SASSARESE - SASSARESU

[sito in allestimento]

 

Carta geolinguistica del vocalismo sassarese

(tavola tratta da Mauro Maxia, Fonetica storica del Gallurese e delle altre varietà sardocorse, p. 284)

 

Vocalismo sassarese

 

 

INDICE

1. Nota storica sul sassarese

2. I cognomi di Sassari nel 1555 e le origini della parlata locale

3. Pa l'isthrinti (Agniru Canu) 

 

 

Nota storica sul sassarese [estratto da Mauro Maxia, Studi sardo-corsi]   

68262 sassari fontana di rosello

Il sassarese prende nome da Sassari, la maggiore città della Sardegna settentrionale, di cui rappresenta il dialetto usato principalmente dai ceti popolari mentre la borghesia e gli strati sociali più elevati privilegiano l’uso dell’italiano. La sua area di diffusione comprende i centri di Sorso, Porto Torres e Stintino con i relativi territori comunali. Nello stesso dominio rientrano i sobborghi sassaresi di S. Giovanni e Ottava e l’agro della città che si estende su gran parte della Nurra con le borgate di Bancali, La Landrigga, La Corte, La Crucca, Canaglia, Biancareddu, Palmadula, Tottubella e altre minori. Nell’agro e nei sobborghi, ma anche in alcuni quartieri di Sassari (specialmente Li Punti) e Porto Torres, il sardo logudorese concorre per numero di locutori col sassarese.

Le parlate di Sorso, Porto Torres e Stintino non si differenziano in modo particolare rispetto al dialetto del capoluogo ma soltanto per alcune particolarità. Tra le peculiarità del dialetto di Sorso spicca la caratteristica intonazione, peraltro condivisa dal castellanese, che rende subito riconoscibili i sorsesi tra gli altri parlanti della zona e della stessa isola. Inoltre il sorsese si caratterizza per un vocalismo che prevede una certa oscillazione delle toniche.

La parlata di Porto Torres non si distingue se non per alcuni fatti lessicali mentre quella di Stintino presenta un maggior numero di ligurismi dovuti probabilmente alla particolare storia dell’insediamento umano che ha portato gli abitanti di origine ligure e corsa dell’isola Asinara[1] a stanziarsi definitivamente nel villaggio che occupa l’estrema punta nord-occidentale della Sardegna.

Questi tre dialetti, che rappresentano altrettante sottovarietà del dialetto principale, si distinguono dalla parlata del capoluogo per il trattamento cacuminale della laterale lunga -LL- originaria. Il sassarese odierno prevede una risoluzione dentale intensa (-dd-), un fenomeno di economia articolatoria che si è manifestato con le ultime generazioni[2] e che sembra essersi ormai affermato.

Attualmente il sassarese si conserva bene nei centri di Sorso, Porto Torres e Stintino dove è parlato dalla maggior parte degli abitanti. Nel capoluogo, viceversa, questa varietà appare in regresso ma si può stimare che poco meno della metà dei suoi abitanti continui, sia pure in contesti circoscritti, a farne uso o ad avere una competenza attiva. Complessivamente si può stimare che, rispetto a una popolazione dell’area interessata pari a circa 160.000 abitanti, il numero dei sassaresofoni oscilli intorno alle centomila persone.

Tra le varietà sardo-corse il sassarese è quella che ha posto e continua a porre i maggiori problemi. Ciò non dipende da una difficoltà intrinseca ma, per un verso, dalla penuria delle attestazioni documentarie e, per l’altro, dagli approcci spesso incongrui di coloro che si interessarono alla questione, approcci che hanno condizionato il dibattito fino ad oggi. Il Guarnerio e con lui il Meyer-Lübke e il Wagner osservavano le tracce di un influsso genovese nel contesto di un fondo essenzialmente toscano ma corrotto da non pochi vocaboli sardi[3]. Ma le testimonianze di tale influsso si limitavano al trattamento -r- < -l- e a qualche ligurismo. Ora, l’esame del fonetismo sassarese comparato col genovese antico consente di individuare altri fenomeni la cui origine probabilmente è da ricondurre a un influsso ligure che dovette essere più forte di quanto non si sia ritenuto finora. Ad esempio, uno dei tratti caratteristici del sassarese, che in parte coinvolge le parlate logudoresi dei centri vicini[4], è costituito dall’assimilazione alla dentale del nesso lt- > -tt- (es.: àttu ‘alto’) e all’affricata del nesso -lts- > -tts- (es. cazzìna ‘calcina’). Si tratta di fenomeni che sono attestati nei documenti genovesi[5] coevi della stesura degli Statuti sassaresi.

L’aspetto condiviso da tutti i linguisti e che consiste nella base essenzialmente toscana del sassarese deve essere riesaminato alla luce delle cospicue migrazioni corse che fin dall’età giudicale interessarono soprattutto il nord della Sardegna. In effetti, che il settentrione della Sardegna, almeno dalla metà del Quattrocento, fosse interessato da un forte presenza corsa si può desumere da diversi punti di osservazione. Una delle prove più evidenti è costituita dall’espressa citazione che di questo fenomeno fa il cap. 42 del secondo libro degli Statuti del comune di Sassari[6], il quale fu aggiunto nel 1435 o subito dopo. Se si tiene conto di questa massiccia presenza corsa e del fatto che la presenza pisana nel regno di Logudoro cessò definitivamente entro il Duecento, l’origine del fondo toscano non andrà attribuita a un’influsso diretto del pisano antico ma del corso che rappresenta, esso stesso, la conseguenza più vistosa dell’antica colonizzazione pisana della Corsica. Esaminando il problema da un’altra angolazione, cioè attraverso l’influsso prodotto nel campidanese dalla pur forte presenza pisana soprattutto a Cagliari e a Iglesias, si può osservare che il toscano non produsse effetti neppure paragonabili a quelli che ancora oggi si possono osservare nella Sardegna settentrionale. Se si considera che la presenza corsa nel Meridione dovette essere assai meno cospicua rispetto a quanto è documentato per il Nord, si perviene alla medesima conclusione, cioè che il vettore dell’influsso toscano dovette essere, appunto, il corso. 

Uno dei problemi connessi con le origini del sassarese è quello rappresentato dal perfetto con le uscite in -ési, -ìsi. Negli studiosi che si sono interessati di questo e altri aspetti legati alle parlate eteroglotte della Sardegna settentrionale l’approccio storico, salvo poche eccezioni, si è rivelato insufficiente. Talvolta non si è fatto altro che ripetere dei luoghi comuni senza andare a verificare se questi ultimi avessero o meno dei riscontri nei materiali documentari. Per esempio, citando Wagner riguardo ai perfetti in -ési,Antonio Sanna dichiarava che “[nel codice di San Pietro di Sorres] mancano le forme del perfetto in -esi”. In realtà nella scheda 4 di quel registro si coglie la forma “risposit” (anziché rispondeit). La circostanza non può meravigliare più di tanto se si considera che proprio la scheda 258 ricorda l’arciprete di Sorres (Johane Ogana) che era un oriundo corso e che insieme a lui sono documentati un altro canonico (Johane Catazolu[7]) originario della Corsica oltre a “tantos vel zertos preideros de foras”[8] tra i quali si notano parecchi cognomi di provenienza corsa.

Nelle ricorrenti rivolte contro Genova si apprezza una tra le maggiori cause che alimentarono per diversi secoli la diaspora corsa. Una direttrice tra quelle principali seguite dai fuorusciti corsi, specialmente da quelli del versante meridionale, è rappresentata da Sassari e dalla Gallura. Essa venne determinata, oltre che dalla vicinanza della Sardegna, dall’acquiescenza o anche dal favore col quale il potere catalano-aragonese consentiva queste migrazioni in vista dell’agognata realizzazione del Regnum Sardiniae et Corsicae. L’esilio a Sassari del nobile Giovanpaolo di Leca appare in questo senso eloquente. Tra i documenti suddetti merita di essere ricordata una lettera del prete Polino da Mela[9] perché, tra l’altro, si inserisce direttamente nel contesto della rivolta corsa contro il dominio genovese (1489) capeggiata dallo stesso Giovanpaolo di Leca. Il documento proviene da Olmetu, un villaggio del distretto di Sartène, cioè situato nell’area linguistica più conservativa della Corsica. Non per caso, nonostante i frequenti latinismi e la resa degli infiniti in -are operate da quel religioso, questo documento fornisce vari esempi di corrispondenze fonetiche e morfologiche col sassarese e, in misura maggiore, col gallurese. Tra i fatti più notevoli sono le forme con apofonia vinuti ‘venuti’, viduta ‘veduta’ e la forma scripssino ‘scrissero’ che rappresenta un termine di confronto nel contesto del discorso sull’origine del perfetto in –ési, –ìsi di tutte le varietà sardo-corse.

La lettera di Giovanpaolo di Leca[10] mostra alcuni costrutti che si riscontrano, oltre che nel sassarese e nel gallurese, anche in logudorese. Espressioni come ‘io sono stato... sempre in pensamento’ sono frequenti in tutta la Sardegna settentrionale dove è piuttosto comune sentire (sass.-cast.) ‘soggu sempri in pinsamèntu’ ‘sto sempre in pensiero’. Altre locuzioni della lettera in questione trovano confronto nelle odierne parlate sardo-corse; per esempio “sono…jente…” vs.gall.-cast. sò ghjènti, sass. so gènti; “non ponete mente” vs. gall. no puníti mènti ‘non date retta’; “non (lo) havemo potuto svoltare” vs. agg. no l’aèmu pudútu svultà ‘non siamo riusciti a convincerlo’ o ancora “li sia benedetta” vs. sass. li sia benedètta. Anche la costruzione secondo potemo intendere ha riscontro in Gallura nella locuzione sigundu àgghju cumprésu ‘da quello che ho capito’.

Riguardo alla forma della parlata sassarese che i Gesuiti nel 1561 definivano ‘quasi corsa’ si dispone di alcuni documenti vergati in una lingua che ha l’aspetto di un italiano arcaico ma che presenta numerose attestazioni riferibili al corso che in quel periodo, come assicurano gli stessi Gesuiti, non era parlato soltanto a Sassari. Si tratta del Codice di Borutta e dei frammenti del Laudario sassarese.[11] Vi è chi ritiene che tale materiale linguistico sia da riferire al sassarese tout court. Una sua rilettura rivela che si tratta di una varietà di italiano[12] che mostra diversi punti di contatto anche col sedinese e con l’aggese.[13] Di certo si può condividere l’opinione che la documentazione sul sassarese sia in gran parte andata perduta[14]. Ma questo concetto va esteso anche alle varietà che, come il sedinese e l’aggese, presentano maggiori affinità con i materiali linguistici cinquecenteschi attribuiti al sassarese.

Riguardo all’antichità di codesti materiali, si inclina a farli rimontare fino al Trecento se non al secolo precedente. La loro lettura dimostra che la redazione pervenuta fino a noi riflette la situazione in cui l’italiano e il corso dovevano trovarsi nella seconda metà del Cinquecento. A questa conclusione si arriva se si considera la presenza di prestiti castigliani come mereserlo ‘meritarlo’ (sp. merecer)[15], acabato[16] ‘finito’, sentiti ‘sensi’ (sp. sentidos) e del calco sentimenti[17]  ‘sensi’ ugualmente dallo sp. sentido. È noto, infatti, che il castigliano in Sardegna cominciò a produrre un’influsso linguistico solo nella seconda metà del Cinquecento, quando a Sassari soltanto pochi notabili parlavano mediocremente lo spagnolo[18].

 


[1] La presenza corso-gallurese nell’isola dell’Asinara è documentata dal 1574; cfr. A. Rundine, “Corsari barbareschi”, in Aa.Vv., Da Olbìa ad Olbia, II, p. 320.

[2] Il fenomeno si manifesta anche presso le giovani generazioni dei centri sardofoni a causa dell’educazione linguistica impartita nella maggior parte dei casi in italiano, lingua che non conosce gli esiti cacuminali.

[3] P. E. Guarnerio, A.G.I. XIII, 151; W. Meyer-Lubke, Die Schicksale des lat. l in Romanischen, Leipzig 1934, 14; LLS, 345.

[4] L’assimilazione -tts- < -lts- vige anche nelle parlate logudoresi dei centri che fanno circondano Sassari da Sud  e che hanno in Ittiri, Ossi e Ploaghe i principali punti di riferimento; attraverso la parlata ploaghese il fenomeno si è esteso verso Est fino a Chiaramonti e Martis dove, ad esempio, per caltzònes, caltzèttas vigono catzònes, catzèttas che vanno col sass. cazzòni, cazzètti.  

[5] Cfr. Toso, La letteratura in genovese, I, p. 88: “cazina” ‘calcina’ (1291-1311) vs. sass. cazzina; p. 127: “dozeza” ‘dolcezza’ vs. sass. dozzura.

[6] St.Sass., II, cap. 42 “…grande populazione dessos dittos corssos qui sunt in sa dicta citadi, et qui hogni die assa iornada multiplicant, andando et veniendo vagabundos; sa quale nacione corsicha…” ‘grande popolazione dei detti corsi che stanno nella predetta città, e che ogni dì, giorno per giorno, si moltiplicano, andando e tornando vagabondi; la quale nazione corsa…”.

[7] I Catazolu o Cattacciólo,nobile famiglia corsa attestata a Bonifacio, nella seconda metà del Quattrocento ebbero un ruolo attivo nel contesto di un fallito tentativo di portare la Corsica sotto il dominio aragonese.  

[8] CSPS, 258.

[9] Cfr. A. Nesi, “La Corsica”, in I. L. Corvetto, A. Nesi, La Sardegna e la Corsica, pp. 246-247. 

[10] H.Yvia-Croce H., 2.e Antologie des écrivains corses, pp. 50-41; Nesi, cit., p. 250. 

[11] Su questo codice cfr. D. Filia, Il laudario lirico quattrocentista e la vita religiosa dei Disciplinati bianchi a Sassari, Sassari 1935; A. Virdis, Sos Battudos. Movimenti religiosi in Logudoro, Sassari 1987. 

[12] Virdis, cit., pp. 45, 52, 83 n. 104 ha evidenziato gli stretti rapporti esistenti tra gli statuti delle confraternite sarde della Santa Croce e le costituzioni dell’Arciconfraternita del Gonfalone di Roma. Su questo argomento e sui relativi studi si rimanda a G. Lupinu (a cura di), Il libro sardo della confraternita dei disciplinati di Santa Croce di Nuoro (XVI sec.), Centro Studi Filologici Sardi, Cagliari, CUEC, 2002, pp. IX segg. 

[13] La tesi è di L. Sole, Sassari e la sua lingua, pp. 75 segg.

[14] Ibidem.

[15] L. Sole, Sassari e la sua lingua, CBor., Disciplina.

[16] L. Sole, Sassari e la sua lingua, C.Bor., Capitoli della Santa Croce, cap. 1.

[17] L. Sole, Sassari e la sua lingua, C.Bor., Officium defunctorum.

[18] Turtas, La questione linguistica, p. 60: “En esta ciudad de Sacer algunas personas principales hablan mediocremente la (lengua) española…” (anno 1561). 

 

 

 

2. I cognomi di Sassari nel 1555 e le origini della parlata locale [edito su "Rivista Italiana di Onomastica", XIV 333 (2008), 2]

ABSTRACT. (The surnames of Sassari in 1555 and the origin of the local dialect). The debate on the origin of the Sassari dialect, which dates back to the 18th century, periodically
reached peaks of interest, like that evidenced during the last decade. Traditional theories have postulated that this linguistic variety evolved either during the Pisan period (13th century)
or as late as the 18th century. Meanwhile, another thesis has been gaining ground – the thesis that this dialect began flourishing towards the end of the Judicial period (12th
century–mid-13th century) only to definitively establish itself around the first half of the 16th century. A new confirmation of this view is now on hand thanks to two Sassarian documents
of 1555 related to the administration of Confirmation, from which it transpires that the surnames of Corsican origin were then more or less double those of native extraction.
The importance of such documents also lies in the fact that a series of graphic variants point very clearly to the process of Sardinization imposed on Corsican forms. Because of this
phenomenon scholars have up till now retained these forms to be typically Sardinian.

Per leggere il saggio premere sul seguente link: Rion 2008 cognomi SassariRion 2008 cognomi Sassari (595.39 KB)

 

 

 

Agniru Canu (Salvator Ruju), pueta sassaresu

 3. Pa l'isthrinti (Agniru Canu, 1878-1966)

Làssari, làssar’andà!

E ca vi passa in Piazza
in chisthi séri di féstha,
cun tanta gènti isciumpéstha,
azza e fara, fara e azza!
 
Aiò, Rusì, pa l’isthrinti:
nò li possu arrampanà
chissi mascitti d’abà
cu li labbri e l’ócci tinti.
 
Tutti vóni assé signòri,
e nò sò ancora isthufi
d’andà in giru a punì bufi
pa la cipria e li curòri.
 
Maradetta passiggiada
cu la moda parigina!
Sassari zappadorìna
abà è méz’arruinada.
 
Nò punì fattu a la gènti,
a li pizzinni trapperi,
megliu li curòri véri,
l’ócci vibi, riprandènti.
 
Nò li tigni lu Signòri
nò, l’isthèlli di lu zéru,
sèmpr’in tuttu èdd’è sinzéru
i l’amòri e i lu duròri.
 
E pa chisthu z’à criadu.
La natura è viridai,
sò li curòri chi ài
chissi chi m’àni incantadu.
 
Bàsgiami abà chi nò v’è
nisciunu inòghi passendi.
Credimi, sòggu murendi
di passïoni pa tè.
 
Bàsgiami tòrra, Rusì,
 
 

 

 

 

 

 

 

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