti così, in estrema sintesi, questi dati, oltre al valore di cui sono portatori, possono dare un’idea del lavoro affrontato dall’Autore nell’esaminare, prima, ogni singolo toponimo e, dopo, nel ridurre a percentuale i valori di ciascuno degli strati linguistici individuati. Allo stesso tempo questi pochi dati, apparentemente scarni, consentono di trarre subito una conclusione riguardo all’estrema conservatività della toponimia sarda. Infatti, soltanto il 5% dei toponimi esaminati nel volume ha origine dalle lingue dei dominatori che si sono succeduti in Sardegna a partire dal XIV secolo. Il restante 95% si colloca nel contesto di strati linguistici che risalgono all’alto Medio Evo, all’Età Antica, alla Protostoria e alla Preistoria. 

L’opera si presenta sotto forma di repertorio sistematico suddiviso per comuni, i quali sono riportati in ordine alfabetico da p. 25 a p. 761. Di ogni singolo comune sono elencati, sempre con criterio alfabetico, tutti i toponimi dei quali, oltre al significato, è citata l’origine ossia l’etimo. Per facilitare la lettura e la ricerca dei toponimi da parte del lettore, specialmente quello comune o di media cultura, per ogni singolo comune è stata predisposta una rubrica alfabetica in cui, pagina per pagina, sono indicate le lettere iniziali relative ai toponimi trattati. Ma non solo: alla fine del volume è inserito (pp. 947-1100) un indice generale dei toponimi attraverso il quale il lettore può andare a consultare direttamente un determinato toponimo senza doverlo ricercare all’interno dei capitoli riservati ai singoli comuni. Quanto sia ricco l’indice, e di riflesso il volume, emerge già dalla lettura dell’elenco dei toponimi citati nella prima pagina (p. 949) in cui 150 delle 166 forme citate hanno alla base l’idronimo abba ‘acqua’. Il volume avrebbe avuto dimensioni perfino maggiori se per numerosi toponimi che si ripetono identici o quasi uguali in diversi comuni l’Autore non fosse ricorso ad opportuni rimandi.

Una sezione specifica dell’opera (pp. 765-946) è riservata ai nomi dei capoluoghi comunali e di altre importanti località dell’isola.

Dal punto di vista etimologico è innegabile la complessità del materiale preso in esame. Infatti, in questo primo stock di 83 comuni è compreso anche un gruppo di nove comuni della Barbagia di Ollolai ben noto agli studiosi. Si tratta della zona più conservativa non solo della Romània ma della stessa Sardegna se è vero che in alcuni di questi comuni la percentuale di toponimi di origine preromana arriva a sfiorare la metà dell’intero patrimonio toponimico mentre nella gran parte dell’isola tale percentuale difficilmente oltrepassa il 2%  o il 3 %. Non è un caso che per una serie di toponimi Pittau debba ricorrere alla formula “di significato ignoto”. Di fronte ad alcuni toponimi di etimologia complessa, che di fatto assumono una funzione per certi versi paradigmatica, egli si sofferma imbastendo una discussione più articolata. È questo il caso di Sèrra (p. 86), Ùlumu (104-105), Òrtana (112), Salamèstene (125), Lèppere (152), (Montrigu ’e) Loppe (177), Orra (183), Sporolò (645), Orreddo (695) e molti altri.

Scorrendo i toponimi dei singoli comuni si nota l’assenza dei nomi dei capoluoghi comunali. La ragione di questa scelta dell’Autore si può cogliere attraverso la lettura dell’indice generale in cui, viceversa, tutti i nomi dei capoluoghi comunali sono elencati, in rigoroso ordine alfabetico, nel contesto degli altri toponimi. Mentre per ciascuno di questi ultimi l’indice indica il comune di riferimento, quando un toponimo designa un capoluogo comunale esso riporta tra parentesi l’annotazione “Macrotoponimo”. Dunque i nomi dei capoluoghi comunali non andranno cercati tra i toponimi dei singoli comuni ma all’interno della sezione specifica cui si è accennato sopra. In questa sezione la discussione non si limita a indicare soltanto il significato e l’etimo del singolo toponimo ma si dilata in modo considerevole fino a comprendervi le fonti documentarie in cui ciascuno di essi è attestato, come pure la sua pronuncia tradizionale e anche l’etnonimo corrente nella parlata del luogo e in quella dei paesi vicini. Alcuni lemmi hanno l’aspetto di saggi brevi come, per esempio, nel caso di Aùstis (pp. 775-6), Bosa (790-91), Cagliari (794-5), Dolianova (802-3), Fonni (809-11), Gavói (814-5), Iglesias (825-6), Ìttiri (829-30), Macomèr (838-9), Mamoiada (840-42), Nùoro (857-8), Olbia (861-3), Orotélli (869-71), Ottàna (875-6), Sassari (899-900) e altri. A chi conosce l’ingentissima produzione dell’Autore non sfuggirà che questa sezione del volume riprende, aggiornandolo, il contenuto del citato volume sui nomi dei paesi città e regioni della Sardegna.   

Qui conviene soffermarsi per evidenziare una peculiarità non solo di questo lavoro ma di tutti i lavori di Pittau. Ci riferiamo all’attenzione che egli riserva ai lettori non specialisti nel senso che allo sforzo dello studioso si accompagna lo sforzo dell’insegnante di agevolare la comprensione di quanto viene spiegato con gli accorgimenti più efficaci. Questa concezione della didattica è da additare come esempio per quegli studiosi, specialmente italiani, che usano rivolgersi quasi esclusivamente ai propri colleghi, escludendo così la maggior parte degli altri lettori, persino quelli acculturati, e che in tal modo danno vita a un circuito chiuso e autoreferenziale della comunicazione scientifica. In questa stessa ottica Pittau propone delle soluzioni grafiche originali, per esempio l’uso del grafema q per la resa del cosiddetto “colpo di glottide” (consonante occlusiva laringale) che caratterizza le parlate della Barbagia di Ollolai. Questo accorgimento, che potrebbe non essere condiviso da qualche linguista, consente anche ai lettori comuni, perfino a quelli non sardi, di leggere una serie di particolari toponimi barbaricini.     

Questa attenzione e questa sensibilità dell’Autore, del resto, appaiono chiare già nella Prefazione nel contesto del paragrafo intitolato “Questioni di metodo”. Pittau avverte il lettore sui rischi che si corrono nell’affrontare l’etimologia di un toponimo e sui non pochi limiti di fronte ai quali anche il linguista più esperto deve mostrare prudenza. Non a caso egli usa l’efficace espressione “campo minato” nel quale “finiscono col saltare per aria non solamente i soliti dilettanti, ma anche i linguisti di professione, perfino quelli più esperti e prudenti”. Nel contempo egli richiama l’attenzione sulla differenza che esiste tra le scienze esatte e le scienze umane, nel senso che, mentre le prime possono offrire dati certi attraverso il metodo sperimentale, le seconde cercano di raggiungere il medesimo obiettivo attraverso metodiche e confronti che possono protrarsi anche a lungo nel tempo senza alcuna garanzia che si possano raggiungere dei risultati unanimemente accettati o condivisi. È evidente che ci troviamo di fronte a un’ammissione e a un’indicazione dei limiti entro cui dovrebbero muoversi i linguisti che fa onore all’Autore. D’altra parte, tutto ciò appare inevitabile se si tiene conto che la toponomastica rappresenta un settore pluridisciplinare come pochi in quanto abbraccia, oltre alla linguistica, la storia, la geografia, l’antropologia e la storia del diritto, dei culti religiosi e dell’arte.

Pittau rivendica, tuttavia, la necessità di affrontare quei medesimi rischi in quanto se gli studiosi non avanzano proposte non può scaturirne quella discussione e quel confronto che consente di scartare le soluzioni meno probabili o, comunque, meno condivisibili nella prospettiva di avvicinarsi quanto più possibile al vero. Ecco quindi che, attraverso una serie di esempi, Pittau enuncia il metodo da lui seguito nella spiegazione di un così elevato numero di toponimi. Egli afferma che “è molto meglio una ipotesi azzardata che nessuna ipotesi” perché da ciò “potrà…scaturire una ipotesi migliore…prospettata da un linguista successivo”. E nel fare questo - conclude - un linguista deve sentire un “dovere” che è anche un “interesse” ad autocorreggersi e persino ad abbandonare le proprie proposte nel caso in cui queste ultime risultassero meno congrue o meno verosimili rispetto a quelle prospettate da altri studiosi. A questo proposito, l’Autore si lamenta perché si sente quasi obbligato a ricorrere a tali “autocorrezioni” a causa della mancanza in Sardegna di una vera e propria dialettica tra colleghi (p. 10). D’altra parte si deve prendere atto che, se si escludono alcuni studiosi che si sono interessati sporadicamente di singole questioni, i linguisti che attualmente si interessano di toponomastica sarda e, in particolare, dei problemi posti dai toponimi di origine preromana, si possono contare sulle dita di una mano.

Oltre a sottolineare l’utilità di questa opera, non si può chiudere il discorso senza ricordare la veneranda età di Pittau che con suoi novantuno anni, oltre che essere il decano dei linguisti sardi, è anche il più prolifico degli studiosi isolani. Se si considera che molte delle sue opere più importanti sono state pubblicate durante gli ultimi venti anni non si può che restare ammirati dalla grande forza che questo studioso trae indubbiamente da un profondo amore per la conoscenza e per il suo insegnamento costantemente riaffermati lungo un periodo che raggiunge i sessanta anni di attività.

Mauro Maxia

http://www.editriceromana.com/prodotto/rivista-italiana-di-onomastica-rion-18-2012-1/

 

 
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